Killing Eve e la sindrome della “lesbica morta”: perché il finale che ha fatto infuriare il mondo LGBTQ+ continua a far discutere

Da Villanelle a Lexa, da Root a Tara. Per decenni cinema e televisione hanno raccontato l’amore tra donne attraverso lo stesso schema narrativo: quando una coppia lesbica raggiungeva finalmente la propria realizzazione, una delle due finiva per morire. Il finale di Killing Eve ha riportato al centro del dibattito uno dei tropi più discussi della cultura pop contemporanea: il cosiddetto “Bury Your Gays”.

La “lesbica morta”: quando l’amore queer non poteva avere un lieto fine

Per capire perché il finale di Killing Eve abbia provocato una reazione così violenta da parte del pubblico LGBTQ+, bisogna partire da una storia molto più antica della serie stessa.

Per decenni cinema, televisione e letteratura hanno raccontato le relazioni tra donne attraverso uno schema narrativo ricorrente: quando una coppia lesbica trovava finalmente la felicità, una delle due moriva.

Oggi questo fenomeno viene identificato con l’espressione “Bury Your Gays”, uno dei tropi più discussi della cultura pop contemporanea. Il termine descrive la tendenza a eliminare, punire o uccidere personaggi LGBTQ+ proprio nel momento in cui raggiungono la propria realizzazione affettiva. Non si tratta semplicemente di morti tragiche. Il problema è la ripetizione sistematica dello stesso schema per decenni. 

Le sue radici affondano molto lontano. Per gran parte del Novecento, soprattutto durante il periodo del Codice Hays a Hollywood, i personaggi queer non potevano avere finali felici. Se apparivano sullo schermo dovevano essere puniti, redenti o eliminati. Quel modello è sopravvissuto ben oltre la censura ufficiale, trasformandosi in un’abitudine narrativa difficile da sradicare.

Negli anni Duemila il fenomeno è diventato particolarmente evidente nelle serie televisive. I fan LGBTQ+ hanno iniziato a notare come molti personaggi lesbici o bisessuali finissero sistematicamente per morire, spesso poco dopo aver dichiarato il proprio amore o aver iniziato una relazione stabile.

È successo a Tara in Buffy the Vampire Slayer. È successo a Lexa in The 100. È successo a Root in Person of Interest. E per molti spettatori è successo ancora una volta con Villanelle in Killing Eve

Questo articolo nasce proprio da qui: raccontare Killing Eve, il fenomeno mondiale che ha rivoluzionato il thriller televisivo, e capire perché il suo finale sia diventato uno dei casi più controversi della storia recente della rappresentazione LGBTQ+.

Come nasce Killing Eve: il thriller che nessuno aveva mai visto prima

Quando Killing Eve debutta nel 2018, il panorama televisivo internazionale è già saturo di thriller, serie di spionaggio e racconti incentrati su serial killer e organizzazioni criminali. Proprio per questo motivo nessuno si aspetta che una produzione apparentemente destinata a inserirsi in un genere già ampiamente esplorato riesca a trasformarsi in uno dei fenomeni televisivi più originali e influenti dell’ultimo decennio. Eppure è esattamente ciò che accade.

La serie nasce dall’adattamento delle novelle scritte da Luke Jennings e viene sviluppata per la televisione da Phoebe Waller-Bridge, autrice britannica che negli anni successivi sarebbe diventata una delle figure più importanti della televisione contemporanea grazie al successo di Fleabag. Fin dall’inizio, Waller-Bridge comprende che il vero potenziale della storia non risiede soltanto negli elementi tipici dello spy thriller, ma soprattutto nel rapporto magnetico e ossessivo destinato a svilupparsi tra le due protagoniste.

Da una parte c’è Eve Polastri, analista dell’MI5 intelligente, curiosa e insofferente ai limiti imposti dalla propria vita professionale e personale. Dall’altra troviamo Villanelle, assassina internazionale tanto brillante quanto imprevedibile, capace di passare con disarmante naturalezza dalla crudeltà più spietata a momenti di sorprendente vulnerabilità. Tra le due nasce fin dai primi episodi una connessione impossibile da definire attraverso le categorie tradizionali del thriller o della storia romantica. È una relazione che si alimenta di attrazione, ossessione, desiderio, paura, ammirazione e riconoscimento reciproco, diventando rapidamente il cuore pulsante dell’intera serie.

Ciò che rende Killing Eve diversa da qualsiasi altra produzione del periodo è proprio la sua capacità di muoversi continuamente tra generi differenti senza appartenere mai completamente a nessuno di essi. La tensione dello spionaggio convive con la commedia nera, l’azione lascia spazio all’introspezione psicologica e la violenza viene spesso affiancata da momenti di ironia surreale. Questo equilibrio estremamente delicato permette alla serie di costruire una propria identità immediatamente riconoscibile e di distinguersi all’interno di un panorama televisivo sempre più competitivo.

Il successo non tarda ad arrivare. Fin dalla prima stagione, Killing Eve conquista critica e pubblico, ottenendo recensioni entusiaste e accumulando nel corso degli anni decine di premi e centinaia di candidature internazionali. Quello che inizialmente sembrava un raffinato thriller britannico si trasforma rapidamente in un fenomeno globale capace di influenzare la televisione contemporanea e di creare una delle coppie più discusse, amate e analizzate degli ultimi anni.

Sandra Oh e Jodie Comer: le donne che hanno cambiato la televisione

Una grande serie può nascere da una sceneggiatura brillante, da una regia ispirata o da un’idea originale, ma molto raramente riesce a trasformarsi in un fenomeno culturale globale senza interpreti capaci di dare vita ai suoi personaggi in modo straordinario. Nel caso di Killing Eve, gran parte del successo della serie passa inevitabilmente attraverso il talento di Sandra Oh e Jodie Comer, due attrici che hanno saputo costruire una delle relazioni più magnetiche e affascinanti della televisione contemporanea.

Quando la serie debutta nel 2018, Sandra Oh è già una figura amatissima dal pubblico internazionale grazie a Cristina Yang, il personaggio che per oltre dieci stagioni ha contribuito a rendere Grey’s Anatomy uno dei maggiori successi televisivi del XXI secolo. Nel corso della sua carriera aveva già conquistato un Golden Globe, numerosi Screen Actors Guild Awards e diverse candidature agli Emmy, imponendosi come una delle attrici più rispettate della televisione americana. Con Eve Polastri, tuttavia, riesce a sorprendere ancora una volta critica e pubblico, abbandonando l’immagine della brillante cardiochirurga per interpretare una donna molto più imperfetta, impulsiva e contraddittoria.

Eve è intelligente ma spesso irresponsabile, curiosa fino all’ossessione e incapace di resistere all’attrazione esercitata dal mistero rappresentato da Villanelle. Sandra Oh costruisce il personaggio con una straordinaria naturalezza, riuscendo a rendere credibili sia i momenti più ironici sia quelli più drammatici, senza mai perdere il controllo emotivo della narrazione. La sua interpretazione viene accolta con entusiasmo dalla critica e le vale nuove candidature agli Emmy e ai Golden Globe, oltre a un riconoscimento storico come una delle prime donne asiatiche a raggiungere una visibilità così importante nel ruolo di protagonista assoluta di una serie drammatica occidentale.

Se Sandra Oh rappresenta l’esperienza e la solidità di una carriera già consacrata, Jodie Comer incarna invece la grande rivelazione di Killing Eve. Prima della serie era considerata una giovane attrice britannica di enorme talento, apprezzata soprattutto nel Regno Unito per produzioni come Doctor Foster e Thirteen. Fu però Villanelle a cambiare completamente la sua vita professionale, trasformandola in una delle interpreti più richieste e ammirate della sua generazione.

Villanelle è uno di quei personaggi che esistono raramente nella storia della televisione. Assassina spietata, manipolatrice, brillante, infantile, divertente, inquietante e vulnerabile allo stesso tempo, richiedeva un’attrice capace di passare da un’emozione all’altra con assoluta credibilità. Jodie Comer riuscì in questa impresa con una naturalezza impressionante, regalando al pubblico una figura che nel giro di pochi episodi sarebbe diventata iconica. La sua interpretazione le valse un Emmy Award come miglior attrice protagonista, due BAFTA Television Awards e numerosi altri riconoscimenti internazionali, consacrandola definitivamente tra le grandi protagoniste della televisione contemporanea.

Ciò che rende davvero speciale il lavoro di Sandra Oh e Jodie Comer non è però soltanto il talento individuale. È la chimica straordinaria che riescono a costruire insieme. Ogni scena condivisa da Eve e Villanelle è attraversata da una tensione emotiva difficile da descrivere e ancora più difficile da replicare. Attrazione, curiosità, desiderio, paura, ammirazione e ossessione convivono continuamente nei loro sguardi e nei loro dialoghi, creando una connessione che diventa il vero motore della serie. È proprio questa alchimia a trasformare Killing Eve da eccellente thriller televisivo a fenomeno globale, capace di conquistare milioni di spettatori e di entrare stabilmente nell’immaginario collettivo della cultura pop contemporanea.

Eve e Villanelle: una delle relazioni più complesse della televisione contemporanea

Se Killing Eve è riuscita a trasformarsi in un fenomeno globale, il motivo principale va ricercato nel rapporto tra Eve Polastri e Villanelle, una relazione che nel corso delle quattro stagioni ha sfidato continuamente qualsiasi tentativo di definizione. Ridurla a una semplice storia d’amore sarebbe infatti limitante, così come sarebbe riduttivo descriverla soltanto come una rivalità o un’ossessione reciproca. La forza della serie nasce proprio dall’ambiguità di questo legame, dalla sua capacità di muoversi costantemente tra attrazione e paura, desiderio e repulsione, amore e autodistruzione.

Fin dal loro primo incontro, Eve e Villanelle sembrano riconoscere l’una nell’altra qualcosa che nessun altro personaggio è in grado di comprendere. Eve è affascinata dalla libertà assoluta con cui Villanelle attraversa il mondo, dall’assenza di regole che caratterizza ogni sua azione e dalla capacità di vivere senza preoccuparsi delle conseguenze. Villanelle, al contrario, vede in Eve una persona capace di guardarla oltre la superficie, oltre il ruolo di assassina e oltre l’immagine che lei stessa ha costruito nel corso degli anni. È una connessione che si sviluppa lentamente e che cresce stagione dopo stagione fino a diventare il centro emotivo dell’intera narrazione.

Uno degli aspetti più interessanti del loro rapporto è il rifiuto delle categorie tradizionali. Killing Eve non costruisce una classica storia romantica e non cerca mai di incasellare le proprie protagoniste all’interno di definizioni rigide. Ciò che interessa agli autori è raccontare il modo in cui due persone finiscono per orbitare continuamente l’una attorno all’altra, incapaci di separarsi anche quando sanno che la loro vicinanza potrebbe distruggerle. Questa tensione costante, alimentata dalla straordinaria chimica tra Sandra Oh e Jodie Comer, diventa il vero motore della serie e contribuisce a spiegare perché milioni di spettatori abbiano sviluppato un legame così profondo con le due protagoniste.

Con il passare degli episodi, ciò che inizialmente appare come un gioco psicologico si trasforma progressivamente in qualcosa di più complesso e doloroso. Eve e Villanelle continuano a cercarsi anche quando ogni logica suggerirebbe loro di allontanarsi, finiscono per influenzare profondamente le rispettive vite e diventano l’una lo specchio dell’altra. È proprio questa evoluzione a rendere il loro rapporto uno dei più affascinanti e discussi della televisione contemporanea e a spiegare perché il finale della serie abbia generato una reazione emotiva così intensa nel pubblico.

Il finale che ha riacceso una vecchia ferita

Quando l’ultimo episodio di Killing Eve viene trasmesso nell’aprile del 2022, milioni di spettatori in tutto il mondo si preparano a salutare una serie che per quattro stagioni aveva saputo conquistare pubblico e critica grazie alla sua originalità, alle straordinarie interpretazioni delle protagoniste e soprattutto alla complessa relazione costruita tra Eve Polastri e Villanelle. Nessuno immagina però che proprio quel finale sarebbe diventato uno degli argomenti più discussi e controversi della televisione contemporanea.

Nel corso dell’ultima stagione, la serie accompagna lentamente le due protagoniste verso una forma di riconciliazione che per anni era sembrata impossibile. Dopo inseguimenti, tradimenti, separazioni, riavvicinamenti e continui giochi di potere, Eve e Villanelle sembrano finalmente riuscire a trovare un equilibrio. Per molti spettatori non si trattava semplicemente di una svolta romantica, ma della naturale conclusione di un percorso narrativo costruito fin dal primo episodio attorno alla loro connessione emotiva. Per la prima volta, le due donne sembrano avere davanti a sé la possibilità di immaginare un futuro che non sia dominato dalla violenza, dalla fuga o dalla paura.

È proprio per questo motivo che la morte di Villanelle, colpita da un cecchino pochi istanti dopo aver condiviso uno dei momenti più significativi della propria relazione con Eve, viene percepita da una parte consistente del pubblico come qualcosa di più di una semplice scelta narrativa. La sensazione diffusa tra molti fan non riguarda soltanto la perdita di un personaggio amato, ma la brusca interruzione di una storia che sembrava finalmente aver trovato una direzione diversa rispetto a quella percorsa da tante altre relazioni queer raccontate dalla televisione nel corso degli anni.

Le reazioni non tardano ad arrivare. Nel giro di poche ore, social network, forum e testate internazionali si riempiono di commenti, analisi e discussioni che trasformano il finale di Killing Eve in un vero e proprio caso mediatico. Migliaia di spettatori esprimono la propria delusione, mentre petizioni online raccolgono decine di migliaia di firme. Molti non contestano necessariamente la morte di Villanelle in quanto tale, ma il significato simbolico che quella morte assume all’interno di una lunga tradizione televisiva che ha spesso associato le relazioni queer alla tragedia e alla perdita.

È proprio in quel momento che il dibattito smette di riguardare soltanto Killing Eve. La conversazione si allarga rapidamente alla rappresentazione LGBTQ+ nella cultura pop contemporanea, al modo in cui vengono raccontati i personaggi queer e alla responsabilità che inevitabilmente accompagna le storie capaci di conquistare un pubblico così vasto e appassionato. Il finale della serie diventa così il punto di partenza per una riflessione molto più ampia, destinata a proseguire ben oltre la conclusione dell’ultimo episodio.

A distanza di anni, ciò che colpisce maggiormente non è tanto la controversia in sé, quanto il fatto che una singola scelta narrativa sia riuscita a generare un dibattito tanto acceso e duraturo. È il segno di quanto Eve e Villanelle fossero diventate importanti per milioni di spettatori e di quanto la loro storia avesse ormai superato i confini del semplice intrattenimento per trasformarsi in qualcosa di culturalmente significativo.

Da Lexa a Root: una ferita ancora aperta nella rappresentazione LGBTQ+

Per comprendere fino in fondo le reazioni che hanno accompagnato il finale di Killing Eve, è necessario allargare lo sguardo oltre la serie stessa e osservare un fenomeno che da anni accompagna il rapporto tra il pubblico LGBTQ+ e la televisione.

Nel corso degli ultimi decenni, numerosi personaggi queer particolarmente amati dal pubblico sono stati protagonisti di finali tragici che hanno lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva degli spettatori. Uno dei casi più celebri è senza dubbio quello di Lexa in The 100. Leader carismatica, combattente e figura centrale nella vita di Clarke Griffin, Lexa diventò rapidamente una delle protagoniste LGBTQ+ più amate della televisione contemporanea. Proprio quando la sua relazione con Clarke sembrava finalmente trovare uno spazio autentico all’interno della narrazione, il personaggio venne ucciso, provocando una reazione enorme da parte dei fan e contribuendo a trasformare il dibattito sul Bury Your Gays in una questione centrale all’interno dell’industria televisiva.

Un destino simile toccò anche a Root in Person of Interest. Dopo anni di evoluzione narrativa e dopo aver costruito uno dei rapporti più intensi e complessi della serie insieme a Shaw, anche il suo percorso si concluse tragicamente poco prima dell’epilogo. Ancora oggi il personaggio viene citato tra gli esempi più discussi quando si affronta il tema della rappresentazione LGBTQ+ sul piccolo schermo.

La lista potrebbe continuare a lungo. Tara Maclay in Buffy the Vampire Slayer, Denise in The Walking Dead, Poussey in Orange Is the New Black e molte altre protagoniste hanno alimentato nel corso degli anni la percezione di uno schema narrativo che sembrava ripetersi con una frequenza difficile da ignorare. Naturalmente ogni storia è diversa e ogni morte nasce da esigenze narrative specifiche. Nessuno di questi casi può essere ridotto a una formula semplice. Eppure, osservati nel loro insieme, hanno contribuito a costruire una sensibilità particolare all’interno del pubblico LGBTQ+, sempre più attento al modo in cui determinate storie vengono raccontate e soprattutto al destino riservato ai personaggi queer.

È proprio all’interno di questo contesto che va collocata la morte di Villanelle. Per molti spettatori non si è trattato semplicemente della conclusione di un arco narrativo o della perdita di un personaggio amato. Ha rappresentato il ritorno di una sensazione già provata molte volte in passato: quella di vedere una storia d’amore queer arrivare a un passo dalla felicità per poi essere improvvisamente travolta dalla tragedia. Una percezione che spiega perché il finale di Killing Eveabbia generato una discussione così intensa e così duratura, trasformandosi in uno dei casi più controversi della televisione degli ultimi anni.

Perché il “Bury Your Gays” continua a far discutere

Chi difende il trope del Bury Your Gays ricorda spesso una verità apparentemente incontestabile: tutti i personaggi possono morire. La tragedia fa parte della narrazione e la morte di un protagonista non dovrebbe essere considerata automaticamente problematica soltanto perché appartiene a una minoranza. Tuttavia, il cuore della discussione non è mai stato questo. Il problema non riguarda la singola morte, ma la frequenza con cui determinati personaggi vengono raccontati attraverso lo stesso schema narrativo.

Per gran parte della storia della televisione e del cinema, le persone LGBTQ+ hanno avuto pochissime opportunità di vedersi rappresentate sullo schermo. Quando finalmente apparivano, spesso non potevano avere un futuro, una famiglia, una vita condivisa o un lieto fine. La loro esistenza narrativa veniva interrotta dalla malattia, dalla violenza, dal suicidio o dalla morte improvvisa. Con il passare degli anni, molti spettatori hanno iniziato a rendersi conto che non si trattava più di coincidenze isolate, ma di una tendenza che sembrava ripetersi con inquietante regolarità.

È proprio questa consapevolezza ad aver alimentato il dibattito attorno a Killing Eve. Per una parte consistente del pubblico LGBTQ+, la questione non riguardava semplicemente il destino di Villanelle, ma il fatto che ancora una volta una relazione queer arrivasse a sfiorare la felicità soltanto per essere immediatamente spezzata dalla tragedia. Quando un meccanismo narrativo si ripete per decenni, smette infatti di essere soltanto una scelta autoriale e diventa inevitabilmente un fenomeno culturale. Per questo motivo il finale di Killing Eve ha assunto un significato che va ben oltre i confini della serie stessa, trasformandosi nell’ennesimo capitolo di una discussione che continua ancora oggi a dividere pubblico, critica e autori.

Le polemiche dopo il finale e la risposta degli autori

La trasmissione dell’ultimo episodio generò una reazione che pochi avrebbero potuto prevedere nelle sue proporzioni. Nel giro di poche ore, i social network si riempirono di commenti, analisi, proteste e discussioni che coinvolsero non soltanto i fan della serie, ma anche giornalisti, critici televisivi, studiosi dei media e numerose associazioni LGBTQ+. La morte di Villanelle divenne immediatamente uno degli argomenti più discussi dell’anno televisivo.

Molti spettatori accusarono gli autori di aver ignorato il significato che Eve e Villanelle avevano assunto per una parte del pubblico nel corso degli anni. Dopo quattro stagioni costruite attorno all’evoluzione del loro rapporto, numerosi fan interpretarono il finale come l’ennesima riproposizione di un modello che la televisione contemporanea avrebbe dovuto ormai aver superato. Non si trattava soltanto della perdita di un personaggio amato, ma della sensazione di assistere ancora una volta alla negazione di un futuro possibile per una coppia queer.

Al centro delle polemiche finì soprattutto Laura Neal, showrunner dell’ultima stagione, che difese pubblicamente la scelta narrativa sostenendo che la conclusione fosse coerente con il percorso di Villanelle e con la natura stessa della serie. Secondo la sua interpretazione, il personaggio aveva raggiunto una forma di consapevolezza e di redenzione che trovava proprio nella morte il proprio compimento narrativo. Le sue dichiarazioni, tuttavia, non riuscirono a convincere una parte significativa del pubblico, che continuò a leggere il finale all’interno della più ampia storia della rappresentazione LGBTQ+ sullo schermo.

La discussione che ne seguì dimostrò ancora una volta quanto la televisione non sia soltanto intrattenimento. Le storie, soprattutto quando riescono a creare un legame emotivo profondo con il pubblico, finiscono inevitabilmente per dialogare con il contesto culturale nel quale vengono raccontate. Ed è proprio per questo che il finale di Killing Eve continua ancora oggi a essere oggetto di analisi e dibattito, molto tempo dopo la conclusione della serie.

Sandra Oh e Jodie Comer oltre Killing Eve

Uno degli elementi che hanno reso Killing Eve un fenomeno mondiale è senza dubbio il talento delle sue due protagoniste, già molto apprezzate prima dell’inizio della serie ma consacrate definitivamente dal successo dei rispettivi personaggi.

Sandra Oh era già entrata nella storia della televisione grazie alla dottoressa Cristina Yang di Grey’s Anatomy, ruolo che le aveva regalato un Golden Globe e numerose candidature agli Emmy Awards, trasformandola in una delle attrici più amate della televisione americana. Con Eve Polastri, tuttavia, riuscì a compiere un ulteriore salto di qualità, costruendo un personaggio complesso, ironico, vulnerabile e ossessivo che le consentì di ottenere nuovi riconoscimenti internazionali e di diventare la prima donna asiatica candidata come miglior attrice protagonista in una serie drammatica agli Emmy dopo decenni di assenza in quella categoria.

Per Jodie Comer, invece, Killing Eve rappresentò una vera e propria esplosione internazionale. Prima della serie era già considerata una delle giovani attrici britanniche più promettenti della propria generazione, ma Villanelle la trasformò in una star globale. La sua interpretazione riuscì nell’impresa di rendere affascinante un personaggio che, sulla carta, avrebbe potuto risultare semplicemente inquietante o disturbante. Comer costruì una figura imprevedibile, brillante, crudele, fragile e sorprendentemente umana, conquistando critica e pubblico e ottenendo un Emmy Award, due BAFTA Television Awards e numerosi altri riconoscimenti.

Ciò che rende ancora oggi memorabile il loro lavoro è soprattutto la straordinaria chimica che riuscirono a creare sullo schermo. Eve e Villanelle funzionano perché Sandra Oh e Jodie Comer riescono a trasmettere una connessione emotiva che va oltre il dialogo e oltre la trama stessa. È una tensione costante fatta di sguardi, silenzi, provocazioni e desiderio, che contribuisce a trasformare il loro rapporto in uno degli elementi più iconici della televisione contemporanea.

Cosa ci ha lasciato Killing Eve

Al di là delle polemiche che continuano ad accompagnarne il finale, Killing Eve resta una delle serie più innovative e influenti della televisione degli ultimi anni. Il suo contributo non riguarda soltanto la rappresentazione LGBTQ+ o il dibattito nato attorno al trope del Bury Your Gays, ma anche il modo in cui ha saputo reinventare il thriller contemporaneo attraverso una scrittura brillante, personaggi femminili straordinariamente complessi e una libertà narrativa che raramente si era vista in produzioni di questo tipo.

La serie ha dimostrato che due donne possono sostenere da sole una produzione internazionale di enorme successo senza dover essere definite esclusivamente attraverso relazioni sentimentali o dinamiche tradizionalmente associate ai personaggi femminili. Eve e Villanelle sono diventate figure iconiche proprio perché sfuggono continuamente alle categorie, ai ruoli prestabiliti e alle aspettative del pubblico. Sono intelligenti, imperfette, contraddittorie, affascinanti e spesso difficili da amare, ma proprio per questo incredibilmente umane.

Allo stesso tempo, il dibattito che continua a circondare il finale dimostra quanto la rappresentazione LGBTQ+ sia diventata centrale nella cultura pop contemporanea. Gli spettatori non chiedono necessariamente finali felici per ogni personaggio queer. Chiedono però la stessa varietà narrativa concessa ai personaggi eterosessuali, la possibilità di vedere storie diverse, percorsi diversi e destini diversi. Chiedono, in altre parole, che l’identità LGBTQ+ non venga automaticamente associata alla tragedia.

A prescindere dalle opinioni sul finale, pochi personaggi hanno lasciato un segno così profondo nella televisione contemporanea come Eve Polastri e Villanelle. Il loro rapporto continua a essere discusso, analizzato e celebrato perché è riuscito a raccontare il desiderio, l’ossessione, l’amore e la perdita in una forma diversa da qualsiasi altra. Ed è probabilmente questa la vera eredità di Killing Eve: aver creato due protagoniste impossibili da dimenticare e aver trasformato una serie televisiva in una discussione culturale che continua ancora oggi.

Dove vedere Killing Eve

In Italia, Killing Eve è disponibile in streaming su Tim Vision e Netflix.

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