María Molins, l’arte di conoscere sé stessi attraverso gli altri
Attrice, madre, interprete di uno dei personaggi più intensi di Entrevías, María Molins racconta a BGTalks il percorso che l’ha portata dalla danza alla recitazione, il valore della rappresentazione e il lungo viaggio che le ha insegnato a fare pace con sé stessa. Perché, come la sua Jimena, anche lei ha scoperto che la libertà comincia quando si smette di vivere la vita che gli altri si aspettano da noi.
L’intervista completa è disponibile su YouTube e Spotify.
Ogni intervista nasce dalla preparazione, dallo studio e da una scaletta. Ma le conversazioni più belle sono quelle che, una volta iniziate, acquistano una vita propria: cambiano direzione, aprono pensieri inattesi e portano anche oltre ciò che si era immaginato.
Con María Molins è successo questo. Da entrambe le parti c’era la volontà di ascoltare, riflettere e dare qualcosa di sé. E quando un’intervista diventa uno scambio così autentico, il risultato non può che essere magnifico.
Quando la finzione incontra la verità

Ci sono artisti che interpretano un personaggio e artisti che, attraverso ogni personaggio, sembrano cercare una risposta. María Molins appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Ascoltandola parlare, si ha l’impressione che la recitazione non sia mai stata soltanto una professione, ma uno strumento per comprendere meglio l’essere umano, esplorarne le contraddizioni, accettarne le fragilità e, soprattutto, imparare a guardare dentro sé stessa. È una sensazione che accompagna l’intera conversazione e che finisce inevitabilmente per superare i confini di Entrevías, la serie che negli ultimi anni l’ha fatta conoscere al grande pubblico internazionale.
La nostra intervista nasce anche da un articolo. Alcune settimane fa BGTalks ha dedicato un ampio approfondimento a Entrevías, scegliendo di leggerla non soltanto come un grande successo televisivo, ma come una produzione particolarmente significativa nel panorama spagnolo degli ultimi anni per il modo in cui affronta temi come l’inclusione, la diversità, l’immigrazione, i pregiudizi e la possibilità di cambiare. All’inizio della conversazione, María ci racconta che quell’articolo è stato condiviso e commentato nel gruppo che riunisce il cast e il team creativo della serie, ricevendo un apprezzamento particolare proprio da lei e da Itziar Atienza. È un riconoscimento che ci rende orgogliosi, perché conferma che è possibile fare un giornalismo culturale capace di andare oltre la cronaca di una serie televisiva e di coglierne il significato più profondo.
Non sorprende, allora, che l’intervista prenda fin dai primi minuti una direzione diversa da quella che ci si potrebbe aspettare. Si parla di Entrevías, naturalmente, ma anche di responsabilità sociale, di maternità, di vocazione, di teatro, di paure, di identità e di quella parte più autentica di noi che troppo spesso impariamo a nascondere per rispondere alle aspettative degli altri. María Molins non ha paura di usare la sua voce e la sua popolarità per difendere cause in cui crede, così come non offre mai risposte costruite o superficiali. Riflette, si ferma, torna sui propri ricordi e lascia affiorare un pensiero che sembra attraversare tutta la sua vita e tutta la sua carriera. Le emozioni rappresentano il linguaggio più universale che possediamo e l’arte, prima ancora di intrattenere, può insegnarci qualcosa su noi stessi e sulle persone che abbiamo di fronte. «Le emozioni sono un linguaggio universale», ci dice a un certo punto della conversazione. Una frase che, rileggendo l’intervista, finisce per diventare la chiave attraverso cui comprendere tutto il resto.
La bambina che cercava una forma per esprimersi
Molto prima che arrivassero il teatro, il cinema o la televisione, nella vita di María Molins c’era già un bisogno difficile da nominare: quello di trasformare ciò che sentiva in qualcosa di visibile. La sua infanzia è legata a una casa in cui l’arte faceva parte della quotidianità, con una madre pittrice, capace di riconoscere presto la sua sensibilità, e un padre che suonava un pianoforte a mezza coda sotto il quale lei amava giocare, lasciandosi avvolgere dalla musica. María ricorda una bambina felice, curiosa, incline alla fantasia, capace di perdersi nei propri pensieri anche quando la scuola pretendeva disciplina e conformità; una bambina che amava disegnare, inventare storie e osservare il mondo, ma che ancora non sapeva quale linguaggio avrebbe scelto per liberare ciò che sentiva dentro.
Il primo ricordo artistico davvero nitido risale a quando aveva appena tre anni. Era il primo giorno dell’anno e la televisione spagnola trasmetteva Il lago dei cigni. María ricorda il cigno solitario, i corpi degli altri ballerini, la musica e soprattutto l’emozione di trovarsi davanti a qualcosa di così bello da spingerla ad alzare le braccia e tentare di riprodurne i movimenti. Sua madre comprese che non si trattava soltanto di un gioco e la iscrisse a una scuola di danza diretta da una ballerina che, come ricorda María, aveva lavorato all’Opéra di Parigi; era così piccola da non arrivare ancora alla sbarra, ma possedeva già le sue prime scarpette e una certezza che l’avrebbe accompagnata per anni: voleva diventare una ballerina professionista.
In María Molins la vocazione nasce prima delle parole, come un impulso del corpo e un bisogno di esprimersi che la bambina non sa ancora spiegare, ma riconosce immediatamente. La danza diventa così il luogo in cui quell’energia può finalmente prendere forma, ma anche una disciplina severa, fatta di ripetizioni, fatica e controllo, che le insegna presto quanto un sogno possa richiedere dedizione e resistenza.
Quando la danza si interrompe e la vocazione cambia forma
Per molti anni María immagina il proprio futuro dentro una sala di danza, fino a quando un infortunio alla gamba interrompe bruscamente il percorso intrapreso all’Institut del Teatre di Barcellona. La ferita non riguarda soltanto il corpo, perché insieme alla possibilità di continuare a ballare sembra svanire anche l’identità che aveva costruito fin dall’infanzia. Aveva già lasciato Belle Arti dopo essersi resa conto che la pittura, pur amata, non era la sua strada; ora anche la danza sembrava sottrarsi, lasciandola per la prima volta senza una direzione e con la sensazione che non esistesse più un posto nel quale poter collocare il proprio desiderio artistico.
È in quel momento di smarrimento che qualcuno le suggerisce di provare recitazione. La sua reazione iniziale racconta quanto quella possibilità le apparisse estranea: «Io parlare? No, io ballo». Eppure accetta di presentarsi alle prove, affronta una settimana di esami e viene ammessa. Solo più tardi comprenderà che la recitazione non era un ripiego nato dalla rinuncia forzata a un altro sogno, ma una vocazione rimasta nascosta, pronta a emergere nel momento in cui la vita l’aveva costretta a immaginarsi diversamente. «Era la mia vocazione senza che io lo sapessi», racconta oggi, restituendo a quella frattura un significato che allora non avrebbe potuto vedere.
La storia di María Molins non è quella di un sogno abbandonato, ma di una vocazione che cambia linguaggio senza perdere la propria origine. La ballerina non scompare quando nasce l’attrice: rimane nel rapporto con il corpo, nella disciplina, nell’ascolto, nella capacità di stare dentro un’emozione prima ancora di tradurla in parole. Anche il lavoro sulla voce, che tanto colpisce ascoltandola, nasce dall’incontro tra una qualità naturale e gli anni di formazione tecnica, tra dizione, canto e studio dei risonatori; il timbro, osserva María, resta qualcosa di irripetibile, «come il colore degli occhi, della pelle o ciò che portiamo dentro», ma la tecnica permette di trasformarlo in uno strumento consapevole.
Vivere molte vite per comprendere meglio la propria
Parlando del mestiere dell’attrice, María Molins non insiste sul fascino della visibilità né sull’eccezionalità del palcoscenico, ma sulla possibilità di attraversare esistenze lontane dalla propria. Si definisce come un recipiente nel quale i personaggi entrano portando con sé mondi, professioni, solitudini, paure e contraddizioni che altrimenti le resterebbero sconosciuti. Preparare un ruolo significa osservare come cammina un’avvocata, come parla durante un processo, come abita il silenzio una persona isolata o quale ferita possa nascondersi dietro l’egoismo e persino la crudeltà. Non le interessa assolvere ogni comportamento, ma comprenderne l’origine, perché anche le parti più oscure dell’essere umano acquistano un significato quando si prova a guardarle dall’interno.
È da questa convinzione che nasce il suo invito a fare teatro, rivolto non soltanto a chi sogna di diventare professionista, ma a bambini, adolescenti e adulti. Per María il teatro dovrebbe entrare nelle scuole come materia fondamentale, perché obbliga a osservare gli altri, a uscire dal recinto delle proprie abitudini e a confrontarsi con modi diversi di pensare e di vivere. «Gli attori sono come i gatti, abbiamo diverse vite», dice, spiegando che interpretare personaggi lontani da sé ha modificato opinioni che un tempo considerava rigide e le ha insegnato che esistono molte più prospettive di quelle offerte dalla propria esperienza personale.
La sua riflessione sugli adolescenti è particolarmente intensa: proprio nell’età in cui ci si sente smarriti, il teatro può aiutare a riconoscere quel disorientamento e a trasformarlo in una possibilità di conoscenza. «Perdersi è meraviglioso, perché è un’opportunità per ritrovarsi», afferma, senza nascondere però la durezza del mestiere quando da passione diventa professione. Servono vocazione, capacità di convivere con l’instabilità e una forte tolleranza alla frustrazione, perché ogni attrice e ogni attore devono imparare a ricevere molti rifiuti senza permettere che questi definiscano il proprio valore.
«Un no non significa che vali meno e non ti definisce: significa soltanto che non eri adatto a quel posto. Troverai il tuo spazio altrove». È una frase che contiene tutta la lucidità con cui María guarda alla propria professione, senza idealizzarla e senza rinunciare alla passione che l’ha sostenuta nei momenti di maggiore precarietà.
La sua carriera non è infatti costruita su un successo improvviso, ma su una continuità ostinata. Nei periodi in cui il lavoro da attrice si è fermato, ha insegnato teatro, svolto mansioni nella produzione e continuato a lavorare per cinque anni alla scrittura di uno spettacolo e che sarebbe poi arrivato tra i finalisti dei Premi Max. «Quando hai un talento e una vocazione, non devi lasciarli morire», spiega, raccontando senza retorica la necessità di fare i conti con le spese, l’ansia dell’instabilità e il coraggio di telefonare per ammettere di non avere lavoro e chiedere una nuova opportunità.
A cinquant’anni, il momento giusto per interpretare
Questa consapevolezza le permette di affrontare con particolare chiarezza anche il tema dell’età e dello spazio riservato alle donne nell’industria audiovisiva. I ruoli maschili continuano a essere più numerosi e l’invecchiamento, osserva, non pesa allo stesso modo sulla carriera degli uomini e su quella delle donne. Un attore può continuare a essere protagonista mentre i personaggi femminili tendono a restringersi proprio quando le interpreti hanno acquisito maggiore esperienza, sicurezza e conoscenza del proprio strumento.
María rifiuta però la narrazione secondo cui la carriera di un’attrice debba inevitabilmente spegnersi dopo una certa età. Quando era giovane le dissero che a trent’anni le opportunità cinematografiche sarebbero finite; lei ricorda invece di aver vissuto proprio dopo i trentasei anni una fase importante del proprio percorso nel cinema, arrivando anche a ottenere riconoscimenti. Oggi, superati i cinquant’anni, sente di trovarsi nel momento professionale più adatto per affrontare personaggi complessi: conosce i propri punti di forza e le proprie fragilità, ha lavorato abbastanza da non dover più dimostrare a sé stessa di meritare il proprio posto e guarda con fiducia ai ruoli interessanti che continuano ad arrivare, pur sapendo che il cambiamento è ancora incompleto.
«A cinquant’anni mi sento molto più sicura, conosco i miei punti deboli e quelli forti e penso di essere nel momento giusto per interpretare». Nelle sue parole non c’è bisogno di rivendicazione aggressiva, ma la certezza di una donna che ha imparato a riconoscere il proprio valore indipendentemente dai tempi con cui la società decide di riconoscerlo.
Il Premio Gaudí, la maternità e la lezione più importante

Uno dei momenti in cui carriera e vita personale si intrecciano in modo quasi simbolico è il Premio Gaudí ottenuto per El bosc. María aveva atteso a lungo la maternità e proprio durante le riprese di quel film, nel quale interpretava un personaggio chiamato Dora, rimase incinta della figlia a cui avrebbe dato lo stesso nome. Quando salì sul palco per ricevere il riconoscimento era ormai vicina al parto, e per questo il ricordo di quella serata resta legato meno al premio che alla presenza della bambina che portava con sé.
Fu un anno che definisce magico, segnato da un ruolo importante, da un personaggio che sentiva profondamente e dalla sensazione che due desideri a lungo inseguiti avessero scelto lo stesso momento per realizzarsi. I premi, osserva, offrono visibilità e possono modificare lo sguardo dell’industria, ma nulla poteva essere paragonato alla consapevolezza di stare per diventare madre. Quell’esperienza avrebbe trasformato non soltanto la sua vita, ma anche il modo di guardare i personaggi, gli errori e le imperfezioni degli esseri umani.
Alla figlia Dora ha cercato di trasmettere l’importanza dell’amore per sé stessa, una lezione che lei per prima ha dovuto imparare lentamente attraverso il lavoro, i personaggi e un percorso personale di conoscenza. Le domanda spesso chi sia la persona che più le vuole bene al mondo e Dora risponde: «Io, mamma». Non è un esercizio di egoismo, ma il tentativo di insegnarle che nessuna relazione può sostituire il rispetto e la cura di sé, né diventare il luogo esclusivo dal quale dipende il proprio valore.
«La cosa di cui sono più orgogliosa è aver insegnato a mia figlia a volersi bene, perché è qualcosa che io non avevo imparato da bambina».
Dora le ha restituito a sua volta una forma diversa di forza e l’ha avvicinata persino a un mondo che durante l’infanzia detestava: il calcio. In casa sua le partite imponevano silenzio proprio quando tornava dalle lezioni di danza, mentre oggi accompagna la passione della figlia e le ricorda quanto sia fortunata a poter crescere guardando calciatrici che María, da bambina, non aveva mai potuto avere come riferimento. Il calcio femminile diventa così un altro esempio concreto della forza delle rappresentazioni: non basta poter praticare un’attività, serve anche vedere qualcuno simile a sé occupare quello spazio e renderlo immaginabile.
Jimena, una donna che ha vissuto la vita attesa dagli altri

Quando Entrevías arriva nella sua vita, María Molins non può ancora sapere che Jimena le offrirà uno degli archi narrativi più complessi della serie. Il provino nasce quasi per caso, attraverso un self tape registrato dopo una giornata in spiaggia, con i capelli ancora spettinati e un’amica incaricata di leggerle le battute di Tirso. È un aneddoto che la diverte, soprattutto pensando alle volte in cui aveva investito tempo e denaro per costruire provini tecnicamente perfetti; proprio quello più spontaneo, privo di preparazione e artifici, le consegna il personaggio che avrebbe portato il suo volto a un pubblico internazionale.
Nella prima stagione Jimena occupa uno spazio più laterale nella narrazione ed è definita soprattutto dal fallimento del proprio ruolo di madre e dal rapporto difficile con il padre. Sarà l’incontro con Amanda a portare in superficie ciò che il personaggio non era mai riuscito a comprendere di sé, trasformando una donna apparentemente distante e privilegiata in una figura attraversata dalla paura dell’abbandono, dal bisogno di approvazione e da un’identità costruita per corrispondere alle aspettative altrui.
Il punto di svolta emerge in una scena in cui Jimena, dopo aver bevuto, confessa ad Amanda di sentirsi odiata dal marito, dalla figlia e dal padre. Amanda riesce però a incrinare quella disperazione con una battuta semplice e decisiva: «Ora hai tutta la casa per te». Riascoltando quel dialogo durante la nostra conversazione, María ne coglie un significato che va oltre le parole scritte: «Quando Amanda le dice che ha tutta la casa per sé, in realtà le sta dicendo che ha sé stessa. La tua casa sei tu. Sei sola, ma hai te stessa».
È in quel momento, secondo María, che Jimena comincia davvero a chiedersi chi sia, cosa desideri e quanto di ciò che ha costruito corrisponda a una scelta autentica. Amanda diventa la prima persona capace di toglierle la benda dagli occhi, senza proteggerla dalla verità ma permettendole di sostenerne il dolore. Da lì nasce anche il modo in cui Jimena comincia a guardarla: non soltanto come una donna da desiderare, ma come qualcuno davanti al quale può finalmente smettere di rappresentare la figlia, la madre e la moglie che crede di dover essere.
Amanda e Jimena: l’amore come luogo della verità

María Molins e Itziar Atienza non sapevano che i loro personaggi avrebbero vissuto una storia d’amore. Quando gli autori comunicarono loro l’evoluzione della trama, la sorpresa lasciò presto spazio a una costruzione quasi istintiva, fondata più sull’ascolto reciproco che su una preparazione concordata. María descrive Itziar come un’attrice dotata di una verità molto naturale, capace di condurre la sua emotività verso una dimensione più quotidiana, meno costruita, in cui gli sguardi e le pause potevano raccontare quanto le parole.
Non furono necessari molti esercizi o prove, perché la relazione si sviluppò davanti alla macchina da presa attraverso la sintonia delle due interpreti. «Ci siamo trovate a costruire i personaggi guardandoci e, attraverso di loro, innamorandoci profondamente», racconta María, chiarendo che la credibilità di Amanda e Jimena nasce prima di tutto dalla disponibilità ad ascoltare ciò che l’altra portava nella scena.
La forza di questa storia non risiede soltanto nel fatto di mettere al centro l’amore tra due donne, ma nella scelta di raccontare la scoperta di sé in età adulta. Amanda conosce già la propria identità, mentre Jimena ha trascorso gran parte della vita cercando di non riconoscerla, seguendo la strada che la famiglia e la società sembravano aver tracciato per lei. Quando dice alla figlia di aver avuto così tanta paura da scegliere ciò che gli altri si aspettavano, non sta parlando esclusivamente del proprio orientamento sessuale, ma del prezzo pagato da chi rinuncia alla propria verità per non essere abbandonato.
María ricostruisce il personaggio partendo proprio dall’assenza della madre e dal rapporto con un padre autoritario: Jimena impara presto che per essere amata deve diventare la donna, la figlia e la madre perfetta, senza accorgersi che quell’obbedienza la rende incapace di esserlo davvero. «Faccio quello che gli altri si aspettano da me, perché così non mi abbandoneranno», è la logica profonda che l’attrice individua nel suo comportamento. Eppure quella stessa strategia la allontana dalla figlia e la costringe dentro un matrimonio che non rappresenta ciò che sente.
«Il percorso scelto dagli altri è sempre il peggiore, perché alla fine non hai deciso tu: hanno deciso la società, la famiglia e ciò che si aspettavano da te».
Il coming out diventa così soltanto una parte di una trasformazione più ampia. Jimena non confessa alla figlia una verità separata dal resto della propria vita, ma le spiega di non essere stata una buona madre perché non si era mai concessa di essere sé stessa. È da quella sincerità che le due donne possono finalmente ricostruire il loro rapporto, mentre anche i legami con il padre, il fratello e le altre persone che la circondano cominciano a cambiare.
«Quando hai il coraggio di essere davvero chi sei, è allora che la vita comincia a trovare il proprio posto».
Uno dei lasciti più belli di Entrevías è il legame che continua a unire i suoi protagonisti anche lontano dal set. La recente reunion del cast, condivisa da María Molins sui social, racconta meglio di qualsiasi parola il piacere di ritrovarsi ancora insieme, come una vera famiglia.
Tirso e il viaggio dall’intolleranza all’apertura

Il conflitto con Tirso completa il percorso di Jimena e, insieme, il significato più profondo di Entrevías. Tirso è un padre duro, conservatore, abituato a trasformare la paura in controllo e il controllo in autorità; all’inizio della serie porta con sé pregiudizi razzisti e omofobi, considera la diversità una minaccia e fatica ad accettare tutto ciò che sfugge alla propria idea di ordine. Quando la figlia gli dice di amare una donna, il silenzio che segue contiene il dolore di chi si accorge che la persona davanti a sé non corrisponde all’immagine che aveva costruito.
María non riduce Tirso a un antagonista e riconosce invece il valore della sua evoluzione, lenta e faticosa. L’amore per la figlia e per la nipote, insieme al rapporto con Gladys, incrina progressivamente la rigidità del personaggio e lo costringe a confrontarsi con esseri umani che i suoi pregiudizi gli impedivano di vedere. Proprio per questo considera Entrevías una serie ancora estremamente attuale: il suo protagonista compie un viaggio dalla chiusura alla tolleranza, dalla negazione alla disponibilità a comprendere, mostrando che il cambiamento è possibile anche quando sembra improbabile.
La presenza di Gladys, donna cubana e migrante costretta a lavorare duramente per sostenere il figlio, allarga ulteriormente lo sguardo della serie verso le persone collocate ai margini per provenienza, classe sociale, lingua o condizione economica. Secondo María, è proprio questa capacità di raccontare collettivi vulnerabili senza rinunciare alle contraddizioni dei personaggi ad aver permesso a una storia tanto locale di essere compresa in Paesi molto diversi. Italia e Spagna, ricorda, sono state a lungo terre di emigrazione e dovrebbero riconoscere in quelle esperienze qualcosa della propria memoria collettiva.
La diversità non è una minaccia
Il tema dell’inclusione non resta confinato a Entrevías, perché attraversa l’intero modo in cui María Molins guarda il presente. Durante la nostra conversazione parla della paura che molte persone provano verso ciò che considerano diverso e confessa di non riuscire a comprendere l’odio rivolto contro interi gruppi di esseri umani, soprattutto quando si tratta di persone che hanno già sofferto per riconoscere e poter esprimere la propria identità.
La diversità, al contrario, suscita in lei curiosità e desiderio di avvicinarsi. Quando le raccontiamo il progetto di BGTalks sulle donne trans sudamericane di Torvaianica aiutate durante la pandemia e successivamente accolte in Vaticano da papa Francesco, María richiama il messaggio di apertura espresso da papa Francesco verso le persone trans e si domanda come sia possibile che un pontefice abbia dimostrato una simile capacità di accoglienza mentre tante persone continuano a odiare chi percepiscono come diverso.
«La diversità non è una minaccia, è una ricchezza».
Per María, l’arte rappresenta uno degli antidoti più efficaci contro l’ignoranza e la paura. Leggere, andare a teatro, vedere film o interpretare un personaggio trans, non binario, migrante o semplicemente lontano dalla propria esperienza costringe a riconoscere ciò che accomuna tutti gli esseri umani. La nostra permanenza sulla terra è breve, osserva, e in questo tempo cercare di comprendere gli altri, interrogarsi e amare l’arte sono tra le poche cose capaci di salvarci.
La rappresentazione agisce anche quando non ne siamo consapevoli: una storia di finzione, un quadro o una musica possono spostare lo sguardo e condurci verso pensieri più aperti di quelli prodotti dalla sola routine quotidiana. Marìa aggiunge poi un gesto apparentemente piccolo, ma per lei profondamente politico: guardare le persone per strada e sorridere. Il sorriso autentico si trasmette, modifica la relazione con chi incontriamo e ricorda che l’empatia può cominciare anche senza grandi discorsi, attraverso una disponibilità minima ma concreta verso l’altro.
La verità che fa nascere anche la commedia
La stessa ricerca di verità guida il suo lavoro con Itziar Atienza nelle scene più amate dal pubblico. María ricorda con particolare affetto il momento in cui Jimena, ubriaca, comincia a lasciar cadere le proprie maschere davanti ad Amanda, ma riconosce anche la forza della celebre scena ambientata nel commissariato, nella quale Amanda esplode di rabbia dopo essere stata delusa dalla compagna. Sul set le due attrici non pensavano di interpretare una sequenza comica: María entrava nella scena con la certezza di aver deluso la persona amata, mentre Itziar costruiva una rabbia quasi incontrollabile.
Proprio quella verità emotiva generò però un effetto inatteso, amplificato dagli sguardi dei poliziotti e dal commento ricorrente di Ezequiel — «Mi madre querida», come lo ricorda María —, trasformando una lite dolorosa in uno dei momenti più divertenti della coppia. «Quando fai una scena dalla verità, può nascere la commedia», osserva María, ricordando anche la difficoltà di sostenere le lacrime durante le diverse inquadrature e la necessità, quando possibile, di girare i primi piani mentre l’emozione è ancora viva.
È un dettaglio tecnico che rivela ancora una volta il suo modo di intendere la recitazione: l’effetto non si costruisce cercandolo direttamente, ma permettendo al personaggio di vivere con autenticità ciò che sta accadendo. La risata del pubblico non nasce dalla volontà delle attrici di essere divertenti, bensì dallo scarto tra la serietà assoluta con cui Amanda e Jimena affrontano il conflitto e lo sguardo esterno di chi assiste alla scena.
Nuove storie, nuovi personaggi da comprendere
Quando le chiediamo quali progetti la attendano, le ricordiamo un’espressione che María aveva utilizzato per definire sé stessa: un culo inquieto, una persona incapace di restare ferma troppo a lungo. Ci anticipa di essere impegnata con Göteborg, spettacolo che spera possa arrivare anche a Madrid in versione castigliana, e di avere iniziato a lavorare a una nuova serie catalana, della quale non può ancora rivelare il titolo, in cui interpreta una donna conservatrice, di destra e praticante. Più avanti, ci racconta, la attende anche un nuovo progetto teatrale al Teatro Goya: anticipazioni affidate alla nostra conversazione, in attesa degli annunci ufficiali, che confermano la sua volontà di continuare a muoversi tra televisione e palcoscenico con la stessa curiosità che accompagna tutta la sua carriera.
Non è la somiglianza con un personaggio a renderlo interessante, ma la distanza da colmare. Anche una donna conservatrice può diventare l’occasione per interrogarsi sulle ragioni, le paure e le esperienze che hanno costruito un certo modo di guardare il mondo. In fondo, è questa la promessa che María Molins rinnova ogni volta che accetta un ruolo: non giudicarlo da fuori, ma provare a comprenderlo abbastanza da restituirgli una verità umana.
Ritrovare la bambina nascosta
Alla fine della nostra conversazione torniamo alla bambina dalla quale tutto era iniziato, quella che alzava le braccia davanti a Il lago dei cigni, giocava sotto il pianoforte e cercava nell’arte una forma ancora indefinita per esprimere ciò che sentiva. Le chiediamo quanto di quella bambina viva ancora nella donna e nell’attrice di oggi, e María risponde che ritrovarla è stato uno dei lavori più importanti della sua vita.
Per un’attrice mantenere viva la propria parte infantile significa conservare la capacità di giocare, ridere, piangere e arrabbiarsi senza sentirsi giudicata. La risata spontanea, spiega, è l’espressione più pura di quella bambina, ma lo sono anche tutte le emozioni vissute liberamente, senza il controllo che gli adulti imparano a imporre a sé stessi. María racconta di aver attraversato un periodo in cui quella parte di lei era diventata difficile da trovare, nascosta sotto le responsabilità, le paure e le esigenze della vita, e di avere imparato lentamente a costruire con lei un dialogo più fluido.
«Ho imparato a farle da madre, ad accarezzarla e a consolarla. Per un periodo non riuscivo a trovarla, perché era molto nascosta; oggi, invece, la cerco sempre di più».
Forse è proprio qui che il percorso personale di María Molins incontra nel modo più profondo quello di Jimena. Entrambe hanno dovuto liberarsi da un’identità costruita attraverso le aspettative, riconoscere le proprie ferite e comprendere che nessun luogo esterno può offrire una sicurezza definitiva quando non si è ancora imparato ad abitare sé stessi. La danza, la recitazione, la maternità e i personaggi non sono capitoli separati, ma parti di uno stesso viaggio verso una forma più consapevole di libertà.
La tua casa sei tu non è soltanto una lettura particolarmente intensa di una scena di Entrevías. È anche la sintesi di ciò che María Molins sembra aver imparato attraverso l’arte e la vita: possiamo perderci, cambiare strada, attraversare molte identità e ricominciare più volte, ma la libertà diventa possibile soltanto quando troviamo il coraggio di tornare a noi stessi e di prenderci cura della persona che incontriamo dentro di noi.
L’intervista di María Molins è anche sul canale Spotify di BGTalks