Enrica Bonaccorti, il coraggio di una donna libera fino alla fine

A 77 anni se n’è andata una protagonista della tv, della radio e della scrittura. Tra il testo de La lontananza per Modugno, programmi cult e il racconto senza filtri della malattia, Enrica Bonaccorti ha difeso per tutta la vita una cosa sola: la libertà di essere sé stessa, senza mai piegarsi al giudizio degli altri.
Un addio che fa male
La notizia della morte di Enrica Bonaccorti non è soltanto una pagina di cronaca. Per chi è cresciuto vedendola in tv, ascoltandola alla radio o ritrovandola in interviste e talk show, è la sensazione di perdere una voce rara: ironica, competente, mai allineata.
Le cronache raccontano di una lunga battaglia contro un tumore al pancreas, malattia che lei stessa aveva scelto di condividere pubblicamente. Fino agli ultimi mesi la sua presenza è stata quella di sempre: elegante ma senza soggezioni, lucida, capace di parlare di sé senza vittimismo e senza costruirsi un personaggio consolatorio.
Dietro l’immagine glamour e brillante, c’era una donna che ha attraversato più stagioni della televisione italiana, spesso da protagonista, senza mai rinunciare a un tratto distintivo: la libertà. Libertà di parola, di scelta, di vita sentimentale. E, soprattutto, libertà dal giudizio degli altri.
Dalla pagina al palco: scrittrice, autrice, conduttrice
Nella biografia di Enrica Bonaccorti c’è tutto quello che rende una carriera difficilmente incasellabile. Attrice di teatro agli esordi, volto televisivo in anni in cui la tv contava e segnava l’immaginario collettivo, conduttrice capace di passare dai quiz ai talk, autrice di libri e, dettaglio tutt’altro che marginale, paroliera.
Ha firmato i testi di canzoni destinate a restare, come La lontananza e Amara terra mia interpretate da Domenico Modugno: brani che raccontano l’assenza, l’esilio, l’emozione trattenuta, con una scrittura essenziale e profondamente emotiva. È un aspetto spesso ricordato solo nei coccodrilli, ma che dice molto di lei: la capacità di stare un passo indietro, lasciando che fossero altri – una voce, un volto, una musica – a portare in scena le parole.
In televisione ha condotto programmi popolari, spesso in fascia di grande ascolto, portando con sé un mix di glamour e ironia che oggi sembra quasi d’altri tempi: capace di fare intrattenimento senza banalizzarsi, di restare femminile senza farsi imprigionare in un cliché.
Una donna che non chiedeva il permesso
Quello che molte donne, e non solo, riconoscono oggi in Enrica Bonaccorti non è soltanto il curriculum, ma l’atteggiamento. La sua vita privata – gli amori, le rotture, le scelte familiari – non è mai stata nascosta, né esibita in modo compiaciuto. Ne parlava quando decideva lei, nei modi e nei tempi che riteneva giusti, assumendosi la responsabilità del proprio vissuto.
Nelle sue interviste c’era spesso un filo rosso: la rivendicazione del diritto di scegliere per sé, nel lavoro e negli affetti, senza dover continuamente giustificare ogni decisione. Parlava di maternità, di relazioni, di corpo e di invecchiamento con una franchezza che ancora oggi, in un dibattito pubblico affollato ma spesso superficiale, suona più moderna di tante retoriche “liberali” di facciata.
Il suo modo di stare in video era lo stesso: diretta, spesso ironica, mai intimidita dal potere maschile che dominava (e domina ancora) il mondo dei media. Non cercava la posa della “icona femminista” da poster, ma praticava, giorno dopo giorno, un’idea semplice e radicale: una donna adulta non deve chiedere il permesso per esistere come vuole.
Fregarsene del giudizio: la sua vera eredità
Se c’è un messaggio che rimane forte dopo la sua scomparsa, è proprio questo: non permettere agli altri di ridurre la tua storia a un giudizio sommario. Enrica Bonaccorti, con il suo percorso pubblico, ha mostrato che si può:
- invecchiare davanti alle telecamere senza farsi rinchiudere nel rimpianto della giovinezza;
- parlare del proprio corpo, della malattia, della fragilità senza vergogna ma anche senza compiacimento;
- avere idee e posizioni nette sapendo che non piaceranno a tutti, e accettando il prezzo di questa chiarezza.
La sua ironia, anche nei momenti più duri, non era leggerezza superficiale, ma un modo per non cedere al ruolo della vittima. Sorridere, scherzare, relativizzare non significava negare il dolore, ma rifiutare che diventasse l’unica lente attraverso cui venire guardata.
In un ambiente, quello televisivo, dove l’immagine pesa più di tutto e dove il giudizio è spesso spietato, Enrica ha praticato – con diversi gradi di successo, certo – il diritto di dire: io sono così, prendere o lasciare.
L’abbraccio di Renato Zero
Tra le immagini più recenti che la riguardano, ce n’è una che racconta in pochi secondi il legame fra vita privata e scena pubblica: durante un concerto a Roma, Renato Zero ferma lo spettacolo, scende in platea e va ad abbracciarla, dedicandole un momento tutto per lei. Lei prende in mano il microfono e, sorridendo, dice: “Quest’uomo mi ha rubato il cuore”. In quell’applauso che si allunga c’è insieme affetto personale, riconoscimento professionale e la percezione di una storia condivisa con chi guarda.
Non è solo un gesto di amicizia tra due volti storici dello spettacolo italiano: è un momento di affetto e di dolcezza tra due amici, condiviso con i sorcini, i fan di Renato Zero.
La lontananza: le parole che restano
“La lontananza sai è come il vento
Che fa dimenticare chi non s’ama
È già passato un anno ed è un incendio
Che mi brucia l’anima“
Prima ancora che come volto televisivo, Bonaccorti è stata una straordinaria autrice di parole. La lontananza, scritta per Domenico Modugno, è forse l’esempio più noto: una canzone capace di tenere insieme la dimensione popolare e una profondità emotiva rara, in cui la distanza non è solo geografica ma diventa il modo in cui il tempo scava nei legami, li mette alla prova, li trasforma.
In quelle strofe – dove “la lontananza” è qualcosa che consuma e al tempo stesso rende più nitido ciò che conta – si riconosce la stessa capacità di guardare ai sentimenti senza melassa e senza cinismo che ritroviamo nel suo modo di stare in tv. È un pezzo che continua a risuonare anche oggi, non solo come grande classico della canzone italiana, ma come traccia concreta del suo lavoro di scrittura e del modo in cui ha saputo dare voce, per altri, a ciò che spesso facciamo fatica a dirci da soli.
Il racconto pubblico della malattia, senza retorica
Negli ultimi anni ha scelto di parlare apertamente del tumore al pancreas che le era stato diagnosticato. Lo ha fatto in interviste e in apparizioni televisive, con una sincerità che colpiva: niente frasi motivazionali di circostanza, niente spettacolarizzazione del dolore, ma neppure silenzio forzato.
Ha spiegato, più volte, come la malattia avesse cambiato la sua quotidianità, i progetti, il modo di guardare al futuro. Senza cercare pietà, senza trasformarsi in un simbolo contro la propria volontà. Semplicemente rivendicando il diritto di raccontarsi anche in quella fase di vita, con la stessa libertà con cui aveva raccontato tutto il resto.
Per una donna abituata a vivere sotto i riflettori, scegliere di mostrare la propria vulnerabilità è un atto potente. Significa dire a chi guarda che non esistono vite perfette né corpi immuni dal tempo; che la dignità non sta nel nascondere le crepe, ma nel decidere come condividerle.
Un dolore personale e collettivo
Il dolore per la morte di Enrica Bonaccorti è, per molti, un dolore personale: l’assenza improvvisa di un volto familiare, di una voce che faceva compagnia anche quando non la si cercava. Ma è anche un dolore collettivo, perché se ne va una figura che teneva insieme più cose: la tv generalista di un tempo, la radio, la scrittura, l’impegno civile implicito nel modo in cui parlava di donne, di corpi, di libertà.
Non è un caso che, alla notizia della sua morte, il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli abbia scritto: «Con la scomparsa di Enrica Bonaccorti perdiamo una voce libera, intelligente e mai banale». Per una parte della comunità LGBTQIA+ Bonaccorti è stata una presenza riconoscibile e alleata, capace di usare il proprio spazio pubblico per allargare lo sguardo su corpi, desideri, libertà.
Nel giugno 2019 aveva partecipato a Roma all’inaugurazione della Pride Croisette, il festival culturale del Roma Pride. In quella occasione lasciò al pubblico una frase che molti ricordano ancora oggi: «Se vi dicono che non siete normali, rispondete: sono eccezionale». Una battuta fulminea che riassume bene il suo modo di stare dalla parte di chi viene considerato “fuori norma”: ribaltare l’insulto in orgoglio, trasformare la presunta anomalia in valore.
Non era perfetta, non era “piaciona”, non si accomodava nel consenso facile. Ed è forse proprio questa imperfezione esibita, questa volontà di non smussarsi troppo, a renderla oggi così vicina: una donna che non ha costruito una santità postuma, ma ha lasciato in eredità la propria umanità, con tutte le sue contraddizioni.
Cosa resta di Enrica Bonaccorti
Di lei restano i programmi, le interviste, i libri, le canzoni. Ma soprattutto resta un modo di stare al mondo: a testa alta, con ironia, senza chiedere continuamente scusa per quello che si è.
Per le ragazze e le donne che oggi cercano di farsi largo in ambienti ancora fortemente giudicanti, la sua storia suggerisce una strada: non si può evitare lo sguardo degli altri, ma si può scegliere quanto peso dargli. Enrica Bonaccorti ha scelto – spesso apertamente, talvolta con fatica – di non lasciare che quel giudizio decidesse chi doveva essere.
In questo sta la sua lezione più attuale: vivere da persone libere, sapendo che non piaceremo a tutti, ma continuando a camminare. Anche per questo, oggi, il dolore per la sua morte si accompagna a una forma di gratitudine: per tutto quello che, senza proclami, ci ha insegnato su come restare noi stessi, fino alla fine.
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