“Sono figlie di Dio”: le parole di Papa Francesco oscurate in Russia e le storie di chi continua a chiedere di essere visto

Dall’autobiografia Spera alle vite di Marcela, delle donne trans di Torvaianica e di Olga: quando una frase riconosce una persona, cancellarla significa provare a cancellare una storia

Papa Francesco ai pranzo dei poveri in Vaticano il 19 Novembre 2023, con alcune donne trans (CNS photo/Vatican Media)

Ci sono incontri che nella memoria delle persone rimangono molto più a lungo del tempo in cui si sono svolti, perché il loro significato non dipende dalla durata del momento ma da ciò che rappresentano per chi lo vive. A volte basta un gesto apparentemente semplice, una mano tesa, un bacio, una parola pronunciata senza clamore, per cambiare il modo in cui qualcuno si sente guardato dagli altri. È questa la dimensione che emerge dal racconto di Papa Francesco nella sua autobiografia Spera, quando ricorda l’incontro in Vaticano con alcune persone trans e la loro emozione davanti a un gesto di vicinanza che, per loro, aveva assunto un valore molto più grande di quello che poteva apparire dall’esterno.

Nel libro Francesco non sceglie di raccontare quell’episodio attraverso il linguaggio delle grandi dichiarazioni pubbliche o delle contrapposizioni ideologiche, ma attraverso la memoria di un incontro umano. Le persone che arrivano in Vaticano non sono presentate come un tema da discutere, né come una questione astratta all’interno del dibattito sulla Chiesa e sui diritti LGBTQ+, ma come individui con un percorso, una storia e una sensibilità spesso segnati dalla difficoltà di trovare uno spazio nel quale sentirsi pienamente accolti. Il Papa ricorda soprattutto la loro emozione davanti a due gesti semplici — una stretta di mano e un bacio — perché proprio quei gesti, per chi ha conosciuto distanza o rifiuto, possono assumere il significato profondo di un riconoscimento.

“La prima volta che un gruppo di transessuali è venuto in Vaticano, se ne sono andate piangendo, commosse perché avevo dato loro la mano, un bacio…”

È all’interno di questo ricordo che Francesco pronuncia la frase destinata a diventare il cuore di questa vicenda:

“Ma sono figlie di Dio!”

Sono parole che racchiudono il senso di un approccio che ha caratterizzato molti momenti del suo pontificato: la scelta di partire dalla persona prima ancora della discussione, dall’incontro prima ancora della definizione, dalla storia individuale prima ancora del dibattito pubblico. Ed è proprio perché quella frase nasce da un’esperienza concreta, da un incontro con persone reali, che la sua cancellazione o modifica all’interno di un’edizione del libro assume un significato che va oltre il semplice intervento editoriale.

Quando una frase diventa una pagina da cancellare

La vicenda dell’edizione russa di Spera non riguarda soltanto alcune righe mancanti da un libro, ma il contenuto simbolico di quelle righe. L’autobiografia di Papa Francesco non è infatti soltanto il racconto di un pontificato o di una vita religiosa: è anche una raccolta di incontri, episodi e riflessioni attraverso i quali il Papa racconta il proprio modo di guardare alle persone e alle fragilità del mondo contemporaneo.

Secondo la denuncia della libreria moscovita Primus Versus e del gruppo Christians Against War, alcuni passaggi presenti nell’edizione originale sarebbero stati rimossi nella versione russa del volume. Tra questi ci sarebbero riferimenti all’incontro con persone trans raccontato da Francesco, passaggi dedicati alle persone LGBTQ+ e altri contenuti legati al rapporto della Chiesa con queste comunità. La segnalazione è stata accompagnata dalla pubblicazione di immagini che mostrano pagine dell’edizione russa con ampie parti oscurate. 

La vicenda deve però essere raccontata con precisione: non è stata resa pubblica una prova che attribuisca direttamente la decisione alle autorità russe, né una motivazione ufficiale dell’editore Alpina sulle modifiche. Il dato verificabile è che alcuni passaggi presenti nell’edizione originale non compaiono nella stessa forma nella versione destinata ai lettori russi. 

Ma il significato della storia va oltre la dinamica editoriale, perché ciò che viene meno in quelle pagine non è soltanto una frase, bensì il racconto di un incontro. Quelle parole raccontavano un momento nel quale alcune persone abituate a essere osservate, giudicate o raccontate dagli altri diventavano finalmente protagoniste della propria esperienza.

La cancellazione di una frase non elimina soltanto delle parole: può cancellare anche il contesto umano nel quale quelle parole erano nate.

Prima della definizione viene la persona

Il peso della frase “Sono figlie di Dio” non nasce soltanto dal fatto che sia stata pronunciata da un Papa. Nasce soprattutto dal contesto nel quale Francesco decide di inserirla: non una discussione teorica sull’identità, non un documento istituzionale, ma il ricordo di un incontro con persone che avevano attraversato una porta del Vaticano portando con sé una storia personale.

Nel corso del suo pontificato Francesco ha più volte scelto di partire dalla relazione umana, insistendo sulla necessità di incontrare le persone prima ancora delle categorie. Un approccio che non ha cancellato le posizioni della Chiesa cattolica su temi come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma che ha cambiato profondamente il linguaggio con cui molte di queste questioni sono state affrontate nello spazio pubblico.

In quella scena raccontata in Spera non ci sono soltanto “persone trans” come argomento di una discussione. Ci sono persone che hanno vissuto un momento nel quale qualcuno, per un istante, ha guardato prima alla loro storia e poi alla loro identità.

È proprio questo il valore di quelle parole: ricordare che dietro ogni definizione esiste una vita intera.

Dalle parole di Francesco alle vite reali: Marcela e le donne trans di Torvaianica

La frase “Sono figlie di Dio” non rimane soltanto dentro le pagine di un’autobiografia. Il suo significato si collega anche alle storie di persone che per lungo tempo sono rimaste ai margini del racconto pubblico.

È questo il percorso raccontato nel documentario di Barbara Grassi dedicato a Marcela e alle donne trans sudamericane di Torvaianica che hanno incontrato Papa Francesco.

La loro vicenda nasce in un momento di particolare fragilità: durante la pandemia queste donne si sono trovate ad affrontare difficoltà economiche e sociali, ma anche una condizione di invisibilità che andava oltre l’emergenza sanitaria. L’incontro con Francesco ha rappresentato un momento di attenzione e riconoscimento, ma il centro della storia non è soltanto il gesto del Papa.

Il vero cuore del racconto sono Marcela e le altre donne: i loro percorsi personali, le esperienze vissute, le difficoltà affrontate e il desiderio di essere viste nella loro complessità, non soltanto attraverso gli stereotipi che spesso accompagnano la narrazione delle persone trans.

Nel lavoro documentaristico di Barbara Grassi, l’incontro con Papa Francesco diventa quindi il punto di partenza per raccontare qualcosa di più grande: il bisogno universale di ogni persona di essere riconosciuta nella propria interezza.

Quando una storia raccontata sullo schermo diventa una storia reale

Lo stesso bisogno di riconoscimento emerge anche in un percorso nato apparentemente lontano da quello raccontato in Spera: quello dei Mafin Days, incontri nati attorno alla storia di Marta e Fina nella serie Sueños de libertad.

All’inizio c’era una storia televisiva, una coppia amata dal pubblico, un legame nato attraverso la fiction. Ma con il tempo è emerso qualcosa di più profondo: quelle persone non si incontravano soltanto per parlare di personaggi immaginari, ma per condividere parti della propria vita che spesso avevano trovato poco spazio altrove.

La rappresentazione, quando è autentica, può diventare un luogo di incontro. Una storia scritta per lo schermo può offrire a qualcuno le parole per raccontare la propria esperienza, può creare legami tra persone lontane e può trasformarsi in una comunità reale.

Tra queste storie c’è anche quella di Olga, una ragazza russa incontrata attraverso questo percorso, che ha raccontato la propria esperienza e il significato di trovare uno spazio internazionale nel quale condividere la propria voce.

La sua testimonianza non vuole rappresentare un intero Paese né una realtà complessa come quella russa, ma racconta qualcosa di universale: il bisogno di trovare luoghi nei quali non dover nascondere una parte di sé.

Le parole possono essere cancellate. Le storie no.

Dalle pagine di Spera alle vite di Marcela e delle donne trans di Torvaianica, fino alla voce di Olga, emerge un filo comune: la necessità per ogni persona di trovare uno spazio nel quale essere riconosciuta.

Perché la rappresentazione non è soltanto il modo in cui una società racconta qualcuno. È anche il modo in cui una persona può scoprire di non essere sola.

Una frase può essere rimossa da un libro. Un’immagine può essere nascosta. Un racconto può essere reso più difficile da trovare.

Ma quando quelle parole hanno raggiunto qualcuno, quando una storia ha creato una comunità, quando una persona ha trovato finalmente un luogo nel quale riconoscersi, il loro significato continua a vivere.

Le parole possono essere cancellate da una pagina. Non dalle persone che hanno trovato se stesse dentro quelle parole.

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