Alexandra Adams è la prima dottoressa sordocieca del Regno Unito. L’ostacolo più grande non è stata la disabilità

Nel luglio 2026 Alexandra Adams ha completato gli studi in medicina, diventando la prima dottoressa sordocieca del Regno Unito. Il suo traguardo apre una strada a chi sogna una professione dalla quale troppo spesso viene escluso ancora prima di poter dimostrare il proprio valore. Ma racconta anche quanto possa essere violento un sistema incapace di distinguere una disabilità dall’incompetenza.

Alexandra Adams, prima persona sordocieca ad avere completato gli studi di medicina nel Regno Unito. Foto pubblicata sul sito personale Setting Sights

Il nome di Alexandra Elaine Adams compare nel programma ufficiale delle lauree 2026 della Cardiff University, tra coloro che hanno conseguito il Bachelor of Medicine and Bachelor of Surgery. Un documento che certifica molto più di un titolo universitario: rappresenta la conclusione di un percorso interrotto da malattie, operazioni, lunghi ricoveri e discriminazioni che avrebbero potuto impedirle di arrivare fino a quel giorno. 

Alexandra non è diventata dottoressa perché la sordocecità ha smesso di esistere. È diventata dottoressa perché ha continuato a rivendicare il diritto di essere valutata per ciò che sapeva fare, non per ciò che gli altri presumevano non potesse fare.

Prima della medicina c’era il sogno dello sport

Nata con una perdita congenita della vista e dell’udito, Alexandra è registrata come cieca. Ha meno del 5% della visione centrale nell’occhio sinistro, non vede dall’occhio destro ed è cieca al buio. La sua perdita uditiva neurosensoriale è classificata tra grave e profonda. Alexandra utilizza apparecchi acustici in entrambe le orecchie fin dall’età di due anni. 

Essere sordociechi non significa necessariamente non vedere e non sentire nulla. Come spiega Deafblind UK, la sordocecità comprende uno spettro molto ampio di combinazioni tra perdita visiva e uditiva, con conseguenze differenti sulla comunicazione, sulla mobilità e sull’accesso alle informazioni. Ogni persona ha capacità, necessità e strumenti diversi: nessuna diagnosi può sostituire una valutazione individuale.

Durante l’adolescenza il progetto di Alexandra non era ancora la medicina. Si allenava nel nuoto con l’obiettivo di partecipare ai Giochi Paralimpici di Londra 2012. Quello sport rappresentava il suo futuro, fino all’estate del 2010, quando aveva sedici anni e un intervento allo stomaco ebbe gravi complicazioni.

Alexandra ha raccontato al Royal College of Physicians di essere rimasta quasi sempre a letto in ospedale per un anno e mezzo, di avere affrontato altri venti interventi allo stomaco e di avere avuto bisogno di due sonde per la nutrizione. La carriera nel nuoto finì improvvisamente. 

Fu proprio in quel letto, però, che il desiderio di diventare dottoressa si consolidò.

Le parole che cambiarono la sua vita

Durante i giri di reparto, Alexandra vedeva i medici fermarsi ai piedi del letto, leggere la documentazione e parlare della sua condizione senza rivolgersi direttamente a lei. Era la paziente, ma spesso sembrava essere la sola persona esclusa dalla conversazione.

Una giovane dottoressa, dopo avere terminato il giro, tornò indietro. Le rivolse una semplice domanda:

«Stai bene?»

Alexandra rispose di no e scoppiò a piangere. La dottoressa chiuse le tende intorno al letto, le mostrò una grande cicatrice lungo le costole e le disse:

«So come ti senti».

Non le promise che tutto sarebbe andato bene. Non cancellò la paura né il dolore. Fece qualcosa di più essenziale: la vide e la ascoltò come persona. Alexandra comprese che la propria esperienza di paziente avrebbe potuto trasformarsi in una forma di conoscenza e che, un giorno, avrebbe potuto offrire agli altri la stessa empatia. 

Quella dottoressa le mostrò che la medicina non è fatta soltanto di esami, diagnosi e terapie. È fatta anche della capacità di accorgersi di chi ha paura, di chi non riesce a parlare e di chi rischia di scomparire dietro una cartella clinica.

Ammessa, poi respinta perché disabile

Dopo il lungo ricovero Alexandra dovette ricostruire anche la propria formazione. Studiò autonomamente per gli A-level britannici e frequentò una scuola specializzata per studenti ciechi. Nonostante molte persone le consigliassero di rinunciare, presentò domanda a medicina e venne accettata da un’università.

Prima di iscriversi visitò più volte l’ateneo per assicurarsi che fossero disponibili gli adattamenti necessari. Ricevette rassicurazioni e ottenne risultati scolastici persino superiori a quelli richiesti.

Poi, una settimana prima del trasferimento, arrivò una telefonata. Secondo il suo racconto, l’università aveva cambiato idea:

«Non ti vogliamo più perché sei disabile».

Il nome dell’istituzione non è stato reso pubblico. Alexandra dovette perdere un anno e ripresentare la domanda altrove. Fu quindi accolta dalla School of Medicine della Cardiff University. 

Il problema non era che non avesse i voti. Non era che mancassero il talento o la determinazione. Era che un’istituzione aveva deciso che la sua presenza fosse troppo difficile da immaginare.

L’abilismo dentro gli ospedali

L’ammissione a medicina non pose fine ai pregiudizi. Durante il suo primo giorno di tirocinio, ha raccontato Alexandra, un medico senior le domandò:

«Vorresti essere curata da un medico disabile? Assolutamente no».

Venne mandata a casa dopo meno di mezz’ora. Nei giorni successivi alcuni medici pensarono che il bastone bianco che portava appartenesse a un paziente. Quando spiegò che era il suo, uno di loro le disse che non voleva che toccasse le persone ricoverate. In un’altra occasione fu insultata perché aveva chiesto a un collega di parlare più forte durante il giro di reparto. 

Sono episodi raccontati da Alexandra in prima persona e pubblicati dal Royal College of Physicians e dalla Association of Optometrists. Il fatto che una studentessa abbia dovuto cominciare ogni giornata domandandosi non soltanto se sarebbe stata all’altezza del lavoro, ma anche se qualcuno le avrebbe consentito di svolgerlo, rivela la distanza tra l’inclusione dichiarata e quella reale.

A sorprenderla furono soprattutto le reazioni dei pazienti: la maggior parte, ha spiegato, si mostrava disponibile e spesso si apriva con maggiore facilità perché la percepiva come più vicina e più umana. Le resistenze più dure non arrivavano dalle persone che avrebbe dovuto curare, ma da alcuni colleghi che avrebbero dovuto formarla.

Gli strumenti esistono. Ciò che manca è la volontà di adattare

Alexandra utilizza uno stetoscopio Bluetooth che trasmette i suoni direttamente ai suoi apparecchi acustici. Può ricevere avvisi attraverso dispositivi vibranti o collegati al telefono e si serve di tecnologie assistive per leggere e ingrandire le informazioni.

Per inserire una cannula o effettuare un prelievo si affida soprattutto al tatto. La vena migliore, infatti, non è necessariamente quella più visibile: anche ai professionisti vedenti viene insegnato a individuarla con le dita. Alexandra sostiene che la perdita della vista abbia affinato la propria sensibilità tattile e che la necessità di concentrarsi maggiormente per ascoltare le permetta spesso di prestare più attenzione al paziente. 

Questo non significa negare i limiti concreti o sostenere che ogni persona possa svolgere qualsiasi attività senza adattamenti. Significa valutare competenze, sicurezza e strumenti caso per caso, esattamente come dovrebbe avvenire per ogni professionista.

La tecnologia non elimina la sordocecità. Elimina alcuni ostacoli costruiti intorno a un solo modo di vedere, ascoltare e lavorare.

Diciassette mesi in ospedale e una nuova interruzione

Durante la pandemia il percorso di Alexandra subì un’altra durissima interruzione. Nel luglio 2020 venne ricoverata in condizioni gravi, con malnutrizione, crisi convulsive e difficoltà respiratorie. Rimase complessivamente per diciassette mesi in tre diversi ospedali e dovette sospendere medicina per circa due anni e mezzo. 

Durante quel periodo le venne diagnosticata la sindrome di Ehlers-Danlos, una patologia del tessuto connettivo che, nel suo caso, ha coinvolto diversi apparati. Contrasse anche il Covid mentre era ricoverata e affrontò esperienze che le fecero dubitare persino di volere ancora lavorare nella sanità. In seguito avrebbe raccontato che alcuni momenti di cura furono straordinari, mentre altri la lasciarono traumatizzata e con la sensazione di non essere creduta o ascoltata. 

Eppure tornò agli studi. Lo fece senza nascondere le proprie fragilità, portando con sé una conoscenza della medicina costruita da tre prospettive diverse: quella della persona disabile, quella della paziente e quella della futura dottoressa.

Dopo avere ripreso e completato il percorso alla Cardiff University, nel luglio 2026 Alexandra Adams ha conseguito il Bachelor of Medicine and Bachelor of Surgery, diventando la prima dottoressa sordocieca del Regno Unito.

Un riferimento per chi non ne ha mai avuto uno

Quando ancora studiava, Alexandra spiegò di sperare che i giovani sordociechi potessero avere maggiori opportunità, strumenti di sostegno più accessibili e soprattutto un modello nel quale riconoscersi. Lei, crescendo, non ne aveva avuto uno. 

Il suo traguardo non garantisce che le discriminazioni siano finite e non rende automaticamente inclusivo il sistema sanitario britannico. Dimostra però che una persona sordocieca può studiare medicina, lavorare con i pazienti e portare nella professione competenze che non si apprendono soltanto sui manuali.

Alexandra Adams non rappresenta l’eccezione da usare per dire che, con abbastanza forza di volontà, chiunque possa superare qualsiasi barriera. Nessuna persona dovrebbe essere costretta a diventare eccezionale soltanto per ottenere un’opportunità ordinaria.

La sua storia genera ammirazione per ciò che ha costruito, ma anche rabbia per tutto ciò che ha dovuto sopportare senza che fosse necessario: un’ammissione ritirata, l’umiliazione nei reparti, la diffidenza di chi vedeva il bastone e gli apparecchi acustici prima della studentessa.

Il limite più difficile da superare non era nel corpo di Alexandra. Era nello sguardo di chi aveva già deciso che una dottoressa sordocieca non potesse esistere. Ora esiste. E, dopo di lei, altre persone potranno immaginare di esserlo.

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