“Bentornati al Sud”, finite le riprese: quando il cinema ci fa ridere dei nostri pregiudizi

Claudio Bisio e Alessandro Siani tornano insieme nel terzo capitolo della saga iniziata nel 2010. Dall’originale francese Giù al Nord alla grande tradizione della Commedia all’italiana, il ritorno a Castellabate offre l’occasione per riflettere su uno dei compiti più importanti del cinema: raccontare la società, metterne a nudo le contraddizioni e aiutarci a riconoscere, attraverso la risata, i pregiudizi con cui continuiamo a guardare gli altri.

Claudio Bisio, Alessandro Siani e Nunzia Schiano in Bentornati al Sud. Foto: Gianni Fiorito / ufficio stampa Medusa Film

Sono terminate, dopo sette settimane di lavorazione tra Castellabate, Roma e Milano, le riprese di Bentornati al Sud, il nuovo film diretto da Luca Miniero che riunisce Claudio Bisio e Alessandro Siani nei ruoli di Alberto Colombo e Mattia Volpe. La commedia arriverà nelle sale italiane il 25 dicembre 2026, distribuita da Medusa Film, e rappresenta il terzo capitolo della saga iniziata nel 2010 con Benvenuti al Sud e proseguita due anni dopo con Benvenuti al Nord.

Nel cast tornano Angela Finocchiaro, Nunzia Schiano, Nando Paone, Salvatore Misticone e Giacomo Rizzo, con la partecipazione straordinaria di Valentina Lodovini. Il soggetto è firmato da Alessandro Siani, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Bisio e Miniero. La trama, invece, non è stata ancora comunicata ufficialmente.

Medusa Film ha accompagnato la conclusione del set con le prime immagini ufficiali del ritorno dei protagonisti. È una notizia che inevitabilmente si porta dietro una forte componente nostalgica: Castellabate, i due amici, le loro famiglie, gli accenti, le incomprensioni e quelle battute che nel 2010 entrarono rapidamente nel linguaggio popolare. Ma il titolo scelto per il nuovo film suggerisce qualcosa di più di una semplice riunione.

Sedici anni fa, il Sud incontrato da Alberto Colombo era soprattutto un luogo immaginato. Esisteva nella sua mente prima ancora che nella realtà, costruito attraverso racconti, battute e paure ereditate. Oggi il nuovo film dovrà confrontarsi con un’Italia diversa, nella quale i pregiudizi non sono scomparsi e hanno trovato nei social network strumenti capaci di diffonderli con una velocità e una forza impensabili quando uscì il primo capitolo.

La vera sfida non sarà soltanto ritrovare la comicità di Alberto e Mattia, ma capire di che cosa possa e debba farci ridere oggi una commedia nata dall’incontro tra persone convinte di essere profondamente diverse.

“Benvenuti al Sud”: quando l’altro smette di essere una categoria

In Benvenuti al Sud, Alberto Colombo è il direttore di un ufficio postale della Brianza che si finge disabile nel tentativo di ottenere un trasferimento a Milano. Scoperto, viene mandato per punizione a Castellabate, in Campania. Parte preparandosi al peggio: immagina un territorio pericoloso, arretrato e incomprensibile, al punto da affrontare il viaggio con un giubbotto antiproiettile. Non conosce il paese nel quale dovrà vivere, né le persone con cui lavorerà, ma è già convinto di sapere chi siano.

Il pregiudizio non nasce necessariamente dall’esperienza: molto spesso la precede.

Trasforma la provenienza geografica, l’accento, la cultura o l’appartenenza a un gruppo in una descrizione anticipata della persona. Alberto non vede inizialmente Mattia, Maria, Costabile e gli altri abitanti di Castellabate per ciò che sono; li osserva attraverso l’immagine del Sud che porta con sé. Ogni parola, comportamento o incomprensione rischia quindi di diventare la conferma di qualcosa che aveva già deciso di credere.

Il suo cambiamento non avviene attraverso una lezione morale, ma grazie alla convivenza quotidiana. Alberto lavora accanto alle persone che aveva giudicato, entra nelle loro case, ne scopre i legami e le fragilità, costruisce un’amicizia con Mattia e si accorge gradualmente che la realtà non corrisponde al racconto che gli era stato consegnato.

L’altro smette di essere una categoria e diventa una persona, con un carattere, una storia e contraddizioni che nessuno stereotipo può contenere.

Uno dei momenti più intelligenti del film arriva quando gli abitanti di Castellabate decidono di mettere in scena, davanti alla moglie di Alberto, proprio il Sud degradato e minaccioso che lei si aspetta di trovare. Il paese si trasforma in una scenografia costruita per soddisfare il pregiudizio: rifiuti, criminalità, disordine e personaggi apparentemente pericolosi.

Quella sequenza mostra che lo stereotipo non è la realtà, ma una rappresentazione talmente radicata da sembrare più credibile della realtà stessa.

Il pubblico rideva delle differenze linguistiche, dei modi opposti di intendere il lavoro e persino della diversa preparazione del caffè, ma rideva anche di un sistema di convinzioni nel quale poteva riconoscersi. Il risultato commerciale dimostrò la forza di quella formula: Benvenuti al Sud incassò 29,7 milioni di euro, diventando uno dei maggiori successi della stagione cinematografica italiana del 2010.

Da “Giù al Nord” a “Benvenuti al Nord”: il pregiudizio cambia direzione

Benvenuti al Sud era l’adattamento italiano di Bienvenue chez les Ch’tis, diretto e interpretato da Dany Boon e distribuito in Italia con il titolo Giù al Nord. Nel film francese, Philippe Abrams, direttore di un ufficio postale di Salon-de-Provence, viene trasferito per punizione a Bergues, nell’estremo Nord della Francia.

Anche lui parte terrorizzato, convinto di trovare un territorio gelido e inospitale, abitato da persone incomprensibili a causa del dialetto ch’ti. Il film divenne un fenomeno nazionale e raggiunse circa 20 milioni di spettatori in Francia.

L’adattamento di Luca Miniero non si limitò a tradurre le battute o a sostituire un dialetto con un altro. Capovolse la geografia del racconto e trasferì il meccanismo narrativo dentro una frattura profondamente italiana.

In Francia il territorio disprezzato era il Nord; in Italia diventava il Mezzogiorno. Cambiavano gli accenti, il clima e le abitudini, ma rimaneva identica la necessità di collocare all’interno del proprio Paese una comunità alla quale attribuire arretratezza, inciviltà e inferiorità.

La geografia cambiava, ma il meccanismo del pregiudizio rimaneva lo stesso.

Il successo del primo capitolo portò nel 2012 a Benvenuti al Nord, che invertiva nuovamente la prospettiva. Questa volta era Mattia a raggiungere Alberto a Milano, portando con sé i propri luoghi comuni sul Settentrione: la freddezza delle relazioni, l’ossessione per l’efficienza, il lavoro trasformato in unico criterio per misurare il valore delle persone.

Il secondo film non possedeva più la sorpresa dell’incontro iniziale con Castellabate, ma completava il senso della saga mostrando che gli stereotipi non appartengono a una sola parte del Paese e che ogni comunità può ridurre l’altra a una caricatura.

Bentornati al Sud arriva quindi dopo due viaggi. Alberto ha dovuto scoprire che il Mezzogiorno non coincideva con le sue paure; Mattia ha dovuto confrontarsi con una Milano diversa da quella che aveva immaginato. Il nuovo capitolo riparte da due uomini che hanno già sperimentato quanto possa essere grande la distanza tra una persona e l’immagine costruita prima di conoscerla.

Questi film, tuttavia, portano con sé anche un’ambiguità. Per rovesciare uno stereotipo devono prima mostrarlo, ripeterlo e renderlo immediatamente riconoscibile. Il rischio è che alla caricatura negativa ne venga sostituita una positiva, ma ugualmente semplificante: il territorio prima descritto come arretrato diventa allora il luogo nel quale tutti sono generosi, spontanei, calorosi e autentici.

L’inclusione non consiste nel sostituire un’immagine offensiva con una più rassicurante, ma nel riconoscere alle persone il diritto di essere complesse e differenti anche all’interno dello stesso gruppo.

Il cinema come specchio e parte della società

Definire il cinema uno specchio della società è corretto, ma incompleto. Uno specchio si limita a restituire ciò che ha davanti; il cinema, invece, sceglie cosa mostrare, da quale punto di vista raccontarlo e a quali persone concedere il centro della scena.

Attraverso queste scelte contribuisce a stabilire quali vite possano essere considerate normali, quali esperienze meritino di diventare una storia e quali identità debbano continuare a occupare uno spazio marginale.

Il cinema non si limita a rappresentare la società: partecipa alla costruzione dello sguardo con cui impariamo a osservarla.

Le immagini possono confermare le nostre paure, trasformare intere comunità in caricature o presentare la diversità soltanto come un problema. Ma possono anche permetterci di entrare in una vita diversa dalla nostra.

Quando rimaniamo abbastanza a lungo accanto a un personaggio, ciò che inizialmente appariva come un’etichetta acquista un volto, una voce, una famiglia, desideri e fragilità. Il cinema non sostituisce l’incontro reale, ma può prepararci a esso, rendendo familiare ciò che fino a quel momento conoscevamo soltanto attraverso la distanza o il sospetto.

È ciò che accadeva in Benvenuti al Sud. Lo spettatore arrivava a Castellabate insieme ad Alberto e osservava inizialmente il paese attraverso il suo sguardo deformato. Poi, mentre il protagonista imparava a conoscere Mattia e la comunità, anche chi guardava il film era accompagnato verso un’immagine diversa.

La commedia non eliminava automaticamente il pregiudizio, ma ne rendeva visibile il funzionamento.

La grande tradizione italiana: far ridere per raccontare il Paese

La capacità di trasformare la risata in uno strumento di osservazione appartiene alla parte più importante della tradizione cinematografica italiana. La Commedia all’italiana non offriva soltanto evasione, ma portava sullo schermo i difetti, le debolezze e le ipocrisie del Paese, permettendo al pubblico di riconoscersi in personaggi tutt’altro che esemplari.

Mario Monicelli ne sintetizzò perfettamente la natura:

«La commedia all’italiana è questo: trattare con termini comici, divertenti, ironici, umoristici degli argomenti che sono invece drammatici».

In quella frase è racchiuso il segreto di un cinema capace di parlare di povertà, potere, conformismo, trasformazioni sociali e marginalità senza rinunciare al divertimento.

Per alcuni decenni il cinema italiano riuscì a raccontare una società in trasformazione grazie a una generazione probabilmente irripetibile di attori come Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Marcello Mastroianni e Monica Vitti; di registi come Mario Monicelli, Dino Risi, Pietro Germi, Luigi Comencini ed Ettore Scola; e di sceneggiatori come Age e Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico, Rodolfo Sonego, Ruggero Maccari, Luciano Vincenzoni, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi.

Non costruivano eroi perfetti, ma uomini e donne opportunisti, vanitosi, fragili, servili e pieni di contraddizioni.

Il pubblico rideva dei personaggi perché, dietro la deformazione comica, riconosceva qualcosa di sé e dell’Italia in cui viveva.

I soliti ignoti e I mostri

I soliti ignoti (1958), diretto da Mario Monicelli, è uno dei film fondativi della Commedia all’italiana. La storia di una banda di ladri improvvisati che tenta una rapina goffa e fallimentare era una commedia amara sulla povertà urbana, sull’arrangiarsi come filosofia di vita e sull’Italia del dopoguerra che cercava di rimettersi in piedi. I personaggi di Gassman, Mastroianni, Salvatori e degli altri erano perdenti simpatici, ma la loro comicità nasceva da una condizione sociale reale.

I mostri (1963), diretto da Dino Risi, portava questo sguardo critico ancora più in là. Venti episodi, venti ritratti dell’italiano medio: furbo, ipocrita, opportunista, capace di piccole crudeltà quotidiane. Risi e i suoi sceneggiatori non cercavano redenzione: mostravano i difetti senza assolverli, lasciando allo spettatore il compito di riconoscersi.

Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori e Tiberio Murgia in I soliti ignoti (1958), diretto da Mario Monicelli. Direttore della fotografia: Gianni Di Venanzo. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Alberto Sordi

Alberto Sordi in Un americano a Roma (1954), diretto da Steno. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Il pregiudizio territoriale non può essere sovrapposto automaticamente al razzismo, all’omotransfobia, alla misoginia, all’antisemitismo o all’abilismo, perché queste discriminazioni hanno storie, conseguenze e livelli di violenza differenti.

Esiste tuttavia un meccanismo iniziale comune: la persona smette di essere osservata per ciò che è e viene giudicata attraverso ciò che si presume rappresenti il gruppo al quale è stata assegnata. È in questo passaggio, dalla persona alla categoria, che il cinema può intervenire restituendo complessità a ciò che la società ha ridotto a un’etichetta.

Nessuno, forse, ha rappresentato questa ambiguità meglio di Alberto Sordi. Scegliere un solo film capace di sintetizzare la sua carriera sarebbe riduttivo, perché Sordi ha dato volto a un’intera galleria di italiani medi: opportunisti, sbruffoni, servili con i potenti e arroganti con chi occupava una posizione più debole.

Da Nando Moriconi, ossessionato dal mito degli Stati Uniti in Un americano a Roma, al medico che trasformava i pazienti in numeri ne Il medico della mutua, dall’uomo investito improvvisamente di una piccola autorità ne Il vigile all’imprenditore presuntuoso e fallimentare de Il vedovo, i suoi personaggi cambiavano professione e condizione sociale, ma conservavano spesso gli stessi difetti: arrivismo, vigliaccheria, conformismo e bisogno di apparire diversi o più importanti di ciò che erano.

L’indagine dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali mostra inoltre che in Italia il 38% delle persone LGBTIQ intervistate aveva subito discriminazioni in almeno un ambito della vita nell’anno precedente, mentre il 51% dichiarava di essere stato vittima di molestie. Il 54% riteneva che il pregiudizio e l’intolleranza verso le persone LGBTIQ fossero aumentati in Italia nei cinque anni precedenti la rilevazione.

Sordi non cercava di renderli migliori. Li esponeva in tutta la loro meschinità, riuscendo nello stesso tempo a renderli irresistibilmente comici.

Ci ha fatto ridere dell’italiano medio senza assolverlo, costruendo una maschera nella quale era facilissimo riconoscere gli altri e molto più difficile riconoscere sé stessi.

Fantozzi

Paolo Villaggio in Fantozzi (1975). Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Nel 1975 Fantozzi, diretto da Luciano Salce e interpretato da Paolo Villaggio, portò questa capacità di osservazione dentro il mondo dell’azienda. Ugo Fantozzi era l’ultimo ingranaggio di una struttura governata da gerarchie oppressive, rituali assurdi e una devozione quasi religiosa nei confronti dei superiori.

Il pubblico rideva delle sue disgrazie, delle corse per timbrare il cartellino, delle vacanze fallimentari e delle umiliazioni subite, ma dietro l’esagerazione riconosceva un sistema nel quale il lavoro aveva perso ogni dimensione umana.

Fantozzi veniva schiacciato dal potere e allo stesso tempo contribuiva a conservarlo attraverso l’obbedienza, la paura e il servilismo. La forza di quella maschera non dipendeva soltanto dalla comicità fisica o linguistica: incarnava il bisogno di sentirsi accettati da una società che continuava a respingerlo e la tendenza a interiorizzare la propria inferiorità.

Villaggio trasformò l’umiliazione dell’uomo comune in una comicità popolare, facendo ridere milioni di spettatori di un sistema che molti conoscevano direttamente.

Una tradizione che continua

Questa tradizione non è rimasta confinata alla stagione classica della Commedia all’italiana. Con linguaggi e sensibilità differenti, continua anche nel cinema popolare contemporaneo.

Checco Zalone ha costruito la propria maschera su un personaggio ignorante, provinciale, opportunista e spesso inconsapevole dei propri pregiudizi. Film come Cado dalle nubiChe bella giornataQuo vado? e Tolo Tolo hanno utilizzato quella figura per affrontare l’omofobia, l’incontro tra culture e religioni, il culto del posto fisso e lo sguardo italiano sulle migrazioni.

Locandina di Buen Camino con Checco Zalone (2025). Fonte: Medusa Film

Il successo di Buen Camino, diretto da Gennaro Nunziante, conferma quanto questa forma di commedia continui a parlare al pubblico. Il film ha superato i 75 milioni di euro e i 9.369.241 spettatori, diventando il maggiore incasso nominale e il film più visto dell’era Cinetel. Il dato non coincide con il record assoluto storico di biglietti venduti e non tiene conto dell’inflazione, ma testimonia una capacità di raggiungere pubblici diversi che oggi non ha equivalenti nel cinema italiano.

Da Sordi a Fantozzi, fino a Checco Zalone, il principio resta simile: la maschera comica ci permette di ridere di un difetto prima di costringerci a riconoscerlo.

È dentro questa tradizione, popolare ma capace di osservare criticamente la società, che dovrà trovare il proprio spazio anche Bentornati al Sud: non limitandosi a ripetere le battute del passato, ma cercando nuovi difetti, nuove contraddizioni e nuovi pregiudizi dei quali farci ridere.

Pregiudizi vecchi e nuovi

Non esiste un unico indicatore capace di misurare insieme tutte le forme di pregiudizio e sarebbe scorretto sostenere che ogni intolleranza sia aumentata nello stesso modo. Esistono però dati che impediscono di raccontare la storia dell’inclusione come un progresso lineare e irreversibile.

Nel 2026 la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa ha segnalato che i discorsi d’odio razzisti e contro le persone LGBTI restano a livelli allarmanti in Europa e vengono sempre più spesso banalizzati, sia online sia nella vita pubblica.

Il 54% riteneva che il pregiudizio e l’intolleranza verso le persone LGBTIQ fossero aumentati in Italia nei cinque anni precedenti la rilevazione. Il documento FRA conferma: 38% discriminazioni, 51% molestie e 54% aumento percepito di pregiudizio e intolleranza.

Sono esperienze diverse dal pregiudizio territoriale raccontato da Benvenuti al Sud, ma ricordano quanto sia ancora diffusa la tendenza a giudicare una persona attraverso il gruppo al quale viene associata.

Nel frattempo, i social network hanno trasformato il modo in cui questi giudizi circolano. Una battuta sull’accento, sulla provenienza, sul corpo o sull’identità non rimane più confinata a una conversazione: può essere replicata migliaia di volte, ricevere visibilità proprio perché genera conflitto e aggregare persone che si confermano reciprocamente le stesse convinzioni.

Il pregiudizio non è nuovo, ma dispone di nuovi megafoni.

In questo contesto il cinema conserva una funzione essenziale. Può interrompere la ripetizione, cambiare il punto di vista e costringerci a rimanere accanto a un personaggio abbastanza a lungo da non poterlo più ridurre a un’etichetta.

Può farlo attraverso il dramma, ma la commedia possiede uno strumento particolare: abbassa le difese dello spettatore, gli permette di ridere e soltanto dopo gli mostra che la battuta riguardava anche lui.

Che cosa potrebbe raccontare oggi “Bentornati al Sud”

Non conoscendo ancora la trama, ogni ipotesi sul nuovo film deve rimanere tale. Ma Bentornati al Sud avrà davanti a sé una scelta precisa: utilizzare la familiarità dei personaggi per riproporre le battute che il pubblico conosce oppure servirsi di quella stessa familiarità per raccontare quanto sia cambiata l’Italia.

La distanza tra Nord e Sud non è scomparsa. Molti giovani continuano a lasciare il Mezzogiorno per cercare altrove opportunità di studio e lavoro; numerosi piccoli centri si svuotano mentre altri, diventati mete turistiche, rischiano di trasformarsi in scenografie nelle quali vivere durante tutto l’anno è sempre più difficile. Anche il Nord, a sua volta, non coincide necessariamente con la promessa di stabilità e benessere che per decenni ne ha accompagnato la rappresentazione.

Il Paese è cambiato anche grazie alle persone che sono arrivate da altri luoghi e a quelle che, pur essendo nate e cresciute in Italia, continuano a essere percepite come straniere. Sono cambiate le famiglie, i linguaggi, il modo in cui le nuove generazioni affrontano l’identità e la discriminazione.

Sono cambiate perfino le battute: alcune che nel 2010 venivano accolte senza discussioni oggi vengono rilette alla luce di una maggiore consapevolezza, mentre nuovi pregiudizi hanno preso il posto di quelli che pensavamo di avere superato.

Il nuovo film potrebbe raccontare che i confini più difficili da attraversare non sono necessariamente quelli tra Milano e Castellabate, ma quelli che continuiamo a costruire tra chi consideriamo parte della comunità e chi viene percepito come estraneo.

Alberto e Mattia potrebbero incontrare una generazione meno disposta ad accettare determinate semplificazioni, ma esposta quotidianamente a forme di discriminazione amplificate dal mondo digitale. Potrebbero scoprire che sentirsi parte di una comunità non dipende soltanto dal luogo in cui si è nati e che oggi l’esclusione può attraversare il lavoro, l’origine, l’età, il genere, l’orientamento sessuale, il corpo e la condizione economica.

Tornare a Castellabate non dovrebbe quindi significare fingere che tutto sia rimasto immobile dal 2010. I luoghi cambiano, le persone invecchiano, le relazioni devono essere ricostruite e anche la comicità deve confrontarsi con il tempo trascorso.

La sfida sarà ritrovare il tono popolare e accessibile del primo film senza confondere la popolarità con la semplificazione.

Tornare al Sud per capire dove siamo arrivati

Benvenuti al Sud non ha eliminato i pregiudizi tra Nord e Sud e nessun film avrebbe potuto farlo. È però riuscito a portarli dentro una commedia vista da milioni di persone, mostrando attraverso Alberto quanto possa essere distante la realtà dall’immagine costruita prima di conoscerla.

Ha fatto ridere il pubblico di convinzioni radicate e gli ha permesso, almeno per il tempo del racconto, di guardarle da una prospettiva diversa.

È questo uno dei compiti più importanti che il cinema può ancora svolgere: non consegnarci una morale già confezionata, ma costruire personaggi e situazioni nei quali riconoscere i nostri automatismi.

Sedici anni più tardi, Bentornati al Sud potrà scegliere se vivere soltanto del ricordo di un grande successo oppure raccoglierne l’intuizione più profonda.

Perché tornare non significa soltanto ritrovare gli stessi luoghi e gli stessi personaggi: significa guardarli dopo che il tempo è passato e domandarsi se siamo cambiati anche noi.

In un’epoca in cui i pregiudizi non sono scomparsi, ma hanno trovato nuove parole, nuovi bersagli e nuovi strumenti per diffondersi, abbiamo ancora bisogno di commedie capaci di farci abbassare le difese. Di farci ridere abbastanza da avvicinarci a ciò che non vogliamo vedere e riflettere abbastanza da non uscire dalla sala esattamente come vi siamo entrati.

Una commedia può farci ridere degli altri. La grande commedia ci fa scoprire che stavamo ridendo anche di noi stessi.

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