Preston Davey, il piccolo angelo ucciso da chi avrebbe dovuto proteggerlo
Aveva tredici mesi quando è morto. Era stato allontanato dalla famiglia biologica perché potesse essere al sicuro, ma nei quattro mesi trascorsi con la coppia che lo stava adottando ha subito abusi fisici, sessuali e psicologici. Il caso ha scosso il Regno Unito e aperto una domanda che oggi riguarda l’intero sistema di protezione minorile: com’è stato possibile che nessuno abbia fermato tutto questo?

Il bambino che doveva essere protetto
Preston Elijah Davey era nato il 16 giugno 2022 al Wythenshawe Hospital, nel Greater Manchester. Cinque giorni dopo, il 21 giugno, era stato collocato in affido d’emergenza e, secondo la ricostruzione della Lancashire Police, nei primi nove mesi di vita trascorsi con i foster carers era stato descritto dai professionisti sanitari come un bambino sano e felice. Il 23 marzo 2023, un adoption panel approvò il suo collocamento con Jamie Varley e John McGowan-Fazakerley; il 31 marzo Preston trascorse la prima notte con loro. Quattro mesi dopo, il 27 luglio 2023, era morto.
Jamie Varley, 37 anni, ex insegnante di scuola secondaria, è stato dichiarato colpevole alla Preston Crown Court di omicidio, crudeltà su minore, reati sessuali e reati legati a immagini indecenti del bambino. John McGowan-Fazakerley, 32 anni, è stato dichiarato colpevole di aver causato o permesso la morte di Preston, di crudeltà su minore e di aggressione sessuale. Il Crown Prosecution Service ha precisato che Varley era “in the process of adopting” Preston con il partner: per questo, nella ricostruzione più rigorosa, Preston era un bambino collocato con due prospective adopters, cioè due adulti che lo stavano adottando, non semplicemente un bambino la cui adozione fosse già stata definitivamente completata.
La falsa versione dell’incidente
Il 27 luglio 2023, Varley e McGowan-Fazakerley portarono Preston al Blackpool Victoria Hospital privo di sensi e in arresto cardiaco. Varley sostenne che il bambino fosse annegato accidentalmente nella vasca, ma l’accusa dimostrò che quella versione non era compatibile con le prove mediche. Secondo il Crown Prosecution Service, il post mortem concluse che Preston era morto per un’ostruzione acuta delle vie aeree, compatibile con soffocamento o con l’inserimento di qualcosa nella bocca.
L’esame post mortem del Home Office documentò circa quaranta lesioni traumatiche subite durante il periodo in cui Preston era nella cura di Varley e McGowan-Fazakerley. La Lancashire Police ha indicato almeno trenta lividi esterni, lesioni interne alla bocca e alla gola, lesioni interne ad ano, intestino e vescica, e una frattura in via di guarigione al braccio sinistro, vicino al gomito, ritenuta non accidentale. Le prove mediche, secondo il CPS, mostrarono anche lesioni compatibili con aggressioni sessuali avvenute poco prima della morte e nelle settimane precedenti.
Quattro mesi di segnali
La cronologia emersa dall’indagine mostra una successione di segnali che, letti oggi, compongono un quadro devastante. Già poche settimane dopo il collocamento di Preston, Varley mandava messaggi dicendo di trovarlo fastidioso e di avere difficoltà a gestirlo. Il 23 aprile 2023, un video recuperato dal suo telefono mostrava lividi alla testa del bambino, indicativi — secondo la polizia — di precedenti episodi di crudeltà fisica. L’11 maggio, McGowan-Fazakerley fece una chiamata al 999, interrotta dopo pochi secondi; più tardi chiamò il 111 riferendo problemi respiratori e difficoltà di Preston a tenere la testa, ma non rispose alla successiva chiamata medica e non cercò ulteriori cure. Il giorno seguente, nessuno dei due riferì quei problemi alla health visitor.
Il 25 maggio Preston fu portato per la prima volta al Blackpool Victoria Hospital, con riferite difficoltà respiratorie e un presunto episodio convulsivo. In quell’occasione il personale di safeguarding dell’ospedale contattò la polizia e intervennero i detective del Child Protection Team, ma secondo la Lancashire Police il personale medico indicò che non c’erano preoccupazioni relative a possibili lesioni non accidentali. Fu l’unico contatto ricevuto dalla polizia dall’ospedale su Preston fino al giorno della sua morte. Successivamente, immagini recuperate dai telefoni di Varley e McGowan-Fazakerley mostrarono Preston in ospedale, il 25 e 26 maggio, con lividi alla testa.
Il 30 giugno Preston tornò al Blackpool Victoria Hospital per un’eruzione cutanea; in quell’occasione furono notati lividi alla testa e Varley e McGowan-Fazakerley mostrarono al personale un video in cui una scatola dei giocattoli cadeva sulla testa del bambino. Le indagini successive stabilirono però che quel video era stato registrato dodici giorni prima e non poteva quindi spiegare quei lividi. Il 6 luglio Preston fu portato di nuovo in ospedale, questa volta con un braccio fratturato; Varley fornì spiegazioni diverse al personale del pronto soccorso, ai medici, agli amici e ai social workers su come l’infortunio fosse avvenuto.
Il 23 luglio, quattro giorni prima della morte, secondo la Lancashire Police Preston fu vittima di un’aggressione sessuale da parte di entrambi gli uomini; la prova fu recuperata dal telefono di Varley e dal lettino del bambino. Il giorno successivo, Varley registrò un video in cui lasciava Preston da solo nella vasca per oltre quattordici minuti, senza seggiolino, mentre il bambino era in evidente difficoltà. Alle 16:45 del 27 luglio, Varley registrò un altro video in cui Preston era steso su un letto, respirava con fatica ed era in evidente disagio; secondo il caso dell’accusa, quel giorno Preston subì un’ulteriore aggressione da parte di Varley e poi un secondo attacco che provocò l’ostruzione delle vie aeree.
Le condanne
Il 18 giugno 2026, Jamie Varley è stato condannato a un whole-life order, cioè al carcere a vita senza possibilità di liberazione condizionale. John McGowan-Fazakerley è stato condannato a 25 anni di carcere. Durante la sentenza, Mr Justice Turner ha detto a Varley: “It was you who did this. You murdered him”, aggiungendo che il whole-life order è una pena riservata ai casi di gravità più estrema.
Sky News ha riportato anche un passaggio centrale della sentenza: secondo il giudice, il background professionale di Varley come insegnante, insieme al suo fascino e al suo modo di fare rassicurante, contribuirono a convincere altri che tutto andasse bene, anche quando non era così. È un dettaglio importante perché sposta il punto dal solo orrore del crimine alla capacità di due adulti di apparire credibili davanti a un sistema che avrebbe dovuto interrogare, collegare e verificare ogni segnale.
Il sistema inglese: chi può adottare e quali controlli sono previsti
Per capire perché il caso abbia provocato un tale shock, bisogna guardare anche al procedimento di adozione in Inghilterra e Galles. Secondo GOV.UK, può adottare una persona dai 21 anni in su che sia single, sposata, in civil partnership, parte di una coppia non sposata, eterosessuale o omosessuale, o partner del genitore del bambino. Il percorso passa attraverso un’agenzia di adozione pubblica o volontaria, una valutazione dei prospective adopters, il matching con un minore e, dopo il collocamento, la possibilità di chiedere alla corte l’adoption order quando il bambino ha vissuto con loro per almeno dieci settimane. Solo quando l’ordine viene concesso, l’adozione diventa permanente e vengono trasferite definitivamente le responsabilità genitoriali.
La valutazione non è solo formale. GOV.UK indica classi preparatorie, visite del social worker, controlli di polizia, tre referenze personali, un esame medico completo e il passaggio davanti a un adoption panel indipendente, che formula una raccomandazione all’agenzia. La stessa guida precisa che non è consentito adottare se l’aspirante adottante, o un adulto della famiglia, è stato condannato per un reato grave, per esempio contro un bambino.
Anche dopo il collocamento, almeno sulla carta, il sistema prevede controlli. La statutory guidance inglese stabilisce che, quando un bambino è collocato per l’adozione, la prima review deve avvenire entro quattro settimane dal collocamento, la seconda entro tre mesi e le successive a intervalli massimi di sei mesi fino all’adoption order o fino alla cessazione del collocamento. La stessa guida chiarisce inoltre che, prima dell’adoption order, l’autorità locale resta responsabile del bambino e ha il potere di rimuoverlo dal prospective adopter se ritiene che non debba rimanere in quella casa.
E in Italia? Le differenze con il nostro sistema
Nel nostro Paese, l’adozione nazionale piena è regolata dalla legge 184/1983 ed è costruita sulla coppia sposata: secondo il Ministero della Giustizia, possono presentare domanda i coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, oppure sposati da meno tempo se il Tribunale per i minorenni accerta una convivenza stabile e continuativa precedente al matrimonio per almeno tre anni. La legge richiede inoltre che tra i coniugi non vi sia stata separazione personale, neppure di fatto, negli ultimi tre anni, e prevede una differenza d’età tra adottanti e adottando di almeno 18 anni e non superiore, di regola, a 45 anni, salvo deroghe nell’interesse del minore.
La prima differenza, quindi, riguarda l’accesso. In Inghilterra e Galles il sistema è aperto anche a single, coppie non sposate e coppie dello stesso sesso; in Italia l’adozione nazionale piena resta legata al matrimonio. Ma questa differenza giuridica non spiega da sola ciò che è accaduto a Preston, né può essere usata per trasformare il caso in un processo alle famiglie omogenitoriali. Il punto centrale non è che Varley e McGowan-Fazakerley fossero due uomini, ma che fossero due adulti valutati come idonei, inseriti in un percorso istituzionale di adozione e poi riconosciuti responsabili, con ruoli diversi, di crimini gravissimi contro un bambino di tredici mesi.
La seconda differenza riguarda i tempi del passaggio dalla convivenza alla decisione definitiva. In Italia, dopo la scelta della coppia ritenuta più idonea, il Tribunale per i minorenni dispone l’affidamento preadottivo e vigila sul suo andamento con il supporto dei servizi sociali. La Commissione per le Adozioni Internazionali ricorda che l’affidamento preadottivo in Italia dura un anno e che, durante questo periodo, i servizi sociali territoriali incontrano la famiglia per valutare la situazione e favorire l’inserimento del minore; solo al termine di questo periodo, con possibilità di proroga, il Tribunale verifica se l’adozione definitiva corrisponda davvero all’interesse del bambino.
Detto in modo netto: in Italia una coppia non sposata non avrebbe accesso all’adozione nazionale piena con gli stessi presupposti previsti in Inghilterra e Galles. Ma la domanda più importante non riguarda l’identità della coppia; riguarda la protezione concreta del minore. Come vengono valutati gli adulti? Come vengono condivise le informazioni tra servizi sociali, ospedali e autorità? Quanto pesano le spiegazioni fornite dagli affidatari quando un bambino così piccolo arriva più volte davanti ai medici con segni di possibile abuso? E soprattutto: perché nessuno è intervenuto prima che fosse troppo tardi?
Le domande sul fallimento dei controlli
È qui che il caso diventa un possibile fallimento sistemico. Non basta chiedersi perché Varley e McGowan-Fazakerley siano stati approvati come prospective adopters; bisogna chiedersi perché, dopo lividi, accessi ospedalieri, spiegazioni contraddittorie, una frattura e problemi respiratori, il sistema non abbia ricomposto il quadro. Non un singolo episodio, ma una sequenza. Non un solo professionista, ma più agenzie. Non un dettaglio mancato, ma una catena di occasioni in cui Preston avrebbe potuto essere protetto.
Il punto non è immaginare che qualunque sistema possa prevedere in modo assoluto il comportamento criminale di due persone capaci di mentire, manipolare e mostrarsi rassicuranti. Il punto è capire che cosa accade dopo, quando un bambino già vulnerabile viene visto da medici, social workers, health visitors, polizia e ospedali, eppure continua a tornare nella stessa casa. Il caso Preston non chiede una risposta semplice; chiede una risposta strutturale.
Le parole del governo britannico
Il caso è arrivato anche alla Camera dei Comuni. Il 22 giugno 2026, durante le Topical Questions, Helen Hayes, presidente dell’Education Committee, ha ricordato che Preston era stato visto da diversi professionisti nelle settimane e nei mesi precedenti alla morte e ha chiesto quali tempi fossero previsti per l’introduzione di misure di safeguarding più forti. La Education Secretary Bridget Phillipson ha risposto di aver chiesto a esperti indipendenti di esaminare Oldham Council, Blackpool Teaching Hospitals NHS Trust e la regional adoption agency, e ha annunciato l’avvio della child safeguarding practice review guidata dalla local safeguarding partnership con il coinvolgimento del national Child Safeguarding Practice Review Panel.
Nello stesso scambio parlamentare, Suella Braverman ha detto che l’abuso sessuale e l’omicidio di Preston avevano “shocked the nation” e ha posto la domanda più diretta: tra health visitors, social workers e medici che avevano visto il bambino, perché nessuno aveva lanciato l’allarme? Phillipson ha risposto che non è possibile riportare Preston indietro, ma che il governo deve fare tutto ciò che è in suo potere per evitare che altri bambini subiscano lo stesso destino.
La Children’s Commissioner: “un fallimento dello Stato”
La dichiarazione più dura è arrivata da Dame Rachel de Souza, Children’s Commissioner for England. Dopo la sentenza, de Souza ha definito il caso “truly harrowing” e ha detto chiaramente che la morte di Preston rappresenta “a failure of the state and the safeguarding system”. Lo Stato aveva deciso che Preston non poteva essere tenuto al sicuro dalla famiglia biologica, si era assunto la responsabilità di garantirgli un futuro più sicuro, e quel bambino è stato ucciso.
De Souza ha chiesto di sapere se la morte di Preston potesse essere evitata e ha richiamato altri casi che hanno segnato il Regno Unito, da Arthur Labinjo-Hughes a Star Hobson e Sara Sharif. Ha insistito su concetti fondamentali: professional curiosity, condivisione delle informazioni, accountability e apprendimento reale dagli errori. Ha inoltre chiesto l’introduzione senza ritardi di una Child Protection Authority e del Single Unique Identifier, strumenti pensati per rafforzare la capacità del sistema di riconoscere e collegare segnali di rischio.
La reazione pubblica e la richiesta di un’inchiesta nazionale
La morte di Preston ha generato una forte reazione dell’opinione pubblica britannica. Dopo la sentenza, Blackpool Gazette e Lancashire Post hanno lanciato una petizione su Change.org dal titolo “Preston Davey deserved better. Demand a national inquiry”. Secondo l’Independent, la petizione ha superato le 100.000 firme ed è stata sostenuta anche da Ellie Goulding e Carrie Johnson, oltre che dal deputato di Blackpool South Chris Webb e dai genitori biologici di Preston, Sarah Davey e Gary Nolan.
Chris Webb ha definito ogni firma un segnale al governo: l’opinione pubblica vuole risposte su ciò che è accaduto a Preston. La richiesta non è soltanto punire i responsabili, perché la punizione è già arrivata; la richiesta è capire se il sistema abbia fallito prima della morte e se una risposta nazionale sia necessaria per evitare che altri bambini vulnerabili restino invisibili proprio mentre sono sotto tutela pubblica.
Una storia da raccontare senza scorciatoie
Il caso Preston Davey è una storia che va raccontata con fermezza, ma anche con precisione. Varley e McGowan-Fazakerley non rappresentano una comunità, non rappresentano le coppie dello stesso sesso e non rappresentano le famiglie LGBTQ+. Rappresentano sé stessi: due adulti riconosciuti colpevoli, con responsabilità diverse, di crimini atroci contro un bambino che dipendeva completamente da loro.
Lo ha sottolineato anche CoramBAAF, una delle principali organizzazioni britanniche in materia di adozione e affido, ricordando che questi individui non sono più rappresentativi degli adottanti di quanto lo siano degli esseri umani in generale. CoramBAAF ha aggiunto che enfatizzare caratteristiche identitarie come l’orientamento sessuale può distrarre dalle lezioni reali da trarre dal caso, e che non esiste evidenza che colleghi l’orientamento sessuale a un rischio di safeguarding.
Per questo la domanda non è perché un bambino sia stato collocato presso una coppia dello stesso sesso, ma perché sia stato lasciato con due persone che, nei fatti accertati dal processo, lo hanno maltrattato, abusato e portato alla morte. La responsabilità qui è personale, penale e istituzionale: riguarda i due condannati e riguarda il sistema che non è riuscito a proteggere Preston quando i segnali erano già davanti agli occhi di più professionisti.
La ferita che resta
La storia di Preston Davey è una storia di responsabilità penale, ma anche di responsabilità pubblica. È la storia di un bambino allontanato dalla famiglia biologica perché non ritenuta in grado di garantirgli sicurezza, cresciuto per nove mesi in affido e poi inserito in un percorso di adozione che avrebbe dovuto offrirgli stabilità, cura e protezione. Invece, nei quattro mesi successivi, quel percorso è diventato il luogo della sua sofferenza e della sua morte.
Per questo il caso non si chiude con l’ergastolo senza liberazione condizionale per Jamie Varley e i 25 anni di carcere per John McGowan-Fazakerley. La giustizia ha individuato i responsabili, ma ora resta la domanda più scomoda: chi doveva proteggere Preston, e perché non l’ha fatto? Non una comunità da accusare, non un modello familiare da criminalizzare, ma un sistema da interrogare fino in fondo, perché un bambino che era già sotto la responsabilità dello Stato è morto proprio mentre avrebbe dovuto essere più protetto.