La bola negra, dalle quattro pagine di Lorca a un secolo di memoria queer

Netflix ha pubblicato il 1° settembre un nuovo teaser internazionale di La bola negra, il film di Javier Calvo e Javier Ambrossi premiato per la miglior regia al Festival di Cannes. Tre uomini, tre epoche della Spagna e quasi un secolo di distanza, uniti da desiderio, dolore ed eredità. Ma dietro il film ci sono anche quattro pagine incompiute di Federico García Lorca custodite per decenni, la storia reale di Rafael Rodríguez Rapún e una domanda che attraversa l’intero progetto: che cosa succede quando alcune vite vengono cancellate dal modo in cui raccontiamo il passato?

Una scena di La bola negra, il film di Javier Calvo e Javier Ambrossi che attraversa tre epoche della storia spagnola tra guerra, memoria e identità queer. Foto: Courtesy Movistar Plus+

Una sala da ballo, una Spagna che si avvicina alla Guerra civile, un giovane soldato con una tromba, uomini che si cercano e si perdono, Penélope Cruz in mezzo alle truppe e Glenn Close circondata dalle tracce lasciate dalla Storia. Sopra tutto, le note di We’ll Meet Again, la canzone resa celebre da Vera Lynn. È costruito così il nuovo teaser internazionale di La bola negra, pubblicato da Netflix il 1° settembre, a poche settimane dall’arrivo del film nelle sale spagnole. Il montaggio attraversa il 1932, il 1937 e il 2017 senza presentarli come tre mondi separati: il passato continua a entrare nel presente, proprio come fanno le cose che una famiglia o un Paese non sono riusciti a elaborare.

Sarebbe però riduttivo descrivere La bola negra semplicemente come un grande film LGBTQIA+. Javier Calvo e Javier Ambrossi hanno costruito un’opera di 155 minuti che prova a riportare le vite queer non ai margini della Storia spagnola, ma dentro quella Storia, accanto alla Guerra civile, alla famiglia, all’arte, alla violenza politica e alle eredità lasciate da una generazione a quella successiva. A Cannes Javier Ambrossi ha sintetizzato l’ambizione del progetto in tre parole: «No somos un nicho». Non siamo una nicchia. Una storia queer può essere grande, epica, costosa e attraversare quasi un secolo senza essere destinata soltanto a chi condivide l’identità dei suoi protagonisti.

Tre uomini, tre epoche e un passato che continua a parlare

La struttura segue tre protagonisti in tre momenti diversi. Nel 1932 Carlos, interpretato dall’esordiente Milo Quifes, cerca un luogo al quale appartenere in una Spagna attraversata dalle divisioni. Nel 1937 Sebastián — Guitarricadelafuente, al suo debutto come attore — trova una connessione inattesa dall’altra parte delle linee nemiche. Nel 2017 Alberto, interpretato da Carlos González, scopre invece un segreto familiare rimasto sepolto per generazioni. Nel segmento ambientato durante la Guerra civile compare anche Rafael Rodríguez Rapún, interpretato da Miguel Bernardeau, figura realmente esistita e fondamentale per comprendere il rapporto del film con Federico García Lorca.

Una scena di La bola negra, ambientata in una delle linee temporali storiche del film. Foto: Courtesy Movistar Plus+

Il passaggio continuo tra le tre epoche era stato progettato con precisione già durante la scrittura. Per Calvo, al centro del film c’è proprio ciò che facciamo con il passato: con quello che ereditiamo, con gli oggetti e le opere d’arte che rimangono e con le tracce che la Storia lascia dietro di sé.

Ed è qui che entra Federico García Lorca.

Quattro pagine chiuse in una cassaforte

La bola negra esiste davvero. Ma soltanto in forma frammentaria. Del progetto di Lorca restano quattro pagine manoscritte, conservate al Centro Federico García Lorca di Granada. Sul manoscritto compare la definizione «Drama de costumbres actuales»: nei primi fogli sono indicati i personaggi, tra cui Carlos, un ventenne, lo studente di filosofia Enrique e il militare don Burgundórfero; nei successivi comincia il primo atto, con un dialogo tra Carlos e sua sorella.

Lorca non ebbe il tempo di svilupparlo. Fu assassinato nel 1936 e quelle pagine rimasero una delle molte possibilità interrotte nella sua produzione. Alberto Conejero, che da anni studia questo materiale e ha partecipato alla sceneggiatura del film, considera i progetti incompiuti del poeta non qualcosa da completare artificialmente, ma un materiale con il quale continuare a dialogare.

Per Calvo e Ambrossi l’incontro con quelle pagine è stato anche fisico. La famiglia Lorca aveva letto la sceneggiatura, collaborato con loro e visitato il set; poi, a Granada, Laura García-Lorca aprì una cassaforte e mostrò ai due registi i manoscritti originali. Ambrossi ha ricordato quel momento come uno degli istanti “magici” dell’intera lavorazione.

La scena che dà il titolo al film non è nelle quattro pagine

Ed è proprio qui che emerge una distinzione importante. Nelle quattro pagine superstiti non compare la famosa scena della “bola negra” nella quale un giovane racconta al padre di essere stato respinto dal Casino di Granada perché omosessuale.

Quella parte della storia ci è arrivata attraverso le testimonianze di persone alle quali Lorca aveva raccontato come avrebbe voluto sviluppare l’opera. Una delle fonti centrali è Cipriano Rivas Cherif, regista teatrale, intellettuale e amico del poeta; Alberto Conejero ricorda anche la testimonianza di Victorina Durán. Nell’idea tramandata oralmente, il giovane Carlos era stato escluso dal Casino: nei circoli privati l’ammissione poteva essere decisa utilizzando palline bianche e nere e ricevere la “bola negra” significava essere respinti. Nel suo caso, il rifiuto era legato all’omosessualità.

Non è un dettaglio filologico secondario. Los Javis non stanno adattando quattro pagine che contenevano già il film che vediamo oggi: stanno lavorando sui manoscritti autentici, sulle intenzioni di Lorca tramandate oralmente e su opere nate successivamente da quello stesso materiale.

C’è anche una coincidenza significativa. Nell’elenco dei lavori teatrali che aveva in preparazione, Lorca cancellò il titolo La bola negra e lo sostituì con La piedra oscura. Decenni dopo Alberto Conejero scelse proprio La piedra oscura come titolo della propria opera dedicata a Rafael Rodríguez Rapún. È da lì che è cominciato anche il viaggio dei Javis verso il film.

Rafael Rodríguez Rapún, una persona reale dietro la finzione

Rafael Rodríguez Rapún era studente di Ingegneria mineraria, segretario de La Barraca — la compagnia teatrale universitaria diretta da Lorca — e una delle figure centrali nella vita sentimentale del poeta. Dopo l’assassinio di Lorca combatté nell’esercito repubblicano e morì nell’agosto del 1937 in seguito alle ferite riportate in guerra.

Guitarricadelafuente e Miguel Bernardeau in una scena di La bola negra, nei ruoli di Sebastián e Rafael Rodríguez Rapún. Foto: Courtesy Movistar Plus+

Conejero aveva già costruito La piedra oscura partendo dalla sua vicenda e immaginando l’incontro tra Rapún, prigioniero, e un giovane guardiano del fronte opposto. Calvo e Ambrossi videro quello spettacolo più di dieci anni fa e la storia rimase con loro. Quando tornarono sul progetto, Conejero entrò anche nella scrittura di La bola negra.

Il film non pretende però di trasformare l’invenzione in biografia. Realtà storica e possibilità immaginata convivono deliberatamente: il punto non è ricostruire ciò che accadde esattamente a Rapún, ma interrogarsi su ciò che avrebbe potuto sopravvivere se alcune vite non fossero state spezzate, nascoste o raccontate soltanto a metà.

Restituire Lorca alla sua vita, non soltanto al monumento

Anche Federico García Lorca compare nel film. Inizialmente Calvo e Ambrossi avevano immaginato un’opera attraversata dal poeta senza mostrarlo mai; alla fine hanno scelto di affidarne il ruolo ad Alberto Cortés, poeta, performer e artista, cercando non tanto una somiglianza fisica quanto quella che Calvo ha definito un’“anima di poeta”.

La scelta ha un significato che va oltre la ricostruzione cinematografica. A Cannes i Javis hanno insistito sulla necessità di sottrarre Lorca alla trasformazione in monumento astratto e di riconoscere apertamente anche la sua identità e la sua vita affettiva. Nascondere o attenuare l’omosessualità di Lorca significa sottrarre alle persone LGBTQIA+ una parte della propria genealogia culturale.

È uno dei punti in cui La bola negra rende più evidente il proprio rapporto con la rappresentazione: non inventare un passato queer che non esisteva, ma tornare a guardare quello che c’era già e che per decenni è stato raccontato soltanto in parte.

Guitarricadelafuente, un personaggio scritto pensando a lui

Una delle scelte più sorprendenti del film è Guitarricadelafuente, al secolo Álvaro Lafuente, che con Sebastián affronta il suo primo ruolo cinematografico. Calvo e Ambrossi pensavano già a lui durante la scrittura, colpiti dalla capacità narrativa delle sue esibizioni e dalla sensibilità che portava nella musica. Il legame tra interprete e personaggio divenne talmente forte che Sebastián finì per essere quasi impossibile da immaginare con un altro volto.

Il film raccoglie attorno a questi debutti un cast molto più ampio, nel quale compaiono Miguel Bernardeau, Carlos González, Milo Quifes, Penélope Cruz e Glenn Close.

Glenn Close, Penélope Cruz e due ingressi inattesi nel film

Tra le storie più curiose della produzione c’è quella di Glenn Close. Non furono inizialmente i Javis a cercarla: dopo avere visto La Mesías, l’attrice scrisse loro manifestando il desiderio di lavorare insieme. Quando nacque La bola negra le proposero il ruolo di Isabelle, una studiosa straniera di Lorca. Close accettò e volle interpretare il personaggio parlando spagnolo.

Glenn Close in La bola negra, dove interpreta Isabelle, una studiosa straniera di Federico García Lorca. Foto: Courtesy Movistar Plus+

Isabelle rappresenta anche uno dei temi centrali del film: chi conserva la memoria, chi la interpreta e che cosa accade quando proviamo a ricostruire una vita attraverso archivi, documenti e testimonianze.

Anche l’arrivo di Penélope Cruz nacque in maniera poco programmata. Dopo avere sentito Calvo e Ambrossi parlare del progetto durante un evento stampa, li chiamò quello stesso pomeriggio. Quello che sulla pagina era inizialmente poco più di un’apparizione diventò così un ruolo costruito intorno a lei. Cruz interpreta Nené Romero, una cupletista della parte ambientata durante la Guerra civile, protagonista anche di due sequenze musicali.

È un elemento importante perché ricorda che la memoria queer raccontata da La bola negra non coincide soltanto con repressione e vittime. Comprende anche ciò che quelle persone crearono, desiderarono, cantarono e avrebbero potuto diventare.

Un grande film queer, anche nelle dimensioni produttive

La dimensione del progetto si vede anche nella produzione. Le riprese sono iniziate nell’agosto 2025 e hanno attraversato diverse zone della Spagna, tra Castilla y León, Cantabria, Andalusia e Madrid. A Granada, Plaza Nueva e le aree circostanti sono state riportate visivamente al 1932 con centinaia di figuranti, automobili, costumi e scenografie d’epoca.

La direttrice della fotografia Gris Jordana ha inoltre girato il film in 35 millimetri. Gran parte del reparto tecnico proviene da La Mesías, con Roger Bellés alla scenografia, Ana López Cobos ai costumi, Raül Refree alla musica e Alberto Gutiérrez al montaggio.

[STILL 4 – scena nella grande sala, con il giovane al centro]

Anche questa scelta produttiva partecipa alla stessa rivendicazione: realizzare una storia queer con la dimensione visiva ed emotiva del grande cinema, senza accettare implicitamente l’idea che determinate storie debbano essere più piccole, meno costose o più marginali.

Cannes e una memoria che serve al futuro

La bola negra ha debuttato in concorso al 79° Festival di Cannes, dove Javier Calvo e Javier Ambrossi hanno conquistato ex aequo il premio per la miglior regia insieme a Paweł Pawlikowski per Fatherland.

Sul palco Ambrossi ha collegato direttamente quel riconoscimento alla memoria LGBTQIA+: il modo di onorare il silenzio, la sofferenza e le vite delle persone queer che li hanno preceduti, ha spiegato, è permettere alle generazioni successive di vivere con maggiore libertà.

È probabilmente la chiave più semplice per comprendere il film: la memoria non viene trattata come nostalgia. Ricordare serve a modificare ciò che viene dopo.

Dopo Cannes, La bola negra ha proseguito il proprio percorso internazionale conquistando anche il GIO Audience Award come miglior film internazionale al Sydney Film Festival e passerà dal Toronto International Film Festival e dal Festival di San Sebastián, nella sezione Perlak.

E in Italia?

In Spagna La bola negra arriverà nelle sale il 25 settembre 2026, una settimana prima rispetto alla data inizialmente prevista del 2 ottobre, e successivamente sarà disponibile su Movistar Plus+.

Per l’Italia, invece, al momento non è stata annunciata una data ufficiale di uscita. È un’assenza particolarmente rilevante considerando il percorso internazionale del film, il cast e l’interesse già generato dai Javis anche fuori dalla Spagna.

Dalla cassaforte di Granada a un pubblico internazionale

Il nuovo teaser pubblicato il 1° settembre porta La bola negra verso una fase diversa del suo percorso: da film premiato e discusso nei festival a opera destinata a incontrare un pubblico molto più ampio. E c’è qualcosa di particolarmente efficace nell’aver scelto proprio We’ll Meet Again per accompagnare quelle immagini.

Perché, in fondo, l’intero film sembra costruito intorno a incontri che il tempo avrebbe dovuto rendere impossibili: un ragazzo che Lorca non riuscì a finire di scrivere; l’uomo che fu uno dei grandi amori della sua vita; giovani vissuti durante la Guerra civile; persone queer nate ottant’anni dopo; artisti che oggi possono pronunciare pubblicamente ciò che per altre generazioni significava esclusione, silenzio o pericolo.

Le quattro pagine custodite a Granada non possono dirci che cosa sarebbe diventata davvero La bola negra di Federico García Lorca. Calvo, Ambrossi e Conejero non pretendono di completarla al suo posto. Fanno qualcosa di forse più interessante: utilizzano ciò che è sopravvissuto per interrogarsi su tutto ciò che non è riuscito a sopravvivere.

Su quante storie siano scomparse insieme alle persone che avrebbero potuto raccontarle, su quante relazioni siano state trasformate in amicizie, allusioni o note a piè di pagina e su quanto cambi la memoria di un Paese quando finalmente decide di guardare anche le vite che per decenni sono state raccontate soltanto a metà.

Ed è qui che La bola negra trova forse il suo significato più contemporaneo. La rappresentazione non serve soltanto a permettere a qualcuno di riconoscersi sullo schermo. Serve anche a tornare indietro, guardare ciò che era già lì e restituire alla Storia le persone che per troppo tempo abbiamo imparato a non vedere.

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