You can’t be what you can’t see: sport, rappresentazione e diritti
Nello sport ciò che vediamo e ascoltiamo conta: immagini, cronache e linguaggio possono includere, ma anche alimentare discriminazioni e disuguaglianze.

Dal corso di formazione “Discrimin/azioni: sport e linguaggio”, promosso da Associazione Carta di Roma, Fondazione Gariwo e Fondazione Diritti Umaninell’ambito del Festival dei Diritti Umani, nasce un confronto su come cronache, parole e immagini possano alimentare discriminazioni oppure aprire nuovi spazi di diritti dentro e fuori i campi di gioco.
Marian Wright Edelman: “You can’t be what you can’t see”. Non puoi diventare ciò che non vedi. Nel mondo dello sport questo vale ancora di più: chi cresce senza vedere corpi, storie, accenti, colori e identità diverse rappresentate sui campi, sugli spalti e in tv, difficilmente riuscirà a immaginarsi lì, protagonista.
Sport, diritti e rappresentazione si intrecciano ogni volta che si stabilisce chi “appartiene” a un campo da gioco e chi ne resta ai margini: per il colore della pelle, il passaporto, il genere, la disabilità, l’orientamento sessuale o l’identità di genere. Le parole con cui raccontiamo lo sport possono aprire spazi di libertà oppure rafforzare confini e discriminazioni.
Lo sport come specchio delle disuguaglianze
“You can’t be what you can’t see” – non puoi diventare ciò che non vedi – è il filo rosso che attraversa le storie e i dati emersi durante il corso di formazione “Discrimin/azioni: sport e linguaggio”. Lo sport, spesso raccontato come un universo neutro e meritocratico, in realtà rispecchia le disuguaglianze della società e, a volte, le amplifica.
Da un lato c’è il mito dello sport come ascensore sociale, campo aperto a tutte e tutti. Dall’altro, i numeri e le testimonianze mostrano barriere esplicite e implicite: chi può permettersi una determinata disciplina, chi viene scelto o scelta, chi resta in panchina o ai bordi del campo, chi non arriva neanche a iscriversi perché nessuno lo invita, lo accompagna o lo immagina in quello spazio.
Le voci di Luisa Rizzitelli (giornalista ed esperta di politiche di genere, presidente di ASSIST – Associazione Nazionale Atlete, https://www.assistitaly.eu), Danielle Frederique Madam (atleta di origine camerunense, lanciatrice del peso), Giulia Riva (giornalista e nuotatrice paralimpica) e Paolo Maggioni (conduttore de La Domenica Sportiva e giornalista di Rai News) mostrano come genere, razza, cittadinanza, disabilità e orientamento sessuale si intreccino nella pratica sportiva e, soprattutto, nel racconto che ne facciamo.
Genere e potere: una meritocrazia a metà
I numeri raccolti da Rizzitelli fotografano una meritocrazia a metà. Se guardiamo alle posizioni di vertice, lo sport italiano resta largamente in mano agli uomini:
- nelle nazionali italiane, su 117 allenatorisolo 9 sono allenatrici;
- nei principali club degli sport di squadra analizzati, su 357 allenatori solo 11 sono donne, tutte su panchine femminili;
- tra i dirigenti federali, circa l’86,3% è uomo;
- su 50 presidenti federali, appena 2 sono donne.
Non è un incidente statistico, ma un modello di potere che fatica a cambiare. Le donne nello sport non sono solo atlete “da valorizzare”: sono anche tecniche, dirigenti, allenatrici, professioniste che raramente arrivano ai vertici, anche quando hanno competenze e risultati. La riforma del 2023, che prevede un incremento delle quote femminili negli organi di governo dello sport, è un passo in avanti, ma non basta una norma per cambiare un immaginario e una cultura sedimentata.
La discriminazione di genere si intreccia con altre forme di esclusione: chi ha un background migratorio, chi vive una disabilità, chi appartiene alla comunità LGBTQ+incontra ostacoli aggiuntivi, spesso invisibili.
Lo stesso report segnala che studenti e studentesse con background migratorio praticano sport molto meno dei loro coetanei italiani. La forbice si allarga se guardiamo alle persone con disabilità: solo una su dieci pratica attività sportive in modo continuativo. Un’altra forma di discriminazione colpisce le persone LGBTQ+: circa il 40% di chi partecipa ad attività sportive rinuncia al coming out – rivelare il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere volontariamente – per paura delle conseguenze, dei commenti nello spogliatoio, dell’ostilità di compagne/i, allenatori e tifoseria.
In questa cornice, non si tratta solo di “pari opportunità” astratte, ma di chiedersi chi viene messo in condizione di giocare, allenarsi, competere e raccontarsi senza dover nascondere parti di sé.
La riforma del 2023, che prevede un inquadramento lavorativo per chi supera i 5.000 euro di compensi sportivi, non ha risolto tutto. Ancora oggi, campionesse come Paola Egonu vengono inquadrate formalmente come dilettanti: meno tutele, meno diritti, meno riconoscimento. Nel corso ci fermiamo su casi come questo per capire come le scelte giuridiche e contrattuali incidano sulla possibilità di nominare lo sport delle donne come vero lavoro.
La discriminazione di genere si intreccia con altri nodi: clausole anti-maternità, carriere spezzate da gravidanze non tutelate, resistenza culturale a riconoscere lo sport come lavoro. In aula lavoriamo su esempi concreti di comunicati, interviste e articoli per individuare dove il linguaggio oscura questi conflitti o, al contrario, li rende visibili e politicamente leggibili.
«Non esiste una politica seria per capire perché le donne non arrivano nei ruoli di vertice e per cambiare davvero le cose», sottolinea Rizzitelli. Nella discussione del corso questa frase diventa una domanda aperta: quali strumenti, dentro e fuori dal linguaggio, servono perché il merito non sia solo uno slogan?
Razza, cittadinanza e il senso di appartenenza: il diritto di esistere
La storia di Danielle Frederique Madam mostra in modo esemplare come razza, cittadinanza e rappresentazione si sovrappongano. Camerunense di nascita, cresciuta in Italia, Madam arriva all’atletica quasi per caso e si innamora del lancio del peso, disciplina spesso raccontata come “maschile” o “poco femminile”.
«Ero quella sempre fuori dalla classe. Lo sport è stato il posto in cui ho trovato spazio, anche quando nessuno mi cercava» racconta. Ma il campo da gioco non è un luogo neutro: gli sguardi sul suo corpo, i commenti sui capelli, il colore della pelle, la questione della cittadinanza e del passaporto la inseguono dentro e fuori la pista.
Il lancio del peso, considerato “maschile”, è l’ennesimo prisma attraverso cui leggere gli stereotipi di genere applicati ai corpi delle atlete: troppo forti, troppo muscolose, troppo lontane dall’idea di “femminilità” dominante.
A 13 anni, Danielle non può andare ai Mondiali studenteschi con la nazionale italiana perché non ha ancora il passaporto. Corre, lancia, si allena qui, ma per l’ordinamento giuridico non è ancora “abbastanza italiana” per indossare quella maglia. L’inclusione, in casi come questo, non è uno slogan: passa per pratiche amministrative concrete, per il modo in cui le federazioni e le istituzioni decidono chi può rappresentare il Paese.
«Si parla tanto di inclusione, ma spesso ci si ferma ai post sui social» osserva. La domanda di fondo è sempre la stessa: chi consideriamo davvero parte della nostra comunità sportiva e nazionale?
La domanda di fondo è sempre la stessa: una persona può esistere pienamente, nello sport, per quello che è – colore della pelle, origini, orientamento sessuale – senza dover nascondere parti di sé? Nelle lezioni dedicate all’orientamento sessuale e all’identità di genere affrontiamo anche il tema di outing e coming out forzati nel racconto sportivo, chiedendoci quali pratiche linguistiche rispettino davvero l’autodeterminazione delle persone LGBTQIA+.
Disabilità, sguardo e nuova narrazione
Per Giulia Riva, che convive da 35 anni con una disabilità, l’acqua è stato lo spazio in cui ha potuto cambiare lo sguardo su di sé. «In acqua ho una mobilità che fuori dall’acqua non ho» racconta. Lo sport diventa allora un modo per abitare il proprio corpo in un altro modo, per sperimentare libertà di movimento e di immaginazione.
A 28 anni, durante il praticantato giornalistico, una bagnina le dice: «Sei bravina, perché non provi seriamente a fare la nuotatrice paralimpica?». Dall’inizio della sua attività sportiva fino ad oggi ha conquistato diverse medaglie, tra cui due ori nei IV Italiani Assoluti Vasca Corta, Fabriano 2022, nelle discipline rana e stile libero. E la scoperta di poter trasformare una disabilità in un’abilità.
Le Paralimpiadi di Parigi segnano una svolta anche nel modo in cui la disabilità viene raccontata: per la prima volta, tante persone con disabilità si vedono in tv non come “eccezioni eroiche” o casi pietistici, ma come atlete e atleti a pieno titolo, con gare, tempi, sconfitte e vittorie. Nel 2024 Rai 2 trasmette tutte le discipline paralimpiche: uno spazio di visibilità inedito che, però, va riempito di linguaggi adeguati.
Qui la frase di Marian Wright Edelman diventa ancora più concreta: «You can’t be what you can’t see. Non puoi diventare ciò che non vedi». Per Riva, “disabilità” non è una brutta parola da evitare: il problema non è nominarla, ma ridurla a etichetta o cliché. Raccontare la disabilità nello sport significa mostrare allenamenti, fatiche, conflitti, scelte tecniche e di vita, non solo “storie che fanno commuovere”.
Anche l’ironia diventa strumento di libertà: con il progetto “Agitanti”, un magazine radiofonico che ha avviato negli ultimi anni, Riva racconta il mondo paralimpico attraverso voci e personalità diverse, giocando con gli stereotipi per smontarli dall’interno.
Anche l’ironia diventa strumento di libertà, come nel profilo Instagram “Le 3 gambette”(dei nuotatori paralimpici Simone Barlaam, Federico Morlacchi e Alberto Amodeo), che rovescia lo sguardo altrui e toglie potere allo stigma. Esempi di auto-narrazione ironica e i suoi effetti: quando alleggeriscono, quando rischiano di diventare auto-censura, come possono aprire conversazioni più oneste su corpi, accessibilità e desideri.
Cambiare il racconto per cambiare il campo
Per Paolo Maggioni, giornalista Rai che ha iniziato la carriera a Radio Popolare e ha fatto parte della squadra di “Caterpillar”come conduttore e inviato, il servizio pubblico ha una responsabilità precisa: «Il servizio pubblico deve illuminare le zone d’ombra, non solo dare luce a ciò che è già visibile». Oggi conduce La Domenica Sportiva e lavora nella redazione di Rai News24, da dove osserva quanto conti la scelta delle storie da mandare in onda e il modo in cui vengono raccontate.
Di fronte a questi segnali – i dati su genere, background migratorio, disabilità, orientamento sessuale e identità di genere; le storie di chi resta ai margini; i vuoti di rappresentazione – il ruolo del giornalista è fondamentale per una copertura delle notizie sportive sensibile, accurata e attenta. Le parole scelte nei titoli, nelle cronache, nei commenti in diretta possono legittimare o mettere in discussione stereotipi radicati.
Il corso di formazione “Discrimin/azioni: sport e linguaggio” nasce proprio con questo obiettivo: offrire a giornaliste e giornalististrumenti, dati, esempi concreti e buone pratiche per raccontare lo sport senza cedere a narrazioni tossiche o superficiali. Il percorso è proposto dall’Associazione Carta di Roma, dalla Fondazione Gariwo e dalla Fondazione Diritti Umani e si svolge all’interno del Festival dei Diritti Umani, in dialogo con chi lo sport lo vive sulla propria pelle e con chi lo racconta ogni giorno.
Paolo Maggioni: conduttore de «La Domenica Sportiva» e giornalista di RaiNews24.
Accanto a loro, Giulia Riva porta la doppia prospettiva di giornalista e nuotatrice paralimpica: attraverso “Agitanti” e il racconto delle Paralimpiadi di Parigi 2024, mostra cosa significa costruire narrazioni sulla disabilitàche non siano né eroiche né pietistiche. Luisa Rizzitelli, giornalista e docente esperta di politiche di genere, presidente e fondatrice di ASSIST – Associazione Nazionale Atlete, lavora da anni sulla rappresentanza femminile nello sport e sulla gender equity nelle organizzazioni: esperta di comunicazione, è responsabile di Better Place®, programma di learning e gender equity assessment per aziende, e responsabile ufficio stampa di Differenza Donna. Nel 2003 ha ricevuto il Premio Marisa Bellisario e nel 2020 è stata inserita tra le cento donne di successo scelte da Forbes Italia.
A moderare l’incontro ci sono Paola Barrettae Joshua Evangelista, entrambe/i con uno sguardo allenato alle sfumature del linguaggio. Paola Barretta, giornalista e portavoce dell’Associazione Carta di Roma, si occupa di formazione per giornaliste/i, divulgazione e data journalism su migrazioni e razzismo; come ricercatrice studia opinione pubblica, comunicazione dell’emergenza e “crisi dimenticate”, in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia. Joshua Evangelista, giornalista e responsabile della comunicazione della Fondazione Gariwo, ha contribuito alla creazione di GariwoMag e all’ideazione del podcast “Storie di Giusti”, pubblicato sui canali della Fondazione, e ha scritto reportage e interviste dal Medio Oriente, dall’Europa orientale, dall’Africa e dal Sud America per testate come “La Stampa”, “Avvenire” e “l’Espresso”.
L’obiettivo comune è chiaro: mettere al centro le persone, non gli stereotipi. Fare spazio a chi è stato ignorato o ridotto a “caso speciale”. Allenare lo sguardo di chi informa, perché ogni scelta di linguaggio– dalla cronaca della partita al titolo di un pezzo di costume – può contribuire ad allargare o restringere il campo dei diritti.
Se nel nostro immaginario sportivo continuano a mancare corpi, accenti, storie e identità diverse, resterà sempre qualcuno costretto a guardare da lontano. Non esiste sport libero finché qualcuno è costretto a stare sugli spalti del proprio desiderio.