Ecuador, adozioni vietate ai single LGBT e genitori dei minori trans a rischio: la legge che riapre la discriminazione
La riforma nata per accelerare le adozioni esclude esplicitamente le persone single lesbiche, gay e bisessuali e introduce una nuova causa che può portare alla perdita della potestà per i genitori che sostengono determinate cure per un figlio transgender. Il caso ecuadoriano racconta una contraddizione più ampia: nel 2026, mentre in alcuni paesi i diritti avanzano, in altri vengono limitati, cancellati o persino criminalizzati.

Una legge nata con un obiettivo difficile da contestare — ridurre i tempi delle adozioni e impedire che bambini e adolescenti trascorrano anni negli istituti — è diventata in Ecuador il contenitore di disposizioni che Human Rights Watch denuncia come discriminatorie nei confronti delle persone LGBT e pericolose per le famiglie con figli transgender. La Ley Orgánica Reformatoria de varios cuerpos legales para la agilización de la adopción è stata approvata dall’Assemblea nazionale il 28 luglio con 118 voti favorevoli, nessun contrario e 25 astensioni ed è stata pubblicata nel Registro Oficial il 14 agosto 2026, dopo la sanzione presidenziale comunicata il giorno precedente. Non è dunque l’obiettivo dichiarato della riforma a essere al centro delle contestazioni, ma alcune norme inserite all’interno di un provvedimento nato per rispondere a un problema reale del sistema ecuadoriano.
Una riforma per aiutare i bambini che introduce nuove esclusioni
Durante l’iter parlamentare, la presidente della Commissione di Trasparenza Diana Jácome e altri promotori hanno insistito sulla necessità di eliminare duplicazioni, fissare termini più stringenti per le diverse fasi, prevedere conseguenze per il mancato rispetto dei tempi e ridurre la permanenza di bambini e adolescenti nelle strutture di accoglienza. L’interesse superiore del minore è stato presentato come principio guida della riforma e diversi interventi hanno richiamato casi nei quali i procedimenti possono protrarsi per anni. La legge, quindi, contiene misure che affrontano effettivamente ritardi e inefficienze del sistema adottivo. È proprio questa finalità dichiarata di garantire più rapidamente il diritto di un bambino a vivere in una famiglia a rendere ancora più evidente la contraddizione con le disposizioni che stabiliscono, sulla base dell’orientamento sessuale, chi possa essere considerato idoneo a offrirgliela.
L’Ecuador vietava già l’adozione alle coppie dello stesso sesso attraverso l’articolo 68 della Costituzione, nonostante dal 2019 riconosca il matrimonio egualitario. La nuova legge va però oltre quella limitazione: stabilisce esplicitamente che, nel caso dell’adozione individuale, la persona debba essere eterosessuale. La precedente disciplina privilegiava le coppie eterosessuali sposate rispetto alle persone single, ma non conteneva nella norma sui principi dell’adozione un’esclusione espressa dei single lesbiche, gay e bisessuali. La riforma del 2026 non si limita quindi a lasciare intatto un divieto già esistente: estende formalmente la discriminazione a persone che fino a quel momento non erano escluse in modo esplicito sulla base del proprio orientamento sessuale. Human Rights Watch sottolinea inoltre come l’orientamento sessuale non determini la capacità di offrire a un bambino un ambiente stabile, sicuro e affettuoso e contesta una selezione preventiva per categorie al posto di una valutazione individuale dell’idoneità di chi chiede di adottare.
Ancora più delicata è la modifica che riguarda i genitori dei minori transgender. La legge inserisce tra le condotte che possono portare alla privazione della potestà genitoriale la promozione, da parte dei genitori, di procedure mediche, chirurgiche o farmacologiche dirette, secondo le parole utilizzate dalla normativa, a «modificare il sesso biologico» di un figlio minorenne. La perdita della potestà non è automatica: richiede un procedimento e una decisione giudiziaria. Ma la nuova disposizione crea una base legale attraverso la quale il sostegno fornito da un genitore a determinate cure per un figlio trans può diventare uno degli elementi utilizzati per separarlo legalmente da lui. Se entrambi i genitori dovessero perdere la potestà e non esistessero familiari idonei ad assumere la responsabilità del minore, la normativa prevede inoltre un percorso che può condurre alla sua dichiarazione di adottabilità. Secondo Human Rights Watch, una formulazione tanto ampia rischia anche di produrre un effetto preventivo, inducendo alcune famiglie a non chiedere neppure consiglio medico per paura delle conseguenze legali.
La questione intersex richiede invece una distinzione precisa. La legge non definisce “normalizzanti” gli interventi sui bambini intersex, ma introduce un’eccezione alla nuova causa di privazione della potestà per gli interventi previsti in presenza di condizioni intersessuali. È Human Rights Watch a inserire questa eccezione nel più ampio dibattito sugli interventi cosiddetti di “normalizzazione” delle caratteristiche sessuali, pratiche che possono comprendere operazioni eseguite durante l’infanzia quando il bambino non è ancora in grado di esprimere il proprio consenso. L’organizzazione sottolinea che alcuni di questi interventi non sono medicalmente necessari e possono essere rinviati in sicurezza fino a quando la persona interessata possa partecipare alla decisione, ricordando i possibili effetti permanenti sulla salute fisica e psicologica. Il punto non è dunque equiparare qualsiasi trattamento necessario per una condizione intersex a una pratica lesiva, ma interrogarsi sul perché la legge introduca esplicitamente un’eccezione in questo ambito mentre rende il sostegno dei genitori a determinate cure per un figlio trans una possibile causa di perdita della potestà.
Un paese che sui diritti aveva fatto passi importanti
Per comprendere la portata della scelta del 2026 bisogna però guardare alla storia dell’Ecuador, perché non stiamo parlando di un paese rimasto immobile per trent’anni, ma di uno Stato che in diversi momenti è stato persino anticipatore nella tutela dei diritti LGBT e che oggi mostra quanto una conquista giuridica non sia necessariamente irreversibile. Nel 1997 il Tribunale costituzionale ecuadoriano, con la sentenza 111-97-TC, dichiarò incostituzionale la criminalizzazione dei rapporti omosessuali consensuali, in una delle prime decisioni nazionali di questo tipo in America Latina, affermando che le persone omosessuali sono titolari degli stessi diritti fondamentali e devono poterli esercitare in condizioni di uguaglianza.
La Costituzione del 2008 consolidò alcuni di questi progressi vietando espressamente le discriminazioni fondate, tra le altre condizioni, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere e riconoscendo le unioni stabili tra due persone, ma nello stesso testo rimase una contraddizione fondamentale: l’articolo 68 riservava l’adozione alle coppie di sesso diverso. Negli anni successivi è stata soprattutto la Corte Constitucional a spingere più avanti il riconoscimento delle famiglie LGBT. Nel 2018, nel caso di Satya, una bambina nata in Ecuador da due madri britanniche, la Corte stabilì che il Registro civile aveva violato i suoi diritti ordinando che fosse registrata come cittadina ecuadoriana con entrambe le donne riconosciute come madri, affermando il diritto all’identità, alla nazionalità, all’uguaglianza e alla tutela della famiglia nelle sue diverse forme. Fu un passaggio fondamentale perché il centro della decisione non era soltanto il diritto delle due donne a essere riconosciute, ma quello della bambina a vedere giuridicamente riconosciuta la famiglia nella quale era nata e viveva.
Nel giugno 2019 arrivò poi il matrimonio egualitario. La Corte Constitucional dichiarò incompatibili con i principi di uguaglianza alcune norme che limitavano il matrimonio alle coppie eterosessuali e interpretò il quadro costituzionale anche alla luce degli standard della Corte interamericana dei diritti umani. Da quel momento in Ecuador due donne o due uomini hanno potuto sposarsi, ma non adottare insieme: una frattura giuridica che la riforma del 2026 non soltanto non risolve, ma estende introducendo l’eterosessualità come requisito espresso anche per chi voglia adottare da solo.
La stessa tensione fra riconoscimento dei diritti e reazione politica è emersa con particolare evidenza sul terreno dell’identità di genere. Con la sentenza 95-18-EP/24, relativa a una studentessa trans alla quale la scuola aveva negato l’uso del nome sociale e imposto ostacoli rispetto a uniforme, bagni e piena partecipazione alla vita scolastica, la Corte ha riconosciuto violazioni dei diritti all’uguaglianza, al libero sviluppo della personalità e all’educazione. Nel marzo 2025, però, il presidente Daniel Noboa sottoscrisse un impegno pubblico affermando che il governo non avrebbe introdotto quella che definiva «ideologia di genere» nei materiali educativi né permesso «cambi di sesso» nei minori.
Il contrasto si è riproposto nel 2026. Il 5 febbraio, con la sentenza 4-24-CN/26, la Corte Constitucional ha stabilito che la minore età non può rappresentare, da sola, un ostacolo automatico alla rettifica della menzione del genere nei documenti di identità di una persona adolescente, fissando specifiche condizioni, tra cui l’accompagnamento dei rappresentanti legali e una valutazione individualizzata della maturità. La Commissione interamericana per i diritti umani ha accolto positivamente la decisione nell’aprile successivo. Da una parte, quindi, la giurisprudenza ecuadoriana riconosce che anche un adolescente può essere titolare di autonomia, identità e capacità decisionale da valutare concretamente; dall’altra, la nuova legge sulle adozioni introduce una disposizione che può trasformare il sostegno della sua stessa famiglia in materia di cure in un terreno di intervento dello Stato.
Ecuador, Uganda, Russia, Perù: diritti molto diversi, arretramenti che continuano nel 2026
Il caso ecuadoriano non è isolato, anche se sarebbe sbagliato mettere sullo stesso piano realtà profondamente differenti. I dati pubblicati da ILGA World nel giugno 2026 mostrano che 65 Stati membri delle Nazioni Unite continuano a criminalizzare gli atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso e che nel 2025 il loro numero è aumentato per la prima volta in quasi un decennio; in sette Stati la pena di morte è prevista dalla legge per rapporti omosessuali consensuali, mentre in altri cinque non esiste piena certezza giuridica sul suo possibile impiego. Nello stesso momento storico, soltanto 37 Stati membri dell’ONU, oltre a Taiwan, riconoscono il matrimonio egualitario. Non esiste dunque un movimento mondiale inevitabile e lineare verso una maggiore uguaglianza: accanto ai progressi continuano a esserci immobilità, reazioni legislative e vere e proprie regressioni.
Nel vicino Perù, nel 2026, non sono ancora riconosciuti né il matrimonio tra persone dello stesso sesso né un sistema generale di riconoscimento legale del genere per le persone trans e manca una legislazione complessiva contro la discriminazione LGBT. La distanza diventa enormemente maggiore guardando all’Uganda, dove resta in vigore l’Anti-Homosexuality Act del 2023, che prevede fino all’ergastolo per rapporti omosessuali consensuali e la pena di morte nelle fattispecie definite di «omosessualità aggravata»: il 18 febbraio 2026 due donne sono state arrestate dopo segnalazioni secondo cui si sarebbero baciate e avrebbero avuto comportamenti omosessuali. In Russia, dopo la decisione della Corte Suprema del 2023 che ha classificato come “estremista” il cosiddetto «movimento LGBT internazionale», la repressione si è ulteriormente estesa: secondo Human Rights Watch, al 24 agosto 2026 tribunali di sette regioni avevano messo al bando dieci organizzazioni LGBT e le condanne penali collegate alla decisione del 2023 erano arrivate complessivamente a 21.
Le situazioni sono molto diverse per natura e gravità: vietare a una persona gay di adottare non equivale a rischiare il carcere o la pena di morte per una relazione consensuale, e confondere questi livelli renderebbe meno comprensibile, non più forte, la denuncia. Ciò che li collega è però un principio: nel 2026 orientamento sessuale, identità di genere o caratteristiche sessuali continuano a essere utilizzati in numerose parti del mondo come criteri attraverso i quali lo Stato concede o sottrae diritti, decide quali famiglie siano considerate legittime, quali identità possano essere riconosciute e quali relazioni possano essere vissute liberamente.
Il caso dell’Ecuador è particolarmente significativo proprio perché mostra che il progresso non procede necessariamente in linea retta. È il paese della storica decriminalizzazione del 1997, del riconoscimento della famiglia di Satya nel 2018, del matrimonio egualitario dal 2019 e delle recenti sentenze a tutela degli adolescenti transgender, ma è anche il paese che nell’agosto 2026 ha scritto in una legge che una persona che adotta da sola deve essere eterosessuale e ha introdotto una nuova causa che può mettere in discussione la potestà di chi sostiene determinate cure per un figlio trans.
I diritti non scompaiono sempre con un gesto clamoroso. Possono essere erosi attraverso una clausola, una definizione, un requisito inserito in una legge presentata per raggiungere un obiettivo completamente diverso. Ed è forse questa la lezione più inquietante dell’Ecuador del 2026: una società può avere conquistato nuovi diritti senza averli messi definitivamente al sicuro.