George Clooney, il Leone d’Oro e il potere delle storie: «Sono pericolose per chi spaccia paura»
Alla serata inaugurale di Venezia 83, George Clooney riceve il Leone d’Oro alla carriera e trasforma il riconoscimento in una riflessione su ciò che cinema, giornalismo e arte possono ancora fare in un tempo costruito sulla paura dell’altro. «Nessuno ride in una lingua diversa. Nessuno piange in una lingua diversa».

📸 Ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia
Venezia celebra una carriera lunga quarantacinque anni, ma George Clooney sceglie di parlare soprattutto del presente. La sera del 2 settembre, nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, l’attore, regista e produttore statunitense riceve il Leone d’Oro alla carriera dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e usa quel momento per allargare il discorso ben oltre il cinema. Al centro c’è una domanda semplice e insieme enorme: che cosa possono ancora fare le storie quando qualcuno costruisce il proprio potere convincendoci ad avere paura gli uni degli altri? Clooney parte da qualcosa di elementare, quasi disarmante: «Nessuno ride in una lingua diversa. Nessuno piange in una lingua diversa. I genitori si preoccupano allo stesso modo. I bambini sognano allo stesso modo. L’amore appare straordinariamente simile in ogni lingua, il che rende difficile credere che siamo così diversi come ci viene costantemente detto». È probabilmente il passaggio che meglio spiega il senso del suo intervento: non la pretesa di attribuire al cinema un potere salvifico, ma l’idea che raccontare qualcuno significhi renderlo meno estraneo e che, proprio quando le differenze vengono usate per costruire paura, la capacità di riconoscere qualcosa di sé in una vita apparentemente lontana acquisti un valore ancora più forte.
Quando il potere ha bisogno della paura
«Viviamo un’epoca in cui chi detiene il potere ci dice di temerci l’un l’altro, ma noi sappiamo bene che non funziona così, vero?», dice Clooney dal palco veneziano, prima di allargare la riflessione a chi viene colpito per primo quando il potere considera pericolose le domande e la complessità. «Le prime persone che gli autoritari cercano di mettere a tacere non sono i politici. Sono i giornalisti che fanno domande. Sono gli artisti che rifiutano le risposte semplici. Sono i registi, gli scrittori, gli attori e i musicisti che insistono sul fatto che qualcuno che non hai mai incontrato potrebbe meritare la tua empatia». È qui che arriva una delle frasi più forti della serata: «Le storie sono sempre pericolose per chi spaccia paura». Non è difficile riconoscere in queste parole una linea che attraversa una parte importante del lavoro di Clooney. Ventuno anni fa, proprio a Venezia, presentava Good Night, and Good Luck, il film da lui diretto sul giornalista Edward R. Murrow e sullo scontro con il senatore Joseph McCarthy nell’America degli anni Cinquanta. Un racconto sul giornalismo, sul potere e sul prezzo delle domande scomode che oggi torna inevitabilmente a risuonare.
Giornalismo, IA e la fiducia nelle immagini
Poche ore prima della cerimonia, Clooney aveva parlato anche del presente dell’informazione e della concentrazione dei media nelle mani di alcuni dei più grandi patrimoni del pianeta, definendo la situazione preoccupante ma aggiungendo che «c’è ancora spazio per un buon giornalismo». Nella stessa giornata aveva affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale e dei deepfake, sottolineando quanto stia diventando più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è. Il punto non riguarda soltanto Hollywood. Quando diventa possibile riprodurre un volto, una voce o un avvenimento con un livello crescente di realismo, la domanda si sposta sul terreno della fiducia: chi controlla quelle immagini, come vengono utilizzate e quanto possiamo ancora credere a ciò che vediamo. Cinema e giornalismo finiscono così per incontrarsi nello stesso problema, perché entrambi dipendono dalla credibilità del racconto e dalla possibilità di distinguere la narrazione dalla manipolazione.
Quello che i film non possono fare. E quello che possono ancora fare
Clooney evita però di trasformare il cinema in una soluzione universale e ne definisce apertamente i limiti: «I film non fermano le guerre. Non riducono l’inflazione. Non spostano le elezioni». Poi arriva il “ma”. Le storie possono comunque fare qualcosa di straordinario: ricordarci che uno sconosciuto non è necessariamente qualcuno dal quale difenderci, ma una persona della quale possiamo comprendere la paura, il desiderio e il dolore, qualcuno che può persino diventare l’eroe della storia di qualcun altro. È una concezione della rappresentazione che non passa attraverso grandi formule programmatiche ma attraverso un gesto molto più concreto: fare in modo che una vita lontana dalla nostra smetta di essere soltanto “l’altro”. In una sala cinematografica accade esattamente questo: persone che non si conoscono siedono al buio e per qualche ora accettano di interessarsi alla vita di qualcuno che non hanno mai incontrato. È questa disponibilità verso l’altro che Clooney sembra considerare ancora preziosa.
Un Leone d’Oro costruito anche sugli incontri
Il Leone d’Oro arriva dopo quarantacinque anni di carriera e dopo un rapporto particolarmente lungo con Venezia. Quando la Biennale aveva annunciato il premio, Clooney aveva definito la Mostra il suo festival preferito, scherzando sul fatto che un riconoscimento alla carriera significasse probabilmente anche essere diventato vecchio. Sul palco torna sull’idea del tempo con lo stesso umorismo, ma quando guarda indietro evita la narrazione dell’uomo che ha costruito da solo il proprio successo e insiste invece sulle persone incontrate lungo il percorso. «Nessuno arriva da nessuna parte da solo». È una frase meno spettacolare di altre, ma perfettamente coerente con tutto il discorso: una carriera individuale viene celebrata attraverso un premio, mentre chi lo riceve ricorda che nessuna storia è davvero individuale.
Ed è questo che rimane del Leone d’Oro di George Clooney a Venezia, oltre il riconoscimento a uno degli uomini più riconoscibili del cinema contemporaneo. In un momento in cui paura, polarizzazione, manipolazione delle immagini e concentrazione dell’informazione possono rendere più difficile riconoscersi nell’altro, Clooney riporta il cinema alla sua funzione più semplice: non salvarci, non risolvere le guerre, non decidere le elezioni, ma continuare a raccontarci gli uni agli altri.