UNICEF, abusi sessuali facilitati dalla tecnologia: quasi 1 minore su 5 nei 21 Paesi analizzati

Dai social network alle immagini sessuali create con l’intelligenza artificiale, il rapporto Through Children’s Eyes ricostruisce la dimensione di un fenomeno che spesso resta invisibile: oltre quattro casi su dieci non vengono raccontati a nessuno e meno dell’1% arriva alle autorità.

Phnom Penh, 14 October 2024: Online child sexual abuse survivor, Pisey, walks one of Phnom Penh’s streets. UNICEF has partnered with APLE Cambodia to strengthen the capacity of national and sub-national law enforcement, initiate a social media awareness campaign to promote reporting mechanisms through the INHOPE hotline, and provide support to online child sexual exploitation and abuse survivors. Note, Pisey’s real name has been changed to protect her anonymity.

From October 14 to 18, the German National Committee for UNICEF, Claudia Berger (Public Relations) along with journalist Ines Kubat from media partner Aachener Zeitung visited Cambodia to gather content on UNICEF’s programs and human-interest stories.

Venti milioni di bambini e adolescenti tra i 12 e i 17 anni, quasi uno su cinque nei 21 Paesi presi in esame, hanno subito almeno una forma di sfruttamento o abuso sessuale facilitato dalla tecnologia nel corso di un solo anno. È il dato centrale di Through Children’s Eyes: How Digital Technologies Enable Child Sexual Abuse, il nuovo rapporto pubblicato il 3 settembre dall’UNICEF, che riunisce una delle più ampie raccolte di dati disponibili sul fenomeno con le testimonianze dirette di chi lo ha vissuto. La ricerca si basa su indagini rappresentative condotte su circa 21.000 ragazzi e ragazze tra i 12 e i 17 anni che utilizzano Internet in 21 Paesi e su 100 interviste approfondite a giovani che hanno subito abusi durante l’infanzia, nell’ambito del progetto Disrupting Harm, realizzato da UNICEF insieme a ECPAT International e INTERPOL.

La dimensione del dato richiede però una precisazione importante, soprattutto in un momento in cui numeri di questa portata possono essere rapidamente semplificati nella comunicazione social: “quasi uno su cinque” non significa uno su cinque tra tutti i minori del mondo. Il campione comprende infatti ragazzi e ragazze che utilizzano Internet nei 21 Paesi analizzati e i risultati sono quindi rappresentativi di quella popolazione, non dell’intera popolazione minorile, in particolare nei territori dove la connettività è più bassa. La precisazione non ridimensiona l’allarme, ma permette di leggerlo correttamente: ciò che emerge è una diffusione molto ampia di forme di violenza che non appartengono a uno spazio virtuale separato dalla vita reale, ma attraversano gli stessi ambienti nei quali i più giovani studiano, giocano, parlano con gli amici e costruiscono le proprie relazioni.

I numeri di una violenza che passa dagli spazi quotidiani

Il rapporto mostra con particolare chiarezza quanto diverse possano essere le forme dello sfruttamento sessuale facilitato dalla tecnologia e quanto spesso coinvolgano piattaforme utilizzate ogni giorno. I dati principali restituiscono una fotografia difficile da ignorare:

  • oltre 15 milioni di minori sono stati esposti a contenuti sessuali indesiderati;
  • 9 milioni è stato chiesto di partecipare a conversazioni sessuali o di condividere immagini sessuali contro la propria volontà;
  • 4 milioni hanno visto diffuse senza consenso immagini sessuali che li ritraevano;
  • quasi il 60% dei casi si è verificato sulle principali piattaforme social, mentre il 14% nei giochi online;
  • nel 57% dei casi era coinvolta una persona che il minore già conosceva;
  • oltre il 40% degli episodi non è mai stato raccontato a nessuno e meno dell’1% è stato segnalato alle autorità.

Proprio il dato sul 57% mette in discussione una delle rappresentazioni più radicate della sicurezza online, quella secondo cui il pericolo coinciderebbe soprattutto con lo sconosciuto incontrato dietro uno schermo. Nella maggioranza dei casi analizzati, invece, la persona coinvolta era già conosciuta dalla vittima: un coetaneo, un partner sentimentale, un amico o un familiare. Allo stesso tempo, il 38% dei minori aveva incontrato per la prima volta online l’autore dell’abuso, anche attraverso account falsi o sistemi di messaggistica privata. La tecnologia, dunque, non crea necessariamente una violenza separata da quella che può esistere nelle relazioni quotidiane: può amplificarla, renderla più invasiva e permetterle di oltrepassare continuamente il confine tra online e offline.

L’intelligenza artificiale apre un nuovo fronte

Dentro questo scenario si inserisce una forma di abuso che rende ancora più fragile il concetto tradizionale di immagine privata e di consenso. Nei nove Paesi coinvolti nel secondo ciclo della ricerca, circa 1,1 milioni di minori hanno riferito che erano state create immagini o video sessuali generati attraverso l’intelligenza artificiale che li rappresentavano. La diffusione degli strumenti capaci di manipolare fotografie comuni o di produrre contenuti sintetici introduce così una possibilità fino a pochi anni fa difficilmente immaginabile: una persona può essere raffigurata in una situazione sessuale che non è mai esistita e subirne comunque tutte le conseguenze sociali, emotive e psicologiche.

Non è necessario che esista un’immagine sessuale reale perché una persona possa essere violata. È forse uno dei passaggi più importanti che emerge oggi dalla lettura del rapporto, perché costringe a ripensare anche la responsabilità delle piattaforme e delle istituzioni. L’UNICEF chiede ai governi di adeguare leggi, regolamentazione e strumenti di controllo alle forme di abuso in continua evoluzione, comprese l’estorsione sessuale e la produzione di materiale sessuale su minori attraverso l’intelligenza artificiale. Parallelamente, le aziende tecnologiche vengono chiamate a progettare ambienti digitali più sicuri fin dall’origine, rafforzando la privacy dei minorenni, limitando i contatti indesiderati da parte degli adulti e rendendo più efficaci i sistemi di individuazione e segnalazione.

Il silenzio e la responsabilità degli adulti

Le conseguenze raccontate dai giovani intervistati vanno molto oltre la singola immagine o conversazione. Paura, vergogna, confusione e isolamento ricorrono nelle testimonianze, insieme alla difficoltà di comprendere ciò che è accaduto e soprattutto di sapere a chi chiedere aiuto. I minori che avevano subito forme di sfruttamento sessuale facilitate dalla tecnologia risultavano quattro volte più inclini a riferire pensieri o comportamenti suicidi e autolesionismo e mostravano livelli significativamente più elevati di ansia. In Messico e Macedonia del Nord, il rischio di pensieri o comportamenti suicidi risultava oltre otto volte superiore tra chi aveva subito abusi. Ma forse il dato che racconta meglio la solitudine delle vittime è un altro: oltre il 40% degli episodi non viene mai condiviso con nessuno e meno dell’1% viene segnalato alla polizia, ai servizi sociali o alle linee di assistenza. Il motivo indicato più frequentemente dai ragazzi è non sapere dove andare o con chi parlare.

«Queste esperienze causano un profondo disagio emotivo e psicologico. Molti bambini soffrono in silenzio, senza sapere a chi rivolgersi per chiedere aiuto. Non possiamo distogliere lo sguardo», afferma Catherine Russell, Direttrice generale dell’UNICEF. È proprio da quel silenzio che parte una delle indicazioni più significative del rapporto: la sicurezza digitale non può essere trasformata nell’ennesima responsabilità individuale affidata ai ragazzi, chiedendo loro semplicemente di essere più prudenti, di riconoscere i rischi o di proteggersi meglio. L’onere della protezione deve essere spostato dai bambini agli adulti, alle famiglie, alle scuole, alle comunità, alle istituzioni e alle aziende tecnologiche, creando sistemi nei quali chiedere aiuto sia semplice, credibile e non comporti il rischio di essere giudicati o colpevolizzati.

Dietro quei 20 milioni non ci sono quindi soltanto statistiche, ma ragazzi e ragazze che utilizzano gli stessi strumenti con cui imparano, giocano, si innamorano, costruiscono amicizie e cercano il proprio spazio nel mondo. La tecnologia è ormai parte di quella vita, non un luogo esterno dal quale sia possibile semplicemente tenersi lontani. Rendere quegli spazi più sicuri non può essere una responsabilità dei più giovani: è una responsabilità di chi li costruisce, li regola e li governa.

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