Venezia 2026, “Balcanica”: quando proibire la musica significa negare la libertà

Presentato alle Giornate degli Autori, il film di Nicola Sorcinelli segue un direttore d’orchestra afghano e suo figlio lungo la rotta balcanica dopo il bando della musica nel loro Paese. Matilda De Angelis, protagonista e produttrice associata, porta al Lido un discorso che va oltre il cinema: accoglienza, privilegio, libertà d’espressione e responsabilità di scegliere da che parte stare.

Matilda De Angelis nei panni di Greta in Balcanica di Nicola Sorcinelli, presentato in concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 2026. Foto: ufficio stampa Balcanica / Nightswim – Wildside.

Quando la musica viene proibita, non si vietano soltanto note, strumenti o concerti. Si restringe lo spazio in cui una persona può esprimersi, riconoscersi, raccontare ciò che è e trasmetterlo agli altri. È da questa frattura che nasce Balcanica, opera prima di Nicola Sorcinelli presentata in concorso alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2026, unico titolo italiano in gara nella sezione. Il film prende le mosse dall’Afghanistan, dove la musica viene messa al bando, e segue Nazar, direttore d’orchestra, e suo figlio Jalil, giovane suonatore di tuba, costretti ad abbandonare tutto ciò che conoscono e ad attraversare la rotta balcanica verso l’Italia nella speranza di trovare un luogo in cui poter tornare a suonare.

Sorcinelli lega questa storia a qualcosa di più personale. Nel pressbook racconta di essere cresciuto con una nonna che aveva combattuto per la libertà negli anni Quaranta e con i suoi racconti di libertà negate. Balcanica, scrive, nasce anche dalla rabbia verso chi interrompe, nega, costringe e censura. La notizia del bando della musica in Afghanistan gli era rimasta dentro per anni, fino a trasformarsi, insieme ad Andrea Brusa, nel viaggio di Nazar e Jalil e nello sguardo occidentale rappresentato da Greta.

Un padre, un figlio e una tuba lungo la rotta balcanica

Nazar, interpretato da Babak Karimi, è un direttore d’orchestra; Jalil, interpretato da Ivar Wafaei, è suo figlio e suona la tuba. Dopo il divieto della musica in Afghanistan, i due intraprendono un viaggio verso l’Italia lungo una rotta fatta di confini, controlli, respingimenti e decisioni che spesso dipendono da altri. Il loro percorso incrocia quello di Greta, una dottoressa italiana interpretata da Matilda De Angelis. Da quell’incontro nasce uno dei nuclei più interessanti del film: la distanza fra chi può scegliere di esserci e chi, invece, non ha più la possibilità di tornare indietro.

De Angelis lo ha spiegato con chiarezza al Lido: Greta porta dentro il film anche lo sguardo occidentale e il privilegio di chi può affrontare un viaggio sapendo che, se il confine diventa troppo complesso, può fermarsi e tornare a casa. Nazar e Jalil non possiedono quella stessa possibilità. È una differenza che impedisce a Balcanica di trasformare l’accoglienza in un gesto astratto o consolatorio: il vero squilibrio sta già nella possibilità di scegliere. Per l’attrice, agire diventa allora una risposta all’impotenza e al rischio di restare semplicemente spettatori delle vite degli altri.

Quando censurare l’arte significa restringere lo spazio di una società

A Venezia, il discorso intorno a Balcanica si è allargato rapidamente oltre il film. De Angelis ha ricordato quanto sia enorme il privilegio di vivere ancora in un luogo in cui è possibile fare film, parlare, studiare, leggere e portare pubblicamente una propria visione del mondo. La censura dell’arte, in questa prospettiva, non colpisce qualcosa di ornamentale: restringe uno degli spazi attraverso cui una società pensa, comunica e conserva la propria identità.

È forse qui che Balcanica trova il suo punto più forte per BGTalks: la musica non è soltanto il pretesto narrativo da cui parte la fuga, ma la misura concreta di ciò che è stato sottratto a Nazar e Jalil. Il loro viaggio non nasce da un generico desiderio di altrove. Nasce dalla progressiva impossibilità di continuare a essere ciò che erano prima: un direttore d’orchestra e un giovane musicista.

Sorcinelli aggiunge un elemento ancora più fisico a questo racconto. Nella sua nota di regia definisce il corpo una componente essenziale di Balcanica, l’unico vero veicolo del viaggio: è il corpo che cammina, resiste al freddo, al caldo e alla paura e che, attraversando i confini, diventa deposito della violenza, degli abusi e dei rifiuti subiti.

Babak Karimi porta il discorso un passo più avanti. A Venezia ha descritto l’arte come una forza che tende a creare comunanza fra le persone, mentre la politica spesso costruisce divisioni; resistere a questa contrapposizione, per lui, è già un gesto politico. Balcanica diventa così anche un film sulla resistenza quotidiana contenuta nel continuare a suonare, raccontare e cercare uno spazio in cui poter esistere quando qualcuno ha deciso che quella voce deve essere silenziata.

Matilda De Angelis: dall’interpretazione alla produzione

Per De Angelis Balcanica segna anche un passaggio professionale diverso dal solito: oltre a interpretare Greta, l’attrice figura tra i produttori associati del film insieme a Monica Galantucci e Andrea Italia. Il lungometraggio è prodotto da Nightswim e Wildside, società del gruppo Fremantle, in coproduzione con This and That Productions e Antitalent, mentre le vendite internazionali sono affidate a M-Appeal e la distribuzione italiana a Fandango Distribuzione.

La decisione di sostenere il film anche dietro le quinte nasce dal desiderio di investire su un autore e su uno sguardo in cui crede. Ma è soprattutto un’altra distinzione fatta oggi a Venezia a chiarire la sua posizione: «Il cinema deve tornare a essere politico, non a occuparsi di temi politici». Non basta scegliere un argomento importante; conta il modo in cui lo si guarda, la posizione da cui lo si racconta e la responsabilità che quello sguardo si assume.

Persone, non numeri

Il tema dell’accoglienza attraversa inevitabilmente il film, ma Balcanica prova a sottrarsi proprio al linguaggio che riduce le migrazioni a statistiche, emergenze o flussi. De Angelis ha insistito sulla necessità di raccontare le persone in un momento storico in cui il mondo tende a chiudersi sempre di più. Dietro le categorie restano individui, famiglie, padri, figli, professioni, relazioni e vite che esistevano molto prima che qualcuno le definisse semplicemente “migranti”.

È anche per questo che la scelta di costruire Balcanica attorno a un padre e a un figlio musicisti acquista peso. Nazar e Jalil hanno un linguaggio condiviso, un rapporto familiare, un passato e un desiderio molto semplice: trovare un posto in cui poter continuare a fare ciò che sanno fare. Rimettere questi elementi al centro significa spostare il racconto dalla categoria alla persona.

Il viaggio scritto sul corpo

Balcanica non chiede soltanto che cosa significhi attraversare una frontiera. Chiede che cosa rimanga di una persona quando vengono progressivamente cancellati i luoghi in cui può creare, esprimersi e scegliere. Nel film la risposta passa anche attraverso un oggetto ingombrante, quasi incongruo dentro un viaggio già impossibile: la tuba di Jalil.Portarla con sé significa non ridurre la fuga al bisogno di sopravvivere. Significa continuare a custodire ciò che si era prima di essere costretti a partire. E forse è proprio questa l’immagine che meglio restituisce il senso di Balcanicachi attraversa un confine non porta con sé soltanto ciò di cui ha bisogno per vivere, ma anche ciò che gli permette di riconoscersi 

Scheda essenziale

Balcanica è una coproduzione Italia-Serbia-Croazia di 86 minuti, scritta da Nicola Sorcinelli e Andrea Brusa. Nel cast Matilda De Angelis (Greta), Babak Karimi (Nazar), Ivar Wafaei (Jalil) e Giovanni Toscano (Edoardo). Dopo la proiezione pubblica del 4 settembre alla Sala Perla, è prevista una nuova proiezione il 10 settembre alla Sala Corinto

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