Il presidente polacco Karol Nawrocki ha fermato due leggi che avrebbero introdotto contratti di convivenza per le coppie non sposate, comprese quelle dello stesso sesso. Non era matrimonio egualitario, non era adozione, non era una rivoluzione familiare. Era il riconoscimento di bisogni essenziali: potersi assistere in ospedale, decidere un funerale, tutelare una casa, proteggere una vita condivisa.
Non il matrimonio, ma il diritto di non essere invisibili

Il punto più importante è proprio questo: la proposta non introduceva il matrimonio egualitario. Non apriva all’adozione per le coppie omosessuali. Non equiparava pienamente le coppie dello stesso sesso alle coppie sposate. Era una soluzione di compromesso, costruita per essere accettabile anche dalla parte più conservatrice della maggioranza, e avrebbe permesso a due adulti di formalizzare davanti a un notaio alcuni aspetti pratici della loro vita comune. Reuters riassume i contenuti principali parlando di proprietà comune, accesso alle informazioni mediche e decisioni legate alla sepoltura.
È proprio per questo che il veto pesa così tanto. Perché non ha bloccato il massimo riconoscimento possibile, ma una soglia minima di sicurezza giuridica. In altre parole, non ha detto soltanto no a una battaglia simbolica. Ha detto no alla possibilità che una persona venga riconosciuta come riferimento del partner in ospedale, nella gestione della casa, nella cura, nella morte.
Che cosa prevedevano le leggi bloccate
Il progetto era stato presentato come una legge sulla dignità e sulla sicurezza delle persone che vivono in relazioni non matrimoniali. Il 29 maggio 2026, dopo il voto favorevole del Sejm, la ministra per l’Uguaglianza Katarzyna Kotula lo aveva definito una legge capace di cambiare la vita di centinaia di migliaia di coppie in Polonia. La pagina ufficiale del governo elencava tra le misure previste la possibilità di stipulare un contratto civile davanti a un notaio e registrarlo presso l’ufficio di stato civile; l’accesso alle informazioni mediche; il diritto di decidere sul funerale; il diritto al sussidio di cura e alla pensione di reversibilità; la possibilità di dichiarazione fiscale congiunta; alcune esenzioni fiscali; l’eredità testamentaria; il mantenimento reciproco e la tutela abitativa.
Il 25 giugno 2026 anche il Senato aveva approvato il progetto, con 54 voti favorevoli e 29 contrari, concludendo l’iter parlamentare e inviando i testi al presidente. La stessa fonte governativa spiegava che, a quel punto, Nawrocki aveva 21 giorni per decidere se firmare, porre il veto o rivolgersi al Tribunale costituzionale.
Il percorso legislativo, quindi, non si è fermato in Parlamento. Ha superato sia la camera bassa sia il Senato. Si è fermato davanti alla presidenza della Repubblica, cioè davanti al punto in cui il compromesso politico incontra il potere di veto.
La motivazione del presidente: difendere il “carattere speciale” del matrimonio
Nawrocki ha motivato il veto sostenendo che le leggi avrebbero creato una nuova istituzione di diritto familiare troppo simile al matrimonio. Secondo Reuters, il presidente ha richiamato l’articolo 18 della Costituzione polacca, che pone sotto la protezione della Repubblica il matrimonio come unione tra un uomo e una donna, insieme alla famiglia, alla maternità e alla genitorialità.
La posizione del presidente si inserisce in una linea politica conservatrice più ampia. Reuters ricorda che Nawrocki è vicino al partito nazionalista di opposizione Diritto e Giustizia, PiS, e che il governo guidato da Donald Tusk, arrivato al potere nel 2023 promettendo riforme anche su aborto e diritti LGBTQ+, si è scontrato sia con le divisioni interne alla propria coalizione sia con il potere di veto presidenziale.
La reazione della maggioranza è stata durissima. Tusk ha definito il veto un segno di disprezzo verso il diritto alla felicità e a una vita normale; Kotula ha accusato il presidente di aver voltato le spalle a circa due milioni di persone che vivono in relazioni informali. Reuters aggiunge che superare il veto richiederebbe una maggioranza di tre quinti alla camera bassa, con almeno metà dei deputati presenti, una soglia considerata praticamente irraggiungibile vista l’opposizione dei partiti nazionalisti.
La pressione dei movimenti conservatori
Il veto non arriva in un vuoto politico. Nei giorni precedenti, l’organizzazione conservatrice Ordo Iuris aveva chiesto pubblicamente al presidente di fermare la legge, sostenendo che il progetto, pur presentato come “status di persona più vicina”, introducesse di fatto unioni civili in conflitto con l’articolo 18 della Costituzione e indebolisse matrimonio, famiglia e genitorialità. Ordo Iuris dichiarava anche di aver consegnato alla cancelleria presidenziale oltre 62.500 firme a sostegno del veto.
Questa parte del quadro è importante perché mostra come il dibattito polacco non riguardi solo il testo di una legge, ma una battaglia culturale sul significato stesso di famiglia. Da un lato, chi sostiene il riconoscimento minimo delle convivenze parla di sicurezza, cure, casa, malattia, morte, vita quotidiana. Dall’altro, chi si oppone legge anche quelle tutele pratiche come una minaccia simbolica al matrimonio.
È qui che la vicenda diventa più ampia della Polonia. In molti Paesi europei, il conflitto sui diritti LGBTQ+ non si gioca più soltanto sul matrimonio egualitario. Si gioca anche su forme intermedie di riconoscimento, su diritti amministrativi, su definizioni di “persona vicina”, su chi può essere nominato famiglia quando una legge, un ospedale o un ufficio devono prendere una decisione.
Le associazioni LGBTQ+: “anche il minimo è troppo”
La Kampania Przeciw Homofobii, una delle principali organizzazioni polacche per i diritti LGBTQ+, ha reagito definendo il progetto arrivato sul tavolo del presidente una versione già molto ridotta rispetto alle proposte iniziali sulle unioni civili. Secondo KPH, il testo non garantiva i diritti dei figli delle coppie dello stesso sesso, non prevedeva una cerimonia all’ufficio di stato civile e non introduceva l’eredità legale automatica per chi stipulava il contratto.
Proprio per questo, il commento dell’organizzazione è particolarmente significativo: il veto dimostrerebbe che perfino quel livello minimo di diritti è stato considerato eccessivo dalla presidenza. KPH cita anche un sondaggio realizzato a inizio giugno da SW Research per conto dell’organizzazione, secondo cui il 47,8% degli intervistati riteneva che Nawrocki dovesse firmare la legge, contro il 14,3% favorevole al mancato sostegno; nello stesso sondaggio, quasi l’80% avrebbe affermato che lo status delle coppie dello stesso sesso in Polonia dovrebbe essere protetto dalla legge. Questi dati vanno attribuiti alla fonte che li diffonde, cioè KPH, perché non risultano qui verificati su una pubblicazione indipendente del sondaggio.
Anche tenendo conto del punto di vista militante della fonte, il dato politico resta chiaro: la società polacca appare più mobile e meno compatta del suo blocco istituzionale. Il conflitto non è soltanto tra Polonia ed Europa, o tra governo e presidente. È anche tra una parte della società che chiede tutele concrete e un potere politico che continua a leggere quelle tutele come una concessione eccessiva.
Il vuoto giuridico già condannato dall’Europa
Il veto è ancora più significativo perché arriva dopo una serie di decisioni europee che hanno già messo sotto pressione la Polonia. Nel dicembre 2023, la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso Przybyszewska and Others v. Poland, ha stabilito che la mancanza di qualsiasi forma di riconoscimento e protezione legale per le coppie dello stesso sesso in Polonia viola l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cioè il diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Nel novembre 2025 è intervenuta anche la Corte di giustizia dell’Unione europea, affermando che la Polonia deve riconoscere, ai fini del diritto alla libera circolazione e alla vita familiare, un matrimonio tra persone dello stesso sesso legalmente celebrato in un altro Stato membro. Il caso riguardava due cittadini polacchi sposati a Berlino nel 2018, ai quali era stata negata la trascrizione del matrimonio al loro rientro in Polonia. La Corte ha precisato che la decisione non obbliga gli Stati membri a introdurre il matrimonio egualitario nel proprio diritto nazionale, ma impedisce loro di discriminare le coppie dello stesso sesso nel riconoscimento degli effetti di matrimoni validamente celebrati altrove nell’Unione.
Questa distinzione è fondamentale. L’Europa non ha imposto alla Polonia il matrimonio egualitario interno, ma ha detto che uno Stato membro non può trattare come inesistente una famiglia già riconosciuta da un altro Paese dell’Unione quando entrano in gioco libertà di circolazione, vita privata e vita familiare. In altre parole: la Polonia resta libera di non aprire il matrimonio alle coppie dello stesso sesso dentro i propri confini, ma non può creare un vuoto giuridico assoluto intorno a coppie che hanno costruito legalmente una vita familiare altrove.
Varsavia aveva già registrato un primo matrimonio celebrato all’estero
Il quadro si era mosso anche a livello interno. Nel maggio 2026, Varsavia ha registrato il primo matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero, dopo le decisioni europee che impongono il riconoscimento di unioni contratte in altri Paesi dell’UE. Associated Press ha raccontato il caso come un passaggio storico ma limitato: la registrazione non equivale alla legalizzazione del matrimonio egualitario in Polonia, né crea automaticamente una disciplina nazionale completa per tutte le coppie dello stesso sesso.
È questo che rende il veto del 17 luglio ancora più paradossale. Da un lato, per effetto delle sentenze europee, la Polonia deve riconoscere alcune conseguenze giuridiche di matrimoni same-sex celebrati all’estero. Dall’altro, il suo presidente blocca una legge interna che avrebbe dato tutele limitate anche a chi vive in Polonia senza essere sposato o senza poter vedere riconosciuta pienamente la propria relazione.
Ne esce una fotografia spezzata: alcune coppie possono ottenere riconoscimento passando da un altro Paese europeo; altre restano nel vuoto se la loro vita comune si svolge interamente dentro i confini polacchi. I diritti diventano mobili, dipendenti dalla possibilità di spostarsi, sposarsi altrove, far valere il diritto europeo. Ma una tutela che esiste solo per chi può attraversare un confine non è ancora uguaglianza.
La Polonia nel quadro europeo
Secondo la Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe, la Polonia è al 39º posto su 49 Paesi europei, con un punteggio del 22% sulle leggi e le politiche relative ai diritti LGBTI. ILGA-Europe la indica come il terzo Paese con il punteggio più basso tra gli Stati membri dell’Unione europea, sopra soltanto Bulgaria e Romania, e segnala che il Paese continua a mancare di una protezione e di un riconoscimento adeguati per le coppie dello stesso sesso, nonostante le decisioni della CEDU, della Corte di giustizia dell’UE e di tribunali interni.
Il dato europeo sulla famiglia mostra la distanza: nel 2026, secondo ILGA-Europe, 22 Paesi europei hanno il matrimonio egualitario, mentre in 18 Paesi le coppie dello stesso sesso non hanno alcuna protezione legale per la loro partnership; inoltre, 19 Paesi mantengono limitazioni costituzionali sul matrimonio.
La Polonia, insieme a Bulgaria, Romania e Slovacchia, viene indicata da Euronews tra gli ultimi Paesi europei a non aver legalizzato né il matrimonio egualitario né le unioni civili. Questo non significa che tutti gli altri ordinamenti europei siano pienamente inclusivi o privi di contraddizioni, ma mostra chiaramente che la Polonia si trova oggi nel gruppo dei Paesi europei più arretrati sul riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso.
Il confronto con i Paesi più inclusivi
Il confronto più netto è con la Spagna. Nel 2026 la Rainbow Map di ILGA-Europe colloca la Spagna al primo posto tra 49 Paesi europei, con un punteggio dell’89%, interrompendo il primato decennale di Malta. ILGA-Europe interpreta la posizione spagnola come il risultato di una scelta politica continua sul piano delle tutele LGBTI, pur ricordando che anche nei Paesi più avanzati resta spesso uno scarto tra progresso legislativo ed esperienza quotidiana.
Malta resta un altro caso particolarmente significativo, anche perché dimostra che il rapporto tra tradizione religiosa e diritti civili non è sempre lineare. Il governo maltese ricorda che il Paese ha introdotto le unioni civili nel 2014 e il matrimonio egualitario nel 2017, rimuovendo la distinzione tra coppie eterosessuali e coppie dello stesso sesso davanti alla legge; la stessa pagina governativa segnala anche l’accesso all’adozione per le persone LGBTIQ+ come single o come coppie sposate o in unione civile, insieme alla second parent adoption.
Sempre a Malta, la disciplina sul riconoscimento dell’identità di genere è stata costruita attorno all’autodeterminazione e alla protezione delle persone intersex. Le fonti governative maltesi indicano il Gender Identity, Gender Expression and Sex Characteristics Act del 2015 come uno dei passaggi chiave, poi modificato anche per introdurre il riconoscimento non binario con marker “X” nei documenti ufficiali.
Il confronto non serve a dire che Spagna o Malta siano paradisi perfetti. Serve a mostrare due modelli opposti. In alcuni Paesi europei, la legge parte dall’idea che le persone LGBTI siano già parte della comunità politica e che lo Stato debba costruire strumenti per proteggerne la vita familiare, personale e sociale. In Polonia, invece, anche una tutela minima viene ancora letta come un rischio per l’ordine costituzionale e per la famiglia tradizionale.
Perché non è una questione “solo simbolica”
Chi si oppone a queste leggi tende spesso a presentarle come battaglie ideologiche. Ma i diritti in gioco sono estremamente concreti. L’accesso alle informazioni mediche non è uno slogan: significa sapere cosa sta accadendo alla persona con cui si vive quando quella persona è in ospedale. Il diritto di decidere sulla sepoltura non è propaganda: significa non essere cancellati nel momento della morte del partner. La tutela della casa non è una bandiera: significa non perdere il luogo in cui si è costruita una vita comune perché la legge non riconosce quella relazione.
Il punto è che la disuguaglianza giuridica si vede soprattutto nei momenti di crisi. Finché tutto va bene, una coppia può sembrare protetta dalla forza della propria relazione, dalla rete degli amici, dalla quotidianità. Ma quando arrivano malattia, morte, eredità, casa, figli, conflitti familiari o decisioni mediche, il riconoscimento legale smette di essere astratto. Diventa la differenza tra essere considerati famiglia o essere trattati come estranei.
È qui che la vicenda polacca diventa una storia profondamente umana. Non parla solo di Parlamento, Costituzione o Corte europea. Parla di persone che vivono insieme, si prendono cura l’una dell’altra, dividono spese, responsabilità, lutti, fragilità e progetti, ma che davanti allo Stato possono ancora non esistere come relazione.
Un’Europa che non avanza tutta insieme
La Polonia racconta anche una verità scomoda sull’Europa: i diritti non avanzano in modo lineare, né alla stessa velocità. Mentre alcuni Paesi riconoscono matrimonio, adozione, genitorialità, autodeterminazione di genere e protezione dalle discriminazioni, altri restano fermi a una domanda preliminare: una coppia dello stesso sesso può essere riconosciuta come una relazione degna di tutela?
La risposta europea, attraverso la CEDU e la Corte di giustizia dell’Unione europea, è sempre più chiaramente orientata verso il riconoscimento della vita privata e familiare delle coppie dello stesso sesso. Ma la risposta politica nazionale può ancora essere di chiusura. È esattamente ciò che accade in Polonia: il diritto europeo apre varchi, la politica interna prova a richiuderli o a limitarli.
Il risultato è una cittadinanza diseguale. Una coppia può avere più diritti se ha avuto la possibilità di sposarsi in Germania, Spagna o un altro Paese europeo; può averne meno se non ha risorse, strumenti o possibilità di attraversare quel percorso. Il riconoscimento, allora, non dipende soltanto dall’amore o dalla stabilità della relazione, ma anche dalla geografia, dal denaro, dal passaporto, dalla capacità di muoversi dentro un’Europa che non protegge tutti allo stesso modo.
La domanda che resta
Il veto di Karol Nawrocki non chiude soltanto un iter legislativo. Dice qualcosa di più profondo sul rapporto tra diritto, famiglia e riconoscimento. In Polonia, oggi, anche una legge pensata per garantire sicurezza minima alle relazioni non matrimoniali può essere descritta come una minaccia. Anche la possibilità di assistere un partner in ospedale, organizzare un funerale o tutelare una casa può diventare terreno di scontro culturale.
Eppure una democrazia si misura anche da questo: dalla capacità di proteggere le vite che non rientrano nel modello dominante, senza pretendere che si rendano invisibili per non disturbare l’ordine delle cose.
La domanda non è se il matrimonio resti o meno un’istituzione importante per chi vuole accedervi. La domanda è se la protezione del matrimonio debba passare attraverso la negazione di qualunque tutela ad altre forme di vita affettiva. Perché difendere una famiglia non dovrebbe significare lasciare un’altra senza diritti.
Il veto polacco racconta proprio questo: in una parte d’Europa, l’amore tra persone dello stesso sesso può esistere nella vita quotidiana, può essere stabile, responsabile, duraturo, persino riconosciuto all’estero. Ma quando torna davanti alla legge nazionale, deve ancora chiedere il permesso di non essere trattato come nulla.
Ed è qui che il diritto smette di essere una formula astratta. Diventa una porta. Per alcune persone si apre automaticamente. Per altre resta chiusa anche quando chiedono soltanto di poter essere riconosciute come la persona più vicina a chi amano.