Quando il giornalismo perde spazio. E quando prova a riprenderselo

Tagli alle redazioni, accessi negati, giornalisti arrestati, guerre, autocensura. Ma anche nuove testate, reporter che difendono la propria indipendenza e comunità che continuano ad avere bisogno di qualcuno che racconti ciò che accade. Dagli Stati Uniti al resto del mondo, il giornalismo attraversa uno dei suoi momenti più fragili. Proprio per questo vale la pena guardare a quello che sta succedendo.

Il Campidoglio degli Stati Uniti, simbolo del potere legislativo americano. Negli Stati Uniti, patria del Primo Emendamento, il dibattito sulla libertà di stampa si intreccia oggi con tagli alle redazioni, restrizioni agli accrediti e nuove realtà giornalistiche indipendenti. Foto: Louis Velazquez / Unsplash

A Washington, mentre una delle redazioni più celebri del mondo si ridimensionava, un’altra cominciava ad aggiungere scrivanie. Il 9 settembre è nato ufficialmente The Washington Sun, evoluzione di NOTUS, testata lanciata nel 2024 e sostenuta da Robert Allbritton, fondatore di Politico. In pochi mesi la redazione è più che raddoppiata e conta oggi circa 110 persone; almeno 28 hanno lavorato al Washington Post. Ci sono firme come Dana Milbank, Paul Kane, Jeff Stein, Tom Sietsema e Thomas Boswell, ma soprattutto c’è una scelta editoriale precisa: investire non soltanto nella politica nazionale, ma nella cronaca di Washington, nello sport locale, nel food, nel meteo, in aree dalle quali altri media si sono progressivamente ritirati. «Mentre vedevamo altri ridurre la copertura di Washington, abbiamo deciso di investire», ha spiegato il direttore Tim Grieve presentando il nuovo giornale. È difficile separare questa nascita da ciò che era accaduto pochi mesi prima: il 4 febbraio il Washington Post, proprietà di Jeff Bezos dal 2013, aveva annunciato tagli che hanno interessato circa un terzo della forza lavoro.

Non è semplicemente la storia di un giornale che perde professionisti e di un altro che li assume. Negli Stati Uniti la crisi dell’informazione locale ha ormai prodotto quelli che vengono definiti news deserts, territori nei quali trovare notizie originali sulla propria comunità è diventato difficile o impossibile. Il Medill State of Local News Report 2025calcola che circa 50 milioni di americani abbiano un accesso limitato o nullo all’informazione locale. In un solo anno sono scomparsi altri 136 giornali, più di due alla settimana, mentre l’occupazione nei quotidiani è diminuita ancora del 7 per cento: rispetto al 2005 sono andati perduti più di tre posti di lavoro su quattro. Ma nello stesso panorama sono nate, negli ultimi cinque anni, oltre 300 nuove realtà giornalistiche locali, l’80 per cento esclusivamente digitali. La crisi, dunque, non racconta soltanto ciò che scompare: racconta anche il tentativo di qualcuno di ricostruire dove si è aperto un vuoto.

E quel vuoto riguarda qualcosa di più del mercato dell’informazione. Quando una redazione locale si restringe, diminuiscono le persone che seguono un consiglio comunale, controllano come vengono utilizzati i fondi pubblici, frequentano un tribunale, entrano in una scuola o in un ospedale, conoscono una comunità abbastanza bene da accorgersi che qualcosa merita di essere raccontato. La sostenibilità economica diventa così anche una questione democratica. Non perché ogni giornale sia automaticamente indipendente o ogni giornalista infallibile, ma perché senza qualcuno che osservi, faccia domande e verifichi le risposte una parte della vita pubblica resta inevitabilmente meno visibile. Ed è significativo che proprio negli Stati Uniti, il Paese che ha inscritto la libertà di stampa nel Primo Emendamento, la discussione non riguardi oggi soltanto quanti giornalisti riescano ancora a essere pagati per farlo, ma anche quanto liberamente possano accedere alle fonti e alle istituzioni.

Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters Without Borders gli Stati Uniti sono scesi dal 57° al 64° posto su 180 Paesi. Una classifica non può esaurire la complessità del giornalismo americano, ma fotografa un peggioramento dell’ambiente nel quale esso lavora. Uno dei casi più simbolici è cominciato nel febbraio 2025, quando la Casa Bianca ha limitato l’accesso dell’Associated Press ad alcuni eventi presidenziali dopo che l’agenzia aveva deciso di continuare a utilizzare la denominazione Gulf of Mexico, pur dando conto del nuovo nome Gulf of America scelto dall’amministrazione Trump. Un giudice federale stabilì in aprile che la Casa Bianca non poteva penalizzare l’agenzia per una scelta editoriale; la corte d’appello sospese però in parte quell’ordine mentre esaminava il ricorso, lasciando in vigore le restrizioni durante il contenzioso. Al di là dell’esito giuridico definitivo, la domanda sollevata dal caso è rilevante: fino a che punto un governo può scegliere chi abbia accesso al potere sulla base di ciò che una testata decide di scrivere?

Il confronto si è spostato anche dentro una delle istituzioni più potenti del mondo, il Pentagono. Nell’autunno 2025 quasi tutte le organizzazioni appartenenti alla Pentagon Press Association rifiutarono una nuova politica per gli accrediti che consentiva, tra le altre cose, di considerare un giornalista un rischio per la sicurezza nel caso cercasse informazioni non autorizzate alla diffusione, comprese in determinate circostanze informazioni non classificate. Secondo gli atti citati nella causa del New York Timessoltanto una delle 56 testate dell’associazione accettò di sottoscrivere la nuova politica; le altre restituirono i propri badge. Nel marzo 2026 un giudice federale giudicò quelle regole incompatibili con il Primo e il Quinto Emendamento. Il Pentagono introdusse subito nuove restrizioni, tra cui l’obbligo di essere accompagnati all’interno dell’edificio, e la battaglia giudiziaria è proseguita: in luglio una corte d’appello ha consentito che l’obbligo di scorta rimanesse in vigore mentre il caso continuava.

E gli episodi non appartengono soltanto al 2025. Il 31 agosto e il 1° settembre 2026, durante la riunione dei ministri delle Finanze del G20 in North Carolina, giornalisti del New York Times, del Wall Street Journal, di Bloomberg e della testata locale Asheville Watchdog non hanno ottenuto gli accrediti necessari. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha negato che le esclusioni avessero a che fare con il loro «punto di vista», ma il dipartimento non ha spiegato perché quei reporter fossero rimasti fuori mentre altri erano stati ammessi. RSF, insieme ad altre organizzazioni riunite nella Media 20, ha chiesto per il prossimo vertice G20 procedure di accredito trasparenti e imparziali. È un episodio circoscritto, ma acquista un altro peso se inserito in una successione di controversie che riguarda Casa Bianca, Pentagono e accesso alle istituzioni.

Persino Stars and Stripes, storica testata dedicata alla comunità militare americana, è diventata terreno di scontro. Le sue origini risalgono a un giornale prodotto da soldati dell’Unione durante la Guerra civile; fu poi ripresa per le truppe americane nella Prima guerra mondiale ed è pubblicata senza interruzioni dal 1942. Nell’agosto 2026 il direttore Erik Slavin, la reporter Lara Korte e il publisher Max Lederer hanno ricevuto dal Pentagono notifiche di separazione dal servizio e hanno fatto causa sostenendo che i provvedimenti fossero una ritorsione per aver difeso pubblicamente l’indipendenza editoriale del giornale. Reporters Without Borders è intervenuta nel procedimento con un amicus curiae brief e ha sintetizzato la propria posizione nel titolo con cui ha presentato l’intervento: “Stars and Stripes is journalism, not a Pentagon mouthpiece”, cioè Stars and Stripes è giornalismo, non il portavoce del Pentagono. Il 4 settembre il giudice Trevor McFadden ha rifiutato di bloccare i licenziamenti mentre la causa prosegue, ritenendo che, sulla base degli elementi allora disponibili, i ricorrenti non avessero dimostrato una probabile violazione del Primo Emendamento. Non è quindi una sentenza definitiva sull’intera controversia. Ma resta aperta una questione che va ben oltre tre posti di lavoro: quale autonomia possa conservare una testata finanziata in parte dall’istituzione che è chiamata anche a controllare e raccontare.

Poi c’è Mario Guevara, reporter salvadoregno di lingua spagnola conosciuto nell’area di Atlanta soprattutto per il suo lavoro sull’immigrazione. Il 14 giugno 2025 fu arrestato mentre trasmetteva in diretta una manifestazione “No Kings”. Le accuse penali legate inizialmente al suo arresto furono successivamente ritirate; un giudice dell’immigrazione ne ordinò la liberazione, ma il governo fece ricorso e Guevara rimase in custodia dell’ICE. Il 3 ottobre venne deportato in El Salvador. Due giorni prima, la Corte d’appello dell’Undicesimo Circuito aveva riconosciuto che la sua attività di registrare e documentare le forze dell’ordine era protetta dal Primo Emendamento, pur respingendo la richiesta di impedirne l’espulsione per ragioni legate al procedimento migratorio. Il Committee to Protect Journalists ha seguito il caso denunciando i rischi che esso pone per la libertà di stampa. La complessità giuridica non va cancellata: proprio per questo la vicenda mostra quanto rapidamente immigrazione, ordine pubblico e attività giornalistica possano sovrapporsi, rendendo fragile nella pratica un diritto formalmente garantito.

Se negli Stati Uniti queste crepe attirano l’attenzione perché si aprono dentro una democrazia che ha fatto della libertà di stampa uno dei propri principi fondanti, allargando lo sguardo il quadro diventa molto più duro. Alla fine del 2025 il Committee to Protect Journalists contava 330 giornalisti in carcere nel mondo in relazione alla propria attività professionale; quasi la metà non aveva ancora ricevuto una sentenza. Nello stesso anno CPJ ha documentato 129 giornalisti e operatori dei media uccisi, il numero più alto dall’inizio delle sue rilevazioni nel 1992, e almeno 104 sono morti in contesti di guerra. Sul dato più sensibile è importante essere precisi: secondo CPJ, Israele è stato responsabile di 86 delle 129 morti registrate nel 2025; oltre il 60 per cento di quei 86 giornalisti e operatori dei media erano palestinesi che lavoravano a Gaza. È l’attribuzione dell’organizzazione che ha raccolto e classificato i casi, non una formulazione autonoma di questo articolo.

Anche lontano dai fronti di guerra la pressione può assumere forme molto diverse. Il 4 settembre 2026 in Tunisia è stato arrestato Mohamed Yousfi, direttore del sito investigativo Al-Qatiba e critico del presidente Kais Saied, mentre stava per entrare negli studi di Express FM per partecipare a un programma radiofonico. L’8 settembre giornalisti e attivisti sono scesi in piazza a Tunisi per chiederne la liberazione. Yousfi è indagato per arricchimento illecito e riciclaggio; il sindacato nazionale dei giornalisti tunisini sostiene invece che durante l’interrogatorio sia stato interrogato sul proprio lavoro e sulla linea editoriale di Al-Qatiba e collega il caso alle sue critiche verso le autorità. Il governo tunisino non aveva risposto alle richieste di Reuters sull’arresto; Saied sostiene che le libertà siano garantite nel Paese. Anche qui distinguere accuse, difesa e valutazioni delle organizzazioni giornalistiche non indebolisce il racconto: è esattamente ciò che il giornalismo dovrebbe fare.

C’è infine una forma di silenzio più difficile da fotografare, perché non produce arresti né prime pagine. Nel World Trends in Freedom of Expression and Media Development: Global Report 2022/2025, UNESCO registra una diminuzione globale del 10 per cento del proprio indice sulla libertà di espressione rispetto al 2012. L’organizzazione segnala inoltre una crescita del 63 per cento dell’autocensura tra i giornalisti, che sempre più spesso evitano argomenti come corruzione, diritti umani e danni ambientali. È forse uno dei dati più inquietanti proprio perché racconta ciò che non vediamo: una storia può scomparire prima ancora che qualcuno debba vietarne la pubblicazione.

Sarebbe però altrettanto superficiale raccontare il giornalismo contemporaneo soltanto attraverso ciò che perde. Negli stessi anni in cui centinaia di testate locali hanno chiuso, ne sono nate altre centinaia; mentre il Pentagono introduceva condizioni contestate, decine di organizzazioni giornalistiche hanno scelto di rinunciare agli accrediti piuttosto che accettarle; mentre Mohamed Yousfi veniva arrestato, altri giornalisti sono scesi in piazza per lui. Non serve trasformare tutto questo in una celebrazione eroica della professione. Fare il giornalista non dovrebbe richiedere eroismo.Dovrebbe richiedere tempo, competenza, fonti, indipendenza, capacità di verificare e libertà di porre una domanda anche quando quella domanda disturba. Il problema nasce quando queste condizioni diventano un privilegio invece che la normalità.

Ed è forse qui che torna utile la storia da cui siamo partiti. Un grande quotidiano e un piccolo sito non possiedono gli stessi mezzi, così come una radio locale non dispone della struttura di un network televisivo e un podcast indipendente non può sostituire una redazione di centinaia di persone. Ma la dimensione non stabilisce da sola il valore del giornalismo. Un giornale, un sito, un canale televisivo, una radio, una newsletter o un podcast diventano rilevanti anche per le domande che decidono di fare, le realtà sulle quali scelgono di accendere una luce e le persone alle quali permettono di essere ascoltate. Essere piccoli, naturalmente, non rende automaticamente più indipendenti, più coraggiosi o più credibili: la credibilità si conquista con il metodo, la verifica, la trasparenza e la capacità di correggere i propri errori. Ma quando qualcuno racconta una discriminazione, una minoranza, una comunità dimenticata o una storia che difficilmente troverebbe spazio nei grandi numeri, quella voce entra comunque nello spazio dell’informazione. E di quelle voci c’è bisogno.

Il giornalismo non possiede la verità: ha il compito di cercarla. Confrontare le versioni con i fatti, controllare chi esercita il potere, ascoltare chi normalmente resta ai margini, chiedersi anche chi manca da una storia. Non significa trasformare l’informazione in attivismo, ma provare a raccontare una società senza lasciare sistematicamente alcune sue parti fuori dall’inquadratura. Per questo c’è bisogno dei grandi giornali e delle piccole realtà, dei reporter internazionali e di chi conosce ogni strada del proprio quartiere, di chi può dedicare mesi a un’inchiesta e di chi si accorge per primo che una storia esiste perché è abbastanza vicino da vederla.

Il Washington Sun nasce mentre altrove vengono eliminate scrivanie e prova ad aggiungerne di nuove. Non sappiamo ancora se il suo esperimento funzionerà, né se rappresenti un modello replicabile. Ma forse è proprio questa l’immagine con cui vale la pena fermarsi: in un tempo nel quale il giornalismo perde posti di lavoro, accesso, libertà e talvolta persino i giornalisti stessi, avere ancora qualcuno disposto a sedersi, ascoltare, verificare e fare una domanda non è una cosa piccola.

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