Lo sport fa bene alla mente. Tranne quando ti chiede tutto

Salute mentale, sport d’élite e cultura della performance

Agli Internazionali BNL d’Italia, al Foro Italico, il tema della salute mentale è entrato dentro uno dei luoghi più simbolici dello sport italiano.
Non come slogan da convegno, ma come vera e propria questione sanitaria.

È stato presentato uno studio sperimentale realizzato da Agenas, Sport e Salute e Ministero della Salute sul valore dell’attività fisica per il Servizio sanitario nazionale.

Secondo le stime:

  • ogni euro investito nello sport genera 2,24 euro di benefici sanitari diretti;
  • ansia e depressione registrerebbero una riduzione stimata di oltre 92 mila casi;
  • il risparmio sanitario legato alla salute mentale supererebbe i 74 milioni di euro.

(fonte: sportesalute.eu)

Quando lo sport smette di fare bene

Qui nasce però la contraddizione più scomoda.

Se lo sport praticato può migliorare il benessere mentale, lo sport professionistico spesso produce l’effetto opposto.

L’Organizzazione mondiale della sanità conferma che l’attività fisica riduce i sintomi di depressione e ansia. (who.int)
Ma questo vale quando lo sport è equilibrio, relazione e salute.

Non sempre quando diventa pressione continua, identità pubblica e ossessione per la performance.

I numeri che lo sport non può più ignorare

Secondo il Comitato Olimpico Internazionale, fino a un atleta d’élite su tre soffre, nel corso della carriera, di problematiche legate alla salute mentale. (olympics.com)

Nel calcio professionistico, FIFPRO ha evidenziato livelli molto alti di sintomi depressivi e ansiosi legati a:

  • pressione mediatica;
  • infortuni;
  • instabilità contrattuale;
  • esposizione pubblica costante.

(fifpro.org)

Tra gli studenti-atleti NCAA americani, i dati più recenti mostrano un aumento significativo di:

  • ansia;
  • insonnia;
  • senso di sopraffazione emotiva.

Nel 2023, una quota rilevante di atlete NCAA Division I ha dichiarato di sentirsi spesso sopraffatta, di sperimentare ansia travolgente e problemi persistenti del sonno. (ncaa.org)

Il peso dei social e della performance continua

Un atleta oggi non perde più soltanto davanti al pubblico presente sugli spalti.
Perde davanti a milioni di persone.

Ogni errore viene:

  • commentato;
  • condiviso;
  • rallentato;
  • trasformato in meme;
  • discusso sui social in tempo reale.

Il campo non finisce più con la partita.
Continua online.

Ed è proprio questa esposizione costante che sta cambiando profondamente la salute mentale degli sportivi, soprattutto tra i più giovani.

La vera domanda non è se gli atleti siano fragili

Per anni abbiamo considerato la fragilità un problema individuale.

Oggi invece emerge una domanda diversa:
quanto è diventato tossico il sistema sportivo moderno?

Forse il punto non è che gli atleti siano più deboli.
Forse il punto è che per troppo tempo nessuno poteva dire di stare male.

Lo sport sta cambiando. Ma non basta parlarne

Il segnale arrivato dagli Internazionali BNL d’Italia è importante perché mostra un cambiamento culturale:
la salute mentale non può più essere trattata come un tema secondario.

Ma parlarne non basta.

Servono:

  • ambienti sportivi meno tossici;
  • supporto psicologico stabile;
  • allenatori formati;
  • tutela contro l’odio online;
  • una cultura che smetta di confondere resistenza e autodistruzione.

Il vero campione del futuro

Per anni lo sport ci ha insegnato ad ammirare chi non si ferma mai.

Adesso deve imparare qualcosa di molto più difficile:
proteggere chi compete.

Perché il vero campione del futuro forse non sarà chi nasconde il dolore.

Sarà chi potrà finalmente dire:

“Non sto bene”

senza avere paura di perdere tutto.

Avatar bgtalks

bgtalks

Scopri di più da BGTalks

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere