Fátima Baeza e Guillermo Ortega riportano in scena Frankie y Johnny: il coraggio di amare dopo il dolore

Dal testo cult di Terrence McNally al film con Al Pacino e Michelle Pfeiffer, fino alla nuova versione del Teatro Lara: una storia che continua a parlare di trauma, perdita e della difficile possibilità di fidarsi ancora

Fátima Baeza e Guillermo Ortega – Frankie y Johnny

Quando una storia d’amore racconta in realtà la paura di sopravvivere

Ci sono opere che resistono al passare degli anni non perché raccontano grandi passioni o amori impossibili, ma perché riescono a entrare nelle zone più fragili dell’essere umano, quelle in cui convivono il desiderio di essere amati e il terrore di soffrire ancora. Frankie y Johnny continua a emozionare proprio per questo motivo: dietro l’apparenza di una commedia sentimentale si nasconde una riflessione profondissima sulla solitudine, sulla memoria del dolore e sulla fatica di concedersi una nuova possibilità quando la vita ha già lasciato ferite difficili da rimarginare.

La nuova versione presentata al Teatro Lara da Fátima Baeza e Guillermo Ortega, coppia anche nella vita e genitori di due figli, parte da questa consapevolezza e costruisce uno spettacolo che evita accuratamente il melodramma e ogni forma di romanticismo artificiale. La loro interpretazione sceglie invece la strada dell’intimità e della verità emotiva, aggiungendo al testo originale momenti di ironia e leggerezza che non servono ad alleggerire il dolore, ma a renderlo ancora più umano. Perché le persone ferite non vivono costantemente immerse nella tragedia: spesso si difendono proprio attraverso l’umorismo, le battute improvvise, la quotidianità apparentemente normale dietro cui cercano di nascondere la paura.

È questo il primo grande merito dello spettacolo del Teatro Lara: ricordare che Frankie non è una donna “difficile”, né una figura tragica costruita per suscitare compassione. Frankie è una donna sopravvissuta al dolore, e tutta la sua apparente durezza nasce semplicemente dal bisogno di proteggersi.

Dal teatro Off-Broadway a un classico contemporaneo: la nascita di Frankie and Johnny in the Clair de Lune

La storia nasce nel 1987, quando Terrence McNally scrive Frankie and Johnny in the Clair de Lune, opera teatrale destinata a diventare rapidamente uno dei grandi successi dell’Off-Broadway americano. Interpretata originariamente da Kathy Bates e F. Murray Abraham, la pièce ottenne un’accoglienza straordinaria sia da parte della critica sia del pubblico, superando le cinquecento repliche e trasformandosi in un piccolo classico contemporaneo. 

McNally costruisce il testo attorno a una situazione estremamente semplice e apparentemente minimale: un uomo e una donna, colleghi di lavoro in un ristorante di Manhattan, trascorrono insieme una notte dopo aver fatto l’amore. Tutto avviene all’interno di un piccolo appartamento e l’intera tensione drammaturgica nasce quasi esclusivamente dal dialogo tra i due personaggi. Eppure, proprio dentro questa semplicità, l’autore riesce a mettere in scena qualcosa di universale.

Johnny è espansivo, impulsivo, quasi soffocante nel suo entusiasmo. Ha bisogno di credere immediatamente che quell’incontro rappresenti l’inizio di una nuova vita. Frankie invece reagisce in maniera opposta: evita il coinvolgimento emotivo, minimizza continuamente ciò che è accaduto, cerca di impedire a ogni costo che quella notte possa trasformarsi in qualcosa di più profondo.Per molto tempo il personaggio di Frankie è stato interpretato come quello di una donna incapace di lasciarsi andare ai sentimenti. Le letture più contemporanee, però, hanno completamente ribaltato questa prospettiva, sottolineando come la protagonista sia in realtà una sopravvissuta al trauma e alla violenza emotiva, una donna che ha imparato a difendersi chiudendosi completamente alla possibilità di fidarsi ancora. 

Ed è probabilmente proprio questa rilettura a rendere oggi Frankie y Johnny un’opera sorprendentemente moderna.

Frankie e il trauma femminile: il corpo come luogo della memoria del dolore

Nella versione interpretata da Fátima Baeza emerge con una forza particolare uno degli aspetti più dolorosi del personaggio: Frankie porta addosso il trauma della perdita del bambino che aspettava e la consapevolezza di non poter più avere figli. Una ferita devastante che cambia radicalmente il modo in cui guarda se stessa e il proprio futuro.

Non si tratta soltanto di un lutto personale, ma di una frattura identitaria profondissima, perché la società continua ancora oggi a esercitare sulle donne una pressione silenziosa ma costante, legando il valore femminile alla maternità, alla capacità di accudire, alla possibilità di costruire una famiglia. Perdere questa possibilità significa spesso sentirsi improvvisamente incomplete, private di qualcosa che il mondo considera fondamentale.

È qui che Frankie y Johnny smette definitivamente di essere soltanto una storia romantica e diventa invece un racconto estremamente importante dal punto di vista sociale e umano. Frankie rappresenta infatti tutte quelle donne che convivono con traumi invisibili: donne sopravvissute alla violenza domestica, a relazioni tossiche, alla perdita, all’abbandono, e che per questo motivo hanno imparato a vivere in uno stato di costante autodifesa emotiva.

Il testo di McNally ha il merito straordinario di non trasformare mai il personaggio in una vittima passiva. Frankie resta sarcastica, dura, spesso persino aggressiva, ma proprio questa durezza diventa la prova più evidente della sua fragilità. Fátima Baeza riesce a restituire tutto questo con grande sensibilità, costruendo un personaggio che non chiede pietà e che non cerca salvezza, ma semplicemente il diritto di non soffrire ancora.

Clair de Lune: la musica che diventa un personaggio invisibile

C’è poi un elemento fondamentale che attraversa tutte le versioni di Frankie y Johnny — il testo teatrale, il film hollywoodiano e lo spettacolo del Teatro Lara — ed è la presenza di Clair de Lune di Claude Debussy.

La celebre composizione impressionista non è un semplice accompagnamento musicale e nemmeno una colonna sonora romantica scelta per creare atmosfera. La musica diventa una presenza emotiva costante, quasi un personaggio invisibile che entra nella stanza insieme ai protagonisti e accompagna i loro silenzi, le loro paure e tutto ciò che non riescono a confessare apertamente.

Già il titolo originale dell’opera teatrale, Frankie and Johnny in the Clair de Lune, rivela quanto il brano sia centrale nella costruzione del racconto. 

Clair de Lune possiede quella malinconia sospesa tipica della musica di Debussy, una dolcezza fragile che sembra vivere continuamente in equilibrio tra speranza e tristezza. Ed è esattamente lo stato emotivo di Frankie.

Nel momento più intenso della storia, la musica non accompagna semplicemente una scena d’amore: crea uno spazio emotivo dentro cui la protagonista riesce finalmente ad abbassare le proprie difese. Johnny utilizza quella musica quasi come un atto di fede nella possibilità della bellezza, cercando disperatamente di convincere Frankie che il mondo possa ancora contenere qualcosa di buono nonostante il dolore.

Ed è significativo che Frankie reagisca inizialmente con fastidio e diffidenza. Chi ha sofferto profondamente spesso smette di fidarsi persino della felicità, perché teme che possa sparire da un momento all’altro.

Nel film con Michelle Pfeiffer e Al Pacino, la scena costruita attorno a Clair de Lune diventa uno dei momenti più memorabili della pellicola, trasformando il silenzio tra i due personaggi in qualcosa di quasi insopportabilmente intimo. 

Anche nella versione del Teatro Lara il brano conserva questa funzione centrale. L’arrivo della musica interrompe improvvisamente il realismo quotidiano della scena e apre una dimensione più fragile e vulnerabile, quasi poetica. In quel momento Clair de Lune smette di essere soltanto Debussy e diventa la voce di tutto ciò che Frankie non riesce a dire: la paura di ricominciare, il desiderio di sentirsi ancora amata, il bisogno di credere che qualcuno possa restare senza ferire.

Hollywood e la trasformazione del dolore: il film con Al Pacino e Michelle Pfeiffer

Al Pacino e Michelle Pfeiffer – Frankie & Johnny

Nel 1991 Garry Marshall porta la storia al cinema con Frankie & Johnny, affidando i ruoli principali ad Al Pacino e Michelle Pfeiffer. Il film ottiene grande popolarità internazionale e contribuisce a trasformare il testo di McNally in un vero fenomeno culturale. 

Rispetto alla pièce teatrale, la versione cinematografica amplia notevolmente l’universo narrativo. Non c’è più soltanto l’appartamento claustrofobico della notte originale: il film introduce il ristorante, i colleghi, la città, la vita quotidiana dei protagonisti. Hollywood rende inevitabilmente la storia più luminosa, più romantica e più accessibile al grande pubblico.

Eppure il nucleo emotivo dell’opera rimane sorprendentemente intatto.

Michelle Pfeiffer costruisce una Frankie straordinariamente vulnerabile, segnata da una tristezza silenziosa che emerge nei dettagli più piccoli, negli sguardi trattenuti, nella continua paura di lasciarsi andare. Molte recensioni dell’epoca sottolinearono proprio la delicatezza con cui l’attrice riusciva a raccontare una donna convinta di non meritare più felicità. Roger Ebert parlò di una performance capace di mostrare “la paura autentica di chi teme di essere ferito ancora”. (rogerebert.com)

Al Pacino interpreta invece Johnny come un uomo disperatamente affamato di amore e attenzione, incapace di controllare il proprio bisogno emotivo. Oggi alcune dinamiche del personaggio vengono osservate con uno sguardo diverso rispetto agli anni Novanta: dopo il #MeToo, diversi critici hanno evidenziato come certe insistenze maschili considerate romantiche all’epoca possano apparire oggi più problematiche e ambigue. 

Ma è proprio questa imperfezione a rendere la storia ancora viva e contemporanea. Johnny non è un principe azzurro e non viene mai presentato come tale. È un uomo solo che prova goffamente a convincere Frankie che il futuro non debba necessariamente fare paura.

La versione del Teatro Lara: meno idealizzazione, più umanità

Fátima Baeza e Guillermo Ortega – Frankie y Johnny

La scelta di Fátima Baeza e Guillermo Ortega è particolarmente interessante perché recupera l’intimità del testo teatrale originale, ma introduce allo stesso tempo una dimensione più quotidiana e reale. I momenti di umorismo inseriti nello spettacolo non servono a rendere più leggera la storia, bensì a mostrarne la verità emotiva: chi soffre non vive continuamente immerso nel dolore, ma cerca continuamente strategie per conviverci.

La complicità reale tra i due attori attraversa tutto lo spettacolo e rende credibili anche i silenzi più piccoli. Non sembrano due interpreti che recitano una relazione sentimentale, ma due persone adulte che conoscono davvero la stanchezza della vita, il peso delle delusioni e il bisogno di sentirsi accolti senza dover fingere di essere perfetti.

Ed è probabilmente proprio questa autenticità a rendere la loro versione così intensa.

Perché il centro della storia non è il romanticismo.

È la paura.

La paura di amare ancora. La paura di fidarsi. La paura di perdere di nuovo tutto.

L’amore non salva, ma può restare accanto al dolore

La grandezza di Frankie y Johnny sta nel fatto che non promette mai guarigioni miracolose. Frankie non supera improvvisamente il proprio trauma e Johnny non cancella le cicatrici del suo passato. La perdita del figlio resta, la paura resta, la memoria della sofferenza resta.

Eppure, lentamente, qualcosa cambia.

Non perché l’amore abbia il potere magico di guarire tutto, ma perché Johnny offre a Frankie qualcosa di molto più realistico e umano: la possibilità di non affrontare il futuro completamente sola.

Ed è questo il messaggio più profondo della storia.

Molte donne sopravvissute alla violenza, al lutto o all’abbandono conoscono bene quella sensazione sospesa in cui convivono il desiderio di lasciarsi amare e il terrore di soffrire ancora. Frankie non smette di avere paura. Semplicemente accetta l’idea che forse si può continuare a vivere anche con le cicatrici addosso.

E che a volte l’amore non è qualcuno che ti salva.

È qualcuno che sceglie di restare.

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