Queer Lion, vent’anni di cinema LGBTQIA+ a Venezia: il MiC nega il patrocinio nell’edizione del ventennale

La 83ª Mostra del Cinema di Venezia si apre con dodici film in corsa per il ventesimo Queer Lion, il premio che dal 2007 porta al Lido storie e personaggi LGBTQIA+ e queer. Regione Veneto e Comune di Venezia hanno concesso il patrocinio per l’edizione celebrativa, mentre il Ministero della Cultura lo ha negato. Il MiC esclude ragioni legate ai contenuti e parla di requisiti non soddisfatti; il Corriere del Veneto riferisce anche di un riscontro della Prefettura, sul quale al momento non emerge una conferma indipendente. Al di là della vicenda istituzionale, i vent’anni del premio raccontano soprattutto quanto sia cambiato il rapporto tra cinema e rappresentazione.

Immagine ufficiale del 20° Queer Lion Award 2026. Artwork di Joey Guidone.

Ci sono anniversari che servono soprattutto a guardare indietro e altri che, quasi involontariamente, finiscono per raccontare il presente. Il Queer Lion compie vent’anni proprio mentre oggi, 2 settembre, si apre la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in programma al Lido fino al 12 settembre. Lo fa con dodici film in concorso e con storie che attraversano identità, famiglie non convenzionali, disabilità, migrazioni, guerra, mascolinità, desiderio e libertà. È un traguardo che misura quanto sia cambiato il rapporto tra cinema e rappresentazione LGBTQIA+, ma anche quanto la possibilità di essere visti, riconosciuti e raccontati continui ad avere un significato culturale che va ben oltre lo schermo. 

Il Queer Lion è il premio collaterale della Mostra di Venezia dedicato alle opere che portano sullo schermo temi e personaggi LGBTQIA+ e queer. Scopri la storia e le attività del premio sul sito ufficiale del Queer Lion.

A rendere questa edizione particolare c’è però anche un’assenza. Per celebrare il ventennale, l’organizzazione aveva deciso di tornare a chiedere, dopo diversi anni, il patrocinio delle istituzioni. Regione Veneto e Comune di Venezia lo hanno concesso; il Ministero della Cultura no. Una scelta destinata inevitabilmente ad assumere un significato simbolico per un riconoscimento nato proprio con l’obiettivo di dare visibilità alla cultura queer. Ma la ricostruzione completa della vicenda impone di andare oltre la prima impressione: dopo le dichiarazioni del fondatore Daniel N. Casagrande pubblicate il 13 agosto da Gay.it, due giorni più tardi il Corriere del Veneto ha raccolto anche la posizione del Ministero. E le due versioni devono essere tenute insieme. 

Dal “bollino gay” alle produzioni che chiedono di entrare

Il Queer Lion nasce da un’intuizione del giornalista e critico cinematografico Daniel N. Casagrande. Nel 2003, intervistando l’allora direttore della Mostra Moritz De Hadeln, Casagrande gli chiese se anche Venezia potesse creare uno spazio analogo a quello aperto a Berlino con il Teddy Award per riconoscere la cinematografia queer. La risposta fu positiva, ma il cambio alla direzione della Mostra rallentò il progetto. L’idea ripartì con Marco Müller e nel 2007, alla 64ª Mostra, nacque ufficialmente il Queer Lion, premio collaterale per il miglior film con tematiche omosessuali e queer culture. 

Il primo vincitore fu The Speed of Life di Ed Radtke. Negli anni il premio ha riconosciuto opere molto diverse tra loro, da A Single Man di Tom Ford a Heartstone di Guðmundur Arnar Guðmundsson, da José di Li Cheng fino a En el camino di David Pablos, vincitore nel 2025 con una storia d’amore tra due uomini immersa nel mondo violento, eteronormativo e ipermaschile dei camionisti messicani. 

Ma forse il cambiamento più significativo di questi vent’anni non si trova nell’albo d’oro. Casagrande ha raccontato a Gay.it che nei primi anni alcuni uffici stampa si lamentavano quando i propri film venivano inseriti nella selezione, preoccupati che il “bollino gay” potesse ghettizzarli. Oggi accade il contrario: da circa dieci anni sono le produzioni a chiedere di essere inserite, anche fuori concorso.

È una trasformazione culturale che racconta qualcosa di più grande del Queer Lion. Essere associati a una storia LGBTQIA+ non viene più necessariamente considerato un rischio commerciale o un’etichetta da evitare. Non significa che pregiudizi e discriminazioni siano scomparsi, ma che la rappresentazione ha conquistato uno spazio che vent’anni fa non poteva essere dato per scontato.

E forse proprio qui si misura il senso di un premio come questo: non soltanto nei film che ha scelto, ma nel cambiamento dello sguardo di chi quei film deve produrre, promuovere e portare davanti al pubblico.

Dodici film e molti modi diversi di essere queer

Anche la selezione del ventesimo Queer Lion mostra quanto sia diventato più ampio il concetto stesso di rappresentazione. Sono dodici i titoli in concorso, individuati grazie alla collaborazione con le diverse commissioni e sezioni che compongono l’universo della Mostra. Per essere eleggibile, un’opera deve avere una durata di almeno trenta minuti e contenere temi o personaggi LGBTQIA+ rilevanti. 

Dentro questo perimetro, però, le storie sono radicalmente diverse.

In I Plant My Hand in the Garden di Boris Hadžija e Hoda Taheri, Hoda, rifugiata iraniana e incinta, e Boris, uomo gay queer serbo, decidono di sposarsi e crescere insieme il bambino, interrogando i modelli ereditati di amore, famiglia, mascolinità e paternità. Queer Edward II di Theo Rollason torna invece alla Gran Bretagna del 1991 e al lavoro di Derek Jarman, utilizzando immagini inedite dal set di Edward II per raccontare il prezzo e la forza della visibilità queer in un momento storico in cui quella comunità era direttamente sotto attacco. 

Tijuana, Todavía di Gabriel Gutierrez Morales fa incontrare attraverso un’app di dating un giovane queer russo fuggito dalla guerra in Ucraina e un uomo gay messicano, intrecciando esilio, identità digitali e machismo. In London di Victor Di Marco e Márcio Picoli, il protagonista è invece un giovane uomo disabile che lavora come dominatore in un fetish club e teme che una diagnosi, invece di aiutarlo a comprendere il proprio corpo, finisca per ridurlo a un’etichetta. 

Peau d’homme di Léa Domenach usa commedia e musical per mettere in discussione ruoli di genere e desiderio attraverso una principessa che, grazie a una pelle misteriosa, può assumere sembianze maschili. E Lovers in the Blue Night di Anuparna Roy, ambientato alla periferia di Mumbai, incrocia le vite di quattro migranti — tra loro un uomo gay sposato e sua moglie — dentro una storia di amore, desiderio, sopravvivenza e bisogno di appartenenza. 

È forse questo uno dei dati più interessanti del ventesimo anniversario: la rappresentazione queer non coincide più necessariamente con una storia costruita soltanto intorno al coming out o alla discriminazione. Può parlare contemporaneamente di guerra, disabilità, famiglia, migrazione, corpo, classe sociale, mascolinità e solitudine.

La persona LGBTQIA+ smette di essere semplicemente “il tema” del film e può diventare, prima di tutto, una persona dentro una storia.

Il patrocinio del MiC: che cosa è successo

È proprio per celebrare questi vent’anni che il Queer Lion aveva deciso di tornare a chiedere i patrocini istituzionali, che per propria scelta non richiedeva più dal 2019. Alla Regione Veneto la domanda è stata presentata il 3 ottobre 2025e accolta il 26 novembre. Al Comune di Venezia è arrivata il 13 febbraio 2026 ed è stata approvata il 15 luglio. Lo stesso 13 febbraio è stata inoltrata anche la richiesta al Ministero della Cultura. 

Secondo la ricostruzione fornita da Casagrande a Gay.it, dopo mesi di solleciti il 6 agosto la segreteria del ministro Alessandro Giuli ha fatto sapere all’organizzazione che, non essendo arrivata una risposta positiva entro i termini previsti, il patrocinio doveva considerarsi non concesso. Casagrande ha raccontato di avere successivamente chiesto il numero di protocollo dell’istruttoria e di essersi sentito rispondere che avrebbe dovuto richiederlo attraverso un accesso agli atti. 

«Sinceramente? Non me lo spiego», ha commentato il fondatore, sottolineando che il Queer Lion valuta opere già selezionate dalla Mostra del Cinema. 

Il quadro si è però completato il 15 agosto, quando il Corriere del Veneto ha pubblicato anche la posizione del Ministero. Il MiC ha escluso esplicitamente che la mancata concessione fosse collegata ai contenuti, alle finalità o alla tematica dell’iniziativa, spiegando che la decisione derivava dall’esito delle verifiche previste per l’assegnazione dei patrocini. Secondo quanto dichiarato dal dicastero, l’istruttoria ha riguardato la documentazione presentata, lo statuto e il programma dell’iniziativa, il parere della Direzione generale competente e i riscontri della Prefettura. Il parere della Direzione generale Cinema e audiovisivo, precisa il Ministero, era stato acquisito il 5 agosto e al termine dell’iter non tutte le condizioni necessarie sarebbero risultate soddisfatte. 

Il Corriere del Veneto aggiunge un elemento ulteriore, riferendo che il diniego sarebbe collegato a un riscontro della Prefettura riguardante il legale rappresentante dell’organizzazione. Si tratta però di un’informazione attribuita dal quotidiano alle proprie fonti: BGTalks non ha trovato al momento una conferma autonoma di questo specifico elemento, mentre nella dichiarazione riportata testualmente dal giornale il Ministero si limita a citare genericamente i «riscontri di competenza della prefettura». 

La distinzione è importante. Allo stato delle informazioni disponibili non esistono elementi sufficienti per affermare che il patrocinio sia stato negato a causa della natura LGBTQIA+ del Queer Lion, né quindi per definire la vicenda come un atto di censura. Farlo significherebbe trasformare un interrogativo in una conclusione che le fonti disponibili non consentono.

Resta però il valore simbolico della scelta. Regione Veneto e Comune di Venezia hanno concesso il patrocinio, il Ministero no; e questo accade proprio nell’anno in cui il Queer Lion festeggia vent’anni. Il MiC aveva concesso il proprio patrocinio al premio dal 2011 al 2017; dal 2019 l’organizzazione aveva poi scelto di non richiedere più patrocini, tornando a farlo una tantum per questa edizione celebrativa. 

E il patrocinio, come ha ricordato lo stesso Casagrande, non comporta finanziamenti, esenzioni o utilizzo gratuito di spazi. È innanzitutto un riconoscimento istituzionale. Proprio per questo, però, la sua presenza o la sua assenza possiedono inevitabilmente un significato pubblico. 

Un premio che oggi serve in modo diverso

Forse la domanda più interessante, vent’anni dopo, non è se il Queer Lion sia ancora necessario per dimostrare che esiste un cinema LGBTQIA+. Sarebbe una domanda troppo semplice. La questione è capire perché continui ad avere senso osservare il cinema anche attraverso la lente della rappresentazione.

Nel 2007 significava innanzitutto individuare e valorizzare storie che rischiavano di restare ai margini. Nel 2026 significa anche interrogarsi su come quelle vite vengono raccontate, sulla complessità che viene loro riconosciuta, sulle intersezioni con altre esperienze e sulla capacità della presenza sullo schermo di produrre conoscenza invece di limitarsi a soddisfare una quota.

L’evoluzione stessa del Queer Lion racconta questo passaggio. Da un premio che alcuni temevano perché avrebbe potuto “etichettare” un film è diventato uno spazio al quale le produzioni chiedono di appartenere. E nella selezione del ventesimo anniversario una storia queer può parlare allo stesso tempo di una famiglia costruita fuori dai modelli tradizionali, della guerra in Ucraina, della disabilità, dell’esilio, del machismo, della migrazione o del bisogno universale di essere amati e riconosciuti. 

Il ventesimo Queer Lion comincia concretamente il proprio percorso proprio oggi. Alle 14 è stata programmata per stampa e industry la prima proiezione di Salón de belleza; alle 22 è prevista quella di I Plant My Hand in the Garden. Nei prossimi giorni arriveranno gli altri titoli, fino alla scelta del film che raccoglierà l’eredità dei diciannove vincitori precedenti. 

Ma forse il risultato più importante di questi vent’anni esiste già e non ha bisogno di una giuria per essere assegnato.

Il Queer Lion non ha costruito un recinto nel quale confinare il cinema LGBTQIA+. Ha contribuito, insieme a molti altri percorsi culturali, ad allargare lo spazio nel quale quelle storie possono esistere. Fino a ricordarci qualcosa che dovrebbe essere semplice: esistono infiniti modi di essere umani, e il cinema diventa più ricco quando può raccontarli tutti.

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