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Orbán sconfitto, festeggia la comunità LGBTQIA+

Dopo 16 anni di potere e anni di politiche restrittive, culminate nel divieto del Pride, la sconfitta del premier ungherese segna un momento simbolico per i diritti civili e la mobilitazione LGBTQIA+ in Europa.

La sconfitta politica di Viktor Orbán alle elezioni parlamentari ungheresi del 2026, che hanno premiato il partito Tisza di Péter Magyar, parla anche – e soprattutto – alle persone LGBTQIA+.

Il simbolo più evidente è stato il divieto di organizzare il Pride in Ungheria lo scorso anno. Un atto pensato per cancellare dal territorio pubblico la visibilità LGBTQIA+ Eppure il Pride si è tenuto comunque: grazie alla caparbietà degli attivisti ungheresi e al supporto concreto di tante associazioni LGBTQIA+ arrivate da altri Paesi europei. Quella marcia, formalmente proibita ma di fatto reale, ha mostrato due cose: che il controllo del potere non è totale e che la solidarietà transnazionale può forzare i confini imposti dai governi.

È in questo contesto che la sconfitta di Orbán assume un significato particolare. Si incrina l’idea di un leader intoccabile, dotato di un consenso infinito e in grado di riscrivere a piacimento le regole del gioco. Per molte persone  LGBTQIA+ ungheresi è, prima di tutto, un sollievo psicologico: la conferma che il sistema non è monolitico, che il voto può ancora punire chi costruisce la propria fortuna politica sulla paura dell’altro.

Ma sarebbe ingenuo leggere questo risultato come una svolta immediata sui diritti. Le leggi repressive restano, così come il controllo sui media e il clima culturale ostile alimentato per anni. Non basta una battuta d’arresto elettorale perché una società torni all’improvviso inclusiva.

Per questo, la notizia di oggi è “bella” ma va maneggiata con cautela. È un’opportunità, non una garanzia. Da un lato, dà forza alla comunità  LGBTQIA+ ungherese e alle ONG che chiedono da tempo il ritiro delle norme anti-“propaganda gay”. Dall’altro, chi ha costruito il proprio potere sull’ostilità verso le minoranze potrebbe tentare un nuovo irrigidimento, anche solo per consolidare il proprio lascito politico.

Il ruolo dell’Europa e delle organizzazioni internazionali sarà decisivo: trasformare questo voto in pressione concreta per ripristinare lo Stato di diritto e tutelare le persone  LGBTQIA+, non solo a parole. Ma altrettanto decisivo sarà il lavoro quotidiano di chi, in Ungheria, continua a esporsi in prima persona.

Il Pride vietato ma comunque celebrato resta la metafora più efficace: anche quando il potere dice “non esistete”, la comunità risponde occupando lo spazio con i propri corpi e le proprie storie. La sconfitta di Orbán non chiude la stagione dell’ostilità, ma apre uno spiraglio. Sta alla società civile – e a chi la sostiene da fuori – allargarlo, finché non diventi un passaggio vero verso una democrazia in cui i diritti di tutti non siano più oggetto di trattativa politica.

Le associazioni internazionali sono sempre state vicine alla comunità LGBTQIA+ ungherese e lo hanno dimostrato anche oggi dopo questo risultato accolto con sollievo.

Per la comunità LGBTQIA+ ungherese – e per chi in tutta Europa ne condivide le lotte – resta indispensabile tenere i piedi ben piantati per terra e continuare a vigilare su ogni passo politico. La battaglia per l’uguaglianza, naturalmente, non si chiude qui. Ma oggi, per la comunità LGBTQIA+ ungherese, è un giorno in cui la prospettiva di visibilità e libertà appare un po’ meno distante.

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