Mariliendre, miglior serie in spagnolo ai GLAAD Awards
La serie originale ATRESplayer creata da Javier Ferreiro e prodotta da Atresmedia Televisión, interpretata da Blanca Martínez Rodrigo e da un ampio cast corale, è stata premiata ai GLAAD Media Awards come miglior serie in lingua spagnola per il suo contributo alla visibilità, all’inclusione e a una rappresentazione sfaccettata delle comunità LGBTQIA+ e delle loro reti affettive.

Al centro di Mariliendre c’è Ana, interpretata da Blanca Martínez Rodrigo, una trentenne etero che vive in una grande città spagnola sospesa tra lavori precari, relazioni complicate e un bisogno ostinato di sentirsi vista e riconosciuta. Intorno a lei si muove una queer family vivace, contraddittoria e profondamente umana: amici che diventano casa, ex che ritornano in forme inattese, nuove conoscenze che scombussolano equilibri già fragili e mostrano quanto l’idea di famiglia scelta possa essere potente, ma anche faticosa da sostenere. In questo microcosmo emotivo, le dinamiche di cura reciproca, conflitto e negoziazione dei confini diventano il motore principale del racconto, restituendo un’immagine sfaccettata di cosa significhi “appartenere” a una comunità senza rinunciare alla propria individualità.
La serie, creata da Javier Ferreiro con la collaborazione di un team di sceneggiatura che proviene da diverse esperienze nel teatro, nella televisione e nella cultura queer, gioca con i codici della rom-com, del musical e del coming of age, mescolando toni leggeri e momenti di crudo realismo. Il risultato è un racconto pop e colorato, girato in ambienti urbani riconoscibili – bar, club, appartamenti condivisi – che però non rinuncia mai a una forte consapevolezza politica e a una lettura critica delle dinamiche di potere e di appartenenza all’interno dei gruppi LGBTQIA+. A emergere è una Madrid (o una grande città spagnola facilmente riconoscibile) che non è solo sfondo, ma vero e proprio personaggio collettivo: le sue notti, le sue periferie, i suoi locali queer diventano luoghi in cui desideri e paure trovano forma concreta, tra precarietà abitativa, affitti condivisi e la costante necessità di reinventarsi.
Il termine “mariliendre” richiama lo stereotipo pop della “migliore amica etero” del gay protagonista, spesso ridotta a spalla comica o presenza ornamentale nelle narrazioni mainstream. La serie ribalta radicalmente questo immaginario: qui la mariliendre è al centro del racconto, con i suoi desideri, le sue frustrazioni, le sue illusioni romantiche e la sua ansia di non essere mai abbastanza. Allo stesso tempo, la prospettiva di Ana non schiaccia mai quella dei personaggi queer che la circondano, che non vengono relegati a semplici satelliti emotivi ma emergono come individui complessi, con biografie, percorsi politici e affettivi autonomi. Attraverso le loro storie, Mariliendre costruisce una coralità che sfida la tradizionale gerarchia dei ruoli, offrendo spazio a identità e esperienze spesso marginalizzate anche all’interno delle stesse narrazioni LGBTQIA+.
Tra i personaggi che orbitano attorno ad Ana spiccano, ad esempio, un amico gay disincantato che usa il sarcasmo come strumento di autodifesa ma nasconde una vulnerabilità profonda, una donna bisessuale che lotta per far riconoscere la legittimità dei propri desideri senza essere incasellata in etichette strette, e una persona non binaria la cui presenza mette in discussione le abitudini linguistiche e relazionali del gruppo. Le loro traiettorie si intrecciano in modo credibile, passando da conversazioni apparentemente leggere – sulle app di incontri, sulle relazioni aperte, sui ruoli di genere – a momenti di confronto diretto sul peso del privilegio etero, sul razzismo interiorizzato, sulla transfobia sottile che può insinuarsi anche in contesti che si definiscono inclusivi.
Questa tensione, curata con attenzione dalla regia e dalla scrittura, produce una riflessione sottile sul ruolo delle persone etero all’interno delle comunità queer: da un lato la centralità affettiva della mariliendre, spesso figura di riferimento e mediatrice tra mondi diversi; dall’altro il rischio che questa posizione trasformi i legami in un equilibrio sbilanciato, in cui la persona etero assorbe attenzioni, tempo ed energie che non le appartengono. Mariliendre non idealizza questi rapporti: ne mostra la bellezza, la complicità, il senso di appartenenza che sanno generare, ma anche le ombre fatte di gelosia, incomprensione, dinamiche di dipendenza emotiva e distanza necessaria quando le traiettorie di vita si separano. In più di una scena, la serie mette in primo piano il disagio che si crea quando il centro emotivo del gruppo sembra spostarsi verso chi gode comunque di un privilegio sociale, costringendo tuttə a interrogarsi su cosa significhi davvero allearsi senza occupare spazio in modo ingombrante.
Uno degli elementi distintivi della serie è la dimensione musicale. I numeri cantati e coreografici, firmati da artistə come Javis e Yenesi e integrati nella trama con naturalezza, attraversano gli episodi come esplosioni di immaginario interiore. Le canzoni non sono semplici intermezzi decorativi: diventano spazi sicuri in cui i personaggi possono dire ciò che non riescono ad articolare nella vita quotidiana – confessioni intime, prese di coscienza improvvise, dichiarazioni d’amore, rotture necessarie, crisi identitarie. Il linguaggio musicale, vicino a quello delle serie queer contemporanee più innovative e alle estetiche della scena pop e clubbing spagnola, rende Mariliendre profondamente pop ma mai superficiale, trasformando la colonna sonora in un vero e proprio motore narrativo ed emotivo.
In alcuni episodi, il passaggio dal dialogo al numero musicale coincide con snodi cruciali del percorso dei personaggi: una lite in un club si trasforma in una coreografia collettiva che mette in scena il conflitto tra appartenenza e bisogno di autonomia; una passeggiata solitaria di Ana si apre in un monologo cantato in cui la protagonista affronta la propria paura di “perdere” la queer family; una festa di compleanno finisce in un brano corale che alterna punti di vista, facendo emergere segreti, difese e desideri non detti. Questa scelta registica permette alla serie di sperimentare con linguaggi diversi, usando la musica come lente per amplificare la complessità emotiva dei personaggi, senza mai scadere nel mero artificio estetico.
Dal punto di vista della rappresentazione, la serie si inserisce nel solco delle produzioni spagnole che negli ultimi anni hanno raccontato l’universo LGBTQIA+ con una combinazione di ironia, critica sociale e grande attenzione ai personaggi, come dimostra anche il percorso di ATRESplayer nella serialità queer. Mariliendre dialoga con questa tradizione ma ne sposta il fuoco, ponendo al centro non solo le identità queer ma anche le relazioni che queste intessono con le persone etero che orbitano intorno alle loro vite e che, spesso, ne influenzano profondamente scelte e traiettorie. In questo senso, la serie si colloca accanto ad altri titoli spagnoli che hanno contribuito a ridefinire l’immaginario televisivo sulle diversità di genere e orientamento, ma introduce una prospettiva specifica sulle alleanze e sulle fratture tra mondi diversi.
Il ruolo di ATRESplayer, piattaforma streaming di Atresmedia, è centrale in questo processo. Negli ultimi anni il servizio si è distinto per una programmazione che ha dato spazio a storie LGBTQIA+ considerate troppo rischiose per i palinsesti generalisti, sperimentando con formati, linguaggi e target differenti. All’interno del catalogo trovano posto serie che affrontano temi come il bullismo omolesbobitransfobico, la scoperta dell’identità di genere, le famiglie omogenitoriali e le sessualità non normative, spesso con un approccio che combina intrattenimento e consapevolezza politica. Mariliendre si inserisce in questa linea editoriale come un tassello ulteriore, capace di parlare a un pubblico giovane ma non solo, e di consolidare l’immagine di ATRESplayer come spazio privilegiato per narrazioni queer complesse, sfaccettate e lontane dal tokenismo.
È anche una serie sull’appartenenza e sul diritto di stare “al centro” nelle storie queer: chi può occupare lo spazio della protagonista? Qual è il confine tra alleanza e appropriazione, tra sostegno e protagonismo ingombrante? In che modo le figure etero che amiamo – amiche, partner, familiari – entrano nelle nostre narrazioni intime, e quanto spazio occupano rispetto alle voci queer che dovrebbero rimanere centrali? Mariliendre si muove su questo crinale con intelligenza, evitando risposte facili e proponendo invece un mosaico di relazioni in costante ridefinizione, in cui il concetto stesso di “famiglia” viene messo in discussione e reinventato episodio dopo episodio. Alcune scelte narrative – come la decisione di seguire non solo il punto di vista di Ana ma anche quello dei suoi amici queer in momenti chiave – mostrano la volontà di problematizzare l’idea di “centro del racconto”, invitando lo spettatore a spostare continuamente lo sguardo.
Il riconoscimento ai GLAAD Media Awards, uno dei premi internazionali più prestigiosi per la rappresentazione mediatica delle persone LGBTQIA+, arriva proprio per questa capacità di coniugare intrattenimento, sperimentazione formale e responsabilità politica. I GLAAD Media Awards, promossi dall’organizzazione statunitense GLAAD (Gay & Lesbian Alliance Against Defamation), ogni anno selezionano film, serie, programmi televisivi, produzioni giornalistiche e contenuti digitali che offrono una rappresentazione accurata, rispettosa e incisiva delle vite LGBTQIA+. L’inclusione di Mariliendre tra i titoli premiati o nominati in categorie dedicate alle serie internazionali non in lingua inglese segnala non solo la qualità del prodotto, ma anche la crescente attenzione del panorama mediatico globale nei confronti delle narrazioni provenienti dalla Spagna e, più in generale, dall’Europa.
Nella motivazione del premio viene sottolineata la forza con cui Mariliendre racconta le reti affettive queer, la loro complessità emotiva e la centralità delle alleate etero quando sanno mettersi in ascolto, farsi da parte e usare i propri privilegi in senso realmente solidale. Viene inoltre evidenziata la capacità della serie di affrontare temi come la salute mentale, la solitudine urbana, la violenza simbolica e il micromachismo senza cedere alla retorica vittimista, ma restituendo personaggi in grado di autodeterminarsi pur tra contraddizioni e inciampi. Nel contesto dei GLAAD Media Awards, dove spesso dominano le grandi produzioni statunitensi, il successo di una serie come Mariliendre contribuisce a riequilibrare lo sguardo, ricordando che l’innovazione nelle storie queer passa anche – e sempre più spesso – dalle cinematografie e dalle serialità nazionali.
La ricezione internazionale della serie conferma questa impressione. Oltre al riconoscimento di GLAAD, Mariliendre ha iniziato a circolare in festival e rassegne dedicate alla cultura LGBTQIA+, trovando spazio in programmazioni che uniscono cinema d’autore, serie televisive e contenuti sperimentali. In diversi contesti critici, la serie è stata messa in dialogo con altre produzioni recenti che esplorano il rapporto tra musica e identità queer, così come con titoli che affrontano il tema della “famiglia scelta” in chiave contemporanea. Le recensioni internazionali ne hanno sottolineato soprattutto l’equilibrio tra leggerezza e profondità, la cura nella scrittura dei personaggi minori e la capacità di raccontare la realtà delle giovani generazioni queer in modo riconoscibile anche per chi vive lontano dalla Spagna.
Non mancano, tuttavia, letture più critiche, che vedono in Mariliendre un terreno fertile per interrogarsi ulteriormente sul rischio di centrare ancora una volta una figura etero all’interno di una narrazione queer. Alcuni commentatori e commentatrici hanno sottolineato come la serie funzioni meglio quando sposta il focus dai dilemmi emotivi di Ana alle vicende dei suoi amici, suggerendo la possibilità di un’ulteriore evoluzione nelle stagioni future verso una coralità ancora più marcata. Queste osservazioni, lungi dall’indebolire il progetto, mostrano al contrario quanto la serie sia riuscita a farsi spazio nel dibattito critico, diventando un oggetto di discussione attivo e non un semplice prodotto di consumo rapido.
Il premio conferma anche il ruolo crescente della serialità spagnola nel panorama internazionale: Mariliendre dimostra come sia possibile parlare di identità, desiderio, amicizia, solitudine e comunità con uno sguardo autentico e radicato nel contesto locale, ma allo stesso tempo riconoscibile per pubblici molto diversi. Per chi ha trovato nella propria cerchia queer una famiglia elettiva, molte situazioni risultano immediatamente familiari; per chi si avvicina per la prima volta a questo tipo di racconti, la serie offre una porta d’ingresso accessibile, ironica e allo stesso tempo profondamente emotiva. In questo senso, Mariliendre contribuisce a consolidare l’immagine della Spagna come laboratorio narrativo avanzato nella rappresentazione delle sessualità e delle identità di genere, in continuità con una tradizione che va dal cinema d’autore alle serie mainstream.
È una visione ideale per chi ama le storie corali e le atmosfere musicali, ma cerca anche complessità, consapevolezza politica e un racconto onesto delle relazioni queer. Parla tanto alle persone LGBTQIA+ quanto alle spettatrici etero che si riconoscono nel ruolo di mariliendre o che iniziano a interrogarsi, magari proprio grazie a questa serie, su cosa significhi davvero esserlo.
Perché guardare Mariliendre
- Per un racconto pop e musicale che parla di identità, appartenenza, desiderio e rappresentazione LGBTQIA+ con freschezza e profondità.
- Per una protagonista etero al centro di una queer family complessa e imperfetta, tra amicizie, innamoramenti e scelte di vita.
- Per come ribalta lo stereotipo della “migliore amica etero” e apre domande scomode su alleanza, protagonismo e dinamiche di potere.
- Per l’uso del musical come linguaggio emotivo, capace di dare voce a ciò che i personaggi non riescono a dire a parole.
- Per chi vuole una guida alla queer family contemporanea: contraddittoria, rumorosa, tenera, mai davvero semplice.
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