Hollywood, chi ha davvero diritto a una storia?
Donne ferme a un terzo dei personaggi, 78 film su 100 senza alcuna presenza LGBTQ+, nessun personaggio trans e solo il 2,8% dei personaggi con un nome o almeno una battuta rappresentato con una disabilità. Il nuovo rapporto della USC Annenberg Inclusion Initiative analizza il cinema di maggior successo del 2025 e quasi vent’anni di dati. Ma dietro le percentuali emerge una questione più profonda: non soltanto chi compare sullo schermo, ma chi può essere protagonista, avere una storia e partecipare alla costruzione di quelle storie.

Prima ancora di chiedersi se un personaggio sia complesso, divertente, desiderabile, autorevole o contraddittorio, esiste una domanda più elementare: il cinema gli concede almeno una presenza riconoscibile, abbastanza da avere un nome o pronunciare una battuta?
È questa la soglia minima utilizzata dalla USC Annenberg Inclusion Initiative nel nuovo rapporto Inequality in 1,900 Popular Films, pubblicato nell’agosto 2026 e dedicato alla rappresentazione nei film di maggiore successo commerciale. Lo studio osserva 1.900 titoli distribuiti nelle sale statunitensi dal 2007 al 2025, cento per ogni anno, analizzando sullo schermo genere e appartenenza razziale o etnica dei personaggi e, a partire rispettivamente dal 2014 e dal 2015, anche presenza LGBTQ+ e disabilità. Dietro la macchina da presa vengono invece monitorati registi, sceneggiatori, produttori, compositori e casting director.
Solo nel campione del 2025 sono stati codificati 4.333 personaggi con un nome o almeno una battuta. Ma essere contati non significa necessariamente avere un ruolo importante, e proprio questa distinzione è uno degli elementi più interessanti del rapporto: nel caso della disabilità, per esempio, oltre quattro personaggi su dieci tra quelli individuati vengono classificati dallo studio come non determinanti per lo sviluppo della trama. La prima domanda, quindi, è chi riesca a entrare nell’inquadratura; la seconda è che cosa gli venga poi permesso di fare una volta entrato.
Cosa misura — e cosa non misura — questo studio
- Il campione comprende 100 film di maggior incasso per ogni anno dal 2007 al 2025, selezionati sulla base della performance cinematografica; per il 2025 ogni titolo è stato visionato indipendentemente da almeno tre codificatori e sottoposto al controllo finale di un quarto.
- Vengono conteggiati i personaggi con un nome o almeno una battuta, non semplicemente tutte le persone visibili sullo sfondo.
- Documentari, videoclip musicali e programmi televisivi episodici sono esclusi; il rapporto non rappresenta quindi “tutto il cinema” e non consente di estendere automaticamente i risultati alle produzioni destinate esclusivamente allo streaming o ai film indipendenti meno visti.
- Gli stessi autori sottolineano questa limitazione: opere con minore successo commerciale e titoli delle piattaforme possono mostrare modelli di rappresentazione differenti. Il valore dell’indagine sta soprattutto nella continuità della misurazione degli stessi segmenti del cinema popolare per quasi vent’anni.
Avere un nome o una battuta è dunque il punto di partenza della rappresentazione, non il suo traguardo.
Donne: un terzo dello schermo da quasi vent’anni
Dei 4.333 personaggi analizzati nel 2025, 1.455 erano donne o ragazze, il 33,6%, contro 2.874 uomini o ragazzi, il 66,3%. Completano il campione quattro personaggi non binari. In termini semplici, quasi due personaggi maschili per ogni personaggio femminile.
Il dato diventa più significativo quando si guarda indietro. Quel 33,6% è esattamente la stessa percentuale del 2024 e, secondo il criterio statistico utilizzato dagli autori, non rappresenta un cambiamento sostanziale rispetto al 29,9% del 2007. Per evitare di trasformare oscillazioni minime in presunti progressi, il rapporto considera significative nei confronti annuali soltanto differenze di almeno cinque punti percentuali. In diciannove anni, quindi, la presenza complessiva di donne e ragazze nei ruoli con nome o battuta è rimasta sostanzialmente ferma.
Lo stesso vale quando si cerca un equilibrio all’interno dei singoli film. Gli studiosi definiscono “gender balanced” un cast nel quale donne e ragazze rappresentano tra il 45% e il 54,9% dei personaggi: nel 2025 ci sono riusciti soltanto 14 film su 100. Erano 18 nel 2024 e 12 nel 2007, variazioni che lo studio non considera sufficienti per parlare di un vero cambiamento strutturale.
Ancora più evidente è quello che succede al centro della storia. Escludendo i nove film costruiti attorno a un cast corale, il 38% dei titoli aveva nel 2025 una protagonista o coprotagonista femminile, contro il 55% del 2024 e il 20% del 2007. Il salto rispetto a quasi vent’anni fa è evidente, ma lo è anche la fragilità del risultato: quello che nel 2024 sembrava un punto di svolta non si è consolidato l’anno successivo.
E l’età restringe ulteriormente lo spazio. Tra i personaggi di 40 anni o più, nel 2025 soltanto il 24,2% era costituito da donne, contro il 75,8% di uomini; nel 2007 le percentuali erano 22,1% e 77,9%. Anche qui, quasi due decenni hanno prodotto pochissimo movimento.
Stacy L. Smith, fondatrice dell’Annenberg Inclusion Initiative e autrice del rapporto, lo ha sintetizzato ad ANSA con una frase semplice: «Anno dopo anno, rimangono gli stessi schemi». Il problema, osserva, non è l’assenza assoluta di progressi, ma la loro lentezza e soprattutto la difficoltà a trasformarli in cambiamenti duraturi; dopo quasi vent’anni di rilevazioni e iniziative, sostiene Smith, l’industria continua troppo spesso ad aspettare che il cambiamento avvenga invece di intervenire sui meccanismi che lo producono.
Quel 33,6% è esattamente la stessa percentuale del 2024: in diciannove anni la presenza femminile è rimasta sostanzialmente ferma.
LGBTQ+: 36 personaggi in cento film. Nessuno trans
Se il quadro di genere mostra una presenza incompleta, quello LGBTQ+ mostra soprattutto un’assenza.
Nel 2025, nei cento film analizzati, l’USC Annenberg ha individuato appena 36 personaggi LGBTQ+ con un nome o una battuta, meno dell’1% dell’intero campione. La suddivisione registra 22 personaggi gay, 7 lesbiche, 5 bisessuali, 2 appartenenti alla categoria definita dallo studio come “another sexuality” e nessun personaggio trans.
Non significa che ogni film debba necessariamente contenere un personaggio LGBTQ+. Il dato diventa però difficile da ignorare quando viene osservato su cento titoli contemporaneamente: 78 film non ne presentano neppure uno. Soltanto tre raggiungono una presenza considerata proporzionale rispetto al benchmark del 10% utilizzato dal rapporto e appena un film su cento ha una persona LGBTQ+ come protagonista o coprotagonista.
La dimensione temporale rende il dato trans ancora più significativo. L’Initiative monitora i personaggi LGBTQ+ dal 2014: in dodici anni e 1.200 film, i personaggi transgender individuati sono stati soltanto 12. Nel 2023 non ce n’era nessuno, nel 2024 uno, nel 2025 di nuovo zero.
Anche i 36 personaggi LGBTQ+ che esistono sullo schermo restituiscono una porzione limitata di quella realtà: il 69,4% è maschile, il 60% bianco e il 72,2% ha tra 21 e 39 anni; soltanto tre vengono mostrati come genitori o caregiver. Non è semplicemente una questione di quantità, quindi, ma di quali vite LGBTQ+ riescano più facilmente a diventare immaginabili nel cinema commerciale.
È un tema sul quale Laverne Cox insiste da anni. Parlando nel 2020 con The Guardian del documentario Disclosure, dedicato alla storia della rappresentazione trans sullo schermo, l’attrice disse: «My own life is such a profound example of what representation can do», “la mia stessa vita è un esempio profondo di ciò che la rappresentazione può fare”. Ma nella stessa conversazione spostava immediatamente il problema oltre l’immagine, chiedendo più persone trans dietro le quinte, nella regia, nella produzione e nelle posizioni decisionali.
È un passaggio importante, perché impedisce di ridurre tutto alla domanda “quanti personaggi trans vediamo?”. Se chi appartiene a una comunità entra raramente nei luoghi in cui le storie vengono ideate, finanziate, scritte, dirette e prodotte, la scarsità davanti alla macchina da presa rischia di diventare soltanto l’ultima conseguenza visibile di un problema iniziato molto prima.
In dodici anni e 1.200 film, i personaggi transgender individuati sono stati soltanto 12.
Disabilità: essere presenti non significa avere una storia
Il divario più ampio del rapporto riguarda forse i personaggi con disabilità. Nel 2025 ne sono stati individuati 121, il 2,8% dei personaggi con nome o battuta. L’Annenberg confronta questa percentuale con un benchmark del 27,2% ricavato da una pubblicazione dello U.S. Census Bureau sulla disabilità; è importante precisare che si tratta del riferimento utilizzato metodologicamente dallo studio e non di una stima aggiornata al 2026.
Quasi metà dei cento film — 49 titoli — non mostra neppure un personaggio con disabilità identificato secondo i criteri della ricerca. Soltanto uno raggiunge o si avvicina a una rappresentazione proporzionale al benchmark scelto dagli autori; quindici film hanno invece un protagonista o coprotagonista con disabilità.
Ma è il dato successivo a cambiare il significato dei numeri: il 42,2% dei personaggi con disabilità viene classificato come “inconsequential to the storyline”, cioè non determinante per lo sviluppo della storia. Una presenza può dunque essere conteggiata statisticamente e restare, allo stesso tempo, narrativamente periferica.
Il profilo complessivo è inoltre ristretto: il 69,4% dei personaggi con disabilità è maschile, quasi il 70% è bianco e nessuno dei 121 personaggi individuati nel 2025 risulta anche LGBTQ+ secondo la codifica dello studio. Gli stessi autori leggono questa concentrazione come il segnale di una rappresentazione limitata della pluralità con cui la disabilità può essere vissuta.
C’è poi una domanda ulteriore che questo rapporto non misura: chi interpreta quei personaggi. I dati dell’Annenberg riguardano le caratteristiche dei personaggi sullo schermo e non offrono una rilevazione sistematica dell’eventuale disabilità degli attori chiamati a interpretarli. È quindi importante non confondere due questioni diverse: la presenza narrativa e l’autenticità del casting.
Su questo secondo punto Marlee Matlin è stata esplicita. Nel 2021, discutendo del casting di CODA, disse al Guardian: «Deaf is not a costume», “essere sordi non è un costume”, spiegando perché riteneva essenziale affidare i personaggi sordi ad attori sordi. La sua posizione apre un livello che i numeri del rapporto non possono fotografare da soli: non basta chiedersi se una disabilità sia presente in sceneggiatura, ma anche chi abbia l’opportunità professionale di darle corpo.
Il 42,2% dei personaggi con disabilità è classificato come non determinante per lo sviluppo della trama.
Razza ed etnia: una media apparentemente positiva può nascondere assenze profonde
Sul piano della razza e dell’etnia, il rapporto richiede una lettura particolarmente attenta. Tra i 3.729 personaggi per i quali è stato possibile determinare questa variabile, il 58,5% è bianco; il 14,5% asiatico, il 10,5% nero, il 5,8% ispanico/latino, il 5,2% mediorientale o nordafricano, mentre percentuali inferiori all’1% riguardano i personaggi Native Hawaiian/Pacific Islander e American Indian/Alaska Native. Il restante 4,5% rientra nelle categorie multirazziale, multietnica o altra.
Aggregando tutte le categorie definite dal report come sottorappresentate dal punto di vista razziale o etnico, si arriva al 41,5%, molto vicino al benchmark demografico del 43,9% utilizzato dallo studio. Potrebbe sembrare il dato più incoraggiante dell’intero rapporto, ma sono gli stessi ricercatori a mettere in guardia contro una lettura troppo semplice: quell’aggregazione è, per loro stessa definizione, una misura grezza, perché un numero complessivo vicino alla popolazione reale può nascondere differenze enormi tra le singole comunità.
Separando i gruppi, infatti, il quadro cambia. Nel 2025 30 film su 100 non avevano neppure un personaggio nero con nome o battuta, contro 18 nel 2024; 46 non avevano alcun personaggio ispanico o latino. Per gli asiatici la tendenza è invece migliore: 26 film ne erano privi, meno dei 32 del 2018, e ben 35 titoli mostravano una presenza asiatica superiore al benchmark demografico adottato dal rapporto, il risultato più alto del periodo analizzato per questo indicatore. Anche i personaggi MENA hanno raggiunto nel 2025 la percentuale più alta dell’intera serie storica.
Esistono quindi progressi reali, e sarebbe scorretto cancellarli per costruire una narrazione soltanto negativa. Anche tra protagonisti e coprotagonisti, il 34% dei film del 2025 è centrato su persone appartenenti ai gruppi razziali o etnici classificati come sottorappresentati, contro il 26% del 2024 e il 13% del 2007. Per le donne appartenenti a queste comunità si passa dall’1% dei film nel 2007 al 15% del 2025.
Eppure le disuguaglianze tornano a emergere quando genere ed etnia vengono incrociati. Nel 2025 48 film non avevano alcuna ragazza o donna nera con nome o battuta e 67 non avevano alcuna Latina; le assenze risultano ancora più estese per donne appartenenti ad alcune comunità native e MENA. Il problema dell’intersezionalità appare qui in modo concreto: un miglioramento della rappresentazione complessiva di un gruppo non significa automaticamente che quel progresso venga distribuito allo stesso modo tra uomini e donne.
Eva Longoria lo aveva espresso già nel 2021 commentando un precedente studio USC sulla presenza latina nel cinema: «Representation on screen matters for our community — it shapes not just how others see us, but also how we see ourselves». La rappresentazione sullo schermo, spiegava, conta perché modella non soltanto lo sguardo degli altri su una comunità, ma anche il modo in cui quella comunità può vedere se stessa.
48 film del 2025 non avevano alcuna ragazza o donna nera con nome o battuta; 67 non avevano alcuna Latina.
Dietro la macchina da presa: chi decide quali storie arrivano sullo schermo?
È qui che il rapporto smette definitivamente di essere un semplice conteggio di volti.
Nei cento film del 2025 sono accreditati 110 registi: soltanto 9 sono donne, l’8,2%. Nel 2024 erano 16 su 112, il 14,3%, che rappresentava il punto più alto della serie storica. Il ritorno sotto il 10% nel giro di un anno porta gli autori del rapporto a definire fragili i progressi registrati. Nel complesso dei diciannove anni analizzati, su 2.121 crediti di regia soltanto 148, il 7%, appartengono a donne.
La sproporzione continua negli altri ruoli creativi e produttivi: nel 2025 le donne rappresentano il 16% degli sceneggiatori accreditati, il 24,4% dei produttori e appena l’8,5% dei compositori. Una situazione molto diversa si trova tra i casting director, dove le donne sono l’80,1%: un dato che ricorda quanto sia poco utile parlare genericamente di “donne dietro la macchina da presa” senza distinguere funzioni professionali molto diverse tra loro.
Sul fronte razziale ed etnico, 27 dei 110 registi del 2025, il 24,6%, appartengono alle categorie sottorappresentate utilizzate dallo studio, una quota superiore al 12,5% del 2007. Ma anche qui il dato aggregato nasconde differenze: nel 2025 i quattro registi neri individuati dal rapporto erano tutti uomini, così come i quattro registi ispanici/latini; le sei donne appartenenti a gruppi sottorappresentati che hanno diretto uno dei film del campione erano tutte asiatiche.
La ricerca trova inoltre un’associazione significativa tra il genere di chi dirige e ciò che appare sullo schermo: i film con almeno una donna alla regia presentano più protagoniste o coprotagoniste e una percentuale maggiore di personaggi femminili rispetto ai titoli diretti esclusivamente da uomini. È essenziale, però, non trasformare la correlazione in causalità, e gli stessi autori lo sottolineano. Potrebbe accadere perché alcune registe scelgono o sostengono maggiormente storie legate alla propria esperienza; ma potrebbe anche accadere perché studi e produttori tendono ad affidare alle donne soprattutto film già percepiti come “femminili”, limitandone così l’accesso ad altri generi e progetti. I dati da soli non permettono di stabilire quale spiegazione prevalga.
È proprio questa cautela a rendere il dato interessante: non dimostra che basti assumere una donna alla regia per ottenere automaticamente un film più rappresentativo; dimostra però che chi occupa i luoghi creativi e decisionali non può essere considerato irrilevante rispetto al tipo di storie che arrivano sullo schermo.
Le registe sono passate da 16 a 9 nel giro di un solo anno: nel 2025 rappresentano l’8,2% dei registi del campione.
Da Frances McDormand all’”inclusion rider”: quando la rappresentazione diventa un processo
Nel 2018 Frances McDormand concluse il discorso con cui ritirava l’Oscar per Three Billboards Outside Ebbing, Missouri pronunciando due parole: “inclusion rider”. L’espressione entrò improvvisamente nel dibattito mondiale, ma l’idea era stata proposta da Stacy L. Smith già nel 2014 e successivamente sviluppata sul piano legale insieme a Kalpana Kotagal e Fanshen Cox: utilizzare una clausola contrattuale attraverso la quale attori o altre figure con potere negoziale possano chiedere che l’inclusione venga considerata sia nel casting sia nelle opportunità dietro la macchina da presa.
Otto anni dopo, il nuovo rapporto torna sostanzialmente allo stesso punto, ma lo fa attraverso diciannove anni di dati. Nelle raccomandazioni finali, l’Annenberg suggerisce di utilizzare criteri espliciti nelle assunzioni, nella scrittura e nel casting, fissare obiettivi di inclusione e coinvolgere nuove voci nel processo creativo. Una delle osservazioni più significative riguarda la continuità professionale: la maggior parte delle donne che è riuscita a dirigere almeno uno dei 1.900 film di maggior incasso analizzati compare nel campione una sola volta, segnale che l’accesso alla prima opportunità non coincide necessariamente con la possibilità di ottenere la seconda.
La conclusione degli autori è netta: per cambiare il prodotto bisogna cambiare il processo. I dati mostrano infatti che la ripetizione delle stesse proporzioni sullo schermo corre parallela alla lentezza con cui cambiano scrittura, casting e assunzioni. Non si tratta di stabilire una formula obbligatoria per ogni film, ma di interrogare i meccanismi che, moltiplicati per centinaia di produzioni e per quasi vent’anni, continuano a generare risultati sorprendentemente simili.
Il problema non è che ogni film debba rappresentare tutti
È forse la distinzione più importante da fare quando si leggono numeri di questo tipo. Nessuna singola opera cinematografica ha il compito di riprodurre statisticamente la società, né una storia dovrebbe inserire personaggi soltanto per soddisfare una percentuale. Il cinema vive anche di specificità, ambientazioni circoscritte, scelte autoriali e mondi narrativi che non possono essere trasformati in un censimento.
Il problema emerge quando non si osserva un film, ma cento film ogni anno; non un’annata, ma diciannove anni. A quel punto la ripetizione delle stesse assenze smette di essere facilmente spiegabile attraverso le esigenze di una singola storia e diventa un dato sull’industria che seleziona quelle storie.
Le cifre della USC Annenberg non possono dirci se ciascuno dei 36 personaggi LGBTQ+ sia scritto bene, se un personaggio femminile sia memorabile, se un ruolo con disabilità eviti gli stereotipi o se un protagonista appartenente a una minoranza abbia conquistato davvero il pubblico. Per rispondere a queste domande servirebbe un’analisi qualitativa diversa. Possono però dirci quanto spazio di base esiste prima ancora di arrivare a quelle domande.
Ed è proprio qui che i diversi dati finiscono per incontrarsi. Le donne sono ancora un terzo dei personaggi; quasi otto film su dieci non hanno alcuna presenza LGBTQ+ con nome o battuta; in cento titoli non compare un solo personaggio trans; la disabilità riguarda il 2,8% dei personaggi rilevati e, in molti casi, quei personaggi restano periferici rispetto alla trama. Allo stesso tempo esistono progressi reali nella rappresentazione di alcune comunità razziali ed etniche, mentre l’accesso alle posizioni creative rimane profondamente diseguale.
La questione, allora, non è soltanto chi vediamo sullo schermo. È chi può avere una vita abbastanza complessa da diventare una storia, chi può scriverla, chi può dirigerla e chi riceve una seconda opportunità per continuare a farlo.
Il rapporto USC non dimostra che il cinema sia rimasto immobile in ogni direzione: alcuni indicatori sono migliorati e ignorarli sarebbe altrettanto sbagliato quanto celebrare un progresso che non esiste. Mostra però qualcosa di forse più difficile da accettare: il cambiamento non è inevitabile e, quando arriva, può anche arretrare. Il 55% di film con protagoniste o coprotagoniste nel 2024 è diventato il 38% un anno dopo; le registe sono passate da 16 a 9; dopo dodici anni di monitoraggio, i personaggi trans complessivamente individuati restano appena dodici.
Per questo il dato più importante del rapporto potrebbe non essere una percentuale. Potrebbe essere la distanza tra comparire ed esistere davvero dentro una storia. Perché la rappresentazione non comincia quando una produzione può mostrare un volto diverso nel trailer o nel poster: comincia molto prima, nel momento in cui qualcuno decide quali personaggi meritino un nome, una voce, una relazione, un conflitto, un futuro — e chi avrà la possibilità di immaginarli.
La rappresentazione non comincia quando un volto diverso appare nel trailer: comincia quando qualcuno decide chi merita un nome, una voce, un futuro.