Venezia 83, la Leonessa d’Oro: May el-Toukhy e il paradosso di Woman Unknown

Era la sola donna a dirigere da sola uno dei 21 film in concorso. Aveva parlato di un sistema che finanzia meno le registe, le rallenta e continua a costruire il mito del “genio” quasi esclusivamente al maschile. Poi Woman Unknown, il film con cui May el-Toukhy restituisce una voce alle donne cancellate dalla Storia, ha vinto il Leone d’Oro. Non è la rivincita di una donna sugli uomini. È qualcosa di più difficile da liquidare: il film giudicato migliore era quello della regista che il sistema aveva reso un’eccezione.

May el-Toukhy posa con il Leone d’Oro assegnato a Woman Unknown alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Foto: Andrea Avezzù / Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia.

Quando May el-Toukhy è arrivata a Venezia, il paradosso era già scritto nel titolo del suo film. Woman Unknown, donna sconosciuta. Una donna senza nome, o meglio una delle tante donne che la Storia aveva guardato abbastanza da giudicare e punire, ma non abbastanza da voler conoscere. Una settimana dopo, quella stessa espressione sembra aver cambiato significato: alla cerimonia conclusiva dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal ha assegnato a Woman Unknown il Leone d’Oro per il miglior film, mentre Mathilde Arcel, che interpreta Marie, ha ricevuto la Coppa Volpi come migliore attrice. È una rara doppia vittoria per un’opera che, fin dal suo arrivo al Lido, si era trovata al centro di una discussione molto più grande del cinema che racconta.

Per capire perché questo Leone d’Oro pesa più della statuetta che May el-Toukhy ha sollevato sabato sera bisogna però tornare all’inizio della Mostra, quando i numeri avevano preceduto i film. Ventuno titoli nella competizione principale. Woman Unknown era l’unico lungometraggio di finzione diretto da una donna; successivamente si era aggiunto NAZA, documentario firmato da Yuval Abraham insieme a Rachel Szor. Due donne registe coinvolte nei 21 film, ma una sola alla guida individuale di un’opera di finzione: una sproporzione talmente evidente da diventare uno dei temi di Venezia 83 prima ancora che il pubblico potesse giudicare i film. Alberto Barbera aveva ricordato che i lungometraggi di finzione diretti da donne sottoposti quell’anno alla selezione della Mostra erano intorno al 24%, contro quasi il 30% dell’anno precedente, e aveva difeso il principio della selezione sulla base della qualità artistica. El-Toukhy aveva spostato però la domanda più indietro, là dove la selezione comincia molto prima di un festival: chi riesce ad arrivare al punto di avere un film finanziato, prodotto, distribuito e infine sottoposto a Venezia?

Prima del Leone, sei o sette anni per poter cominciare

Il 6 settembre, presentando Woman Unknown al Lido, el-Toukhy non aveva parlato in astratto. Dopo la scuola di cinema, ha raccontato, aveva impiegato sei o sette anni per riuscire a realizzare il suo primo film, mentre i suoi colleghi uomini avevano avuto percorsi molto più rapidi. Il problema, secondo lei, continua a manifestarsi nell’accesso ai finanziamenti: budget inferiori significano minori possibilità produttive, incidono sulla scelta degli interpreti, sulla dimensione di un progetto e, inevitabilmente, sulla possibilità che quel progetto raggiunga i grandi festival. Non è quindi sufficiente contare quante donne arrivino alla fine del percorso se non si guarda quante siano state fermate, rallentate o ridimensionate molto prima.

C’era poi una parola ancora più scomoda: genio. Nella stessa presentazione veneziana el-Toukhy aveva osservato di non ricordare articoli nei quali una regista fosse celebrata attraverso quella categoria quasi mitologica che il cinema ha applicato per decenni ai suoi grandi autori uomini. Non rivendicava quel titolo per sé; metteva in discussione il meccanismo culturale attraverso cui il talento maschile viene trasformato in eccezionalità, mentre quello femminile deve più spesso dimostrare di meritare spazio. «Siamo tutti il problema, ma siamo anche tutti parte della soluzione», aveva detto al Lido, chiedendo che la domanda sulla scarsità delle registe non fosse rivolta soltanto alle donne.

È difficile immaginare un epilogo più ironico, e insieme più preciso, di quello arrivato il 12 settembre. La regista che aveva messo in discussione il culto del genio maschile non ha ricevuto un premio riservato alle donne, né un riconoscimento laterale alla carriera, né una menzione per il valore sociale del proprio lavoro. Ha vinto il Leone d’Oro per il miglior film.

Una donna giudicata per ciò che ha fatto del proprio corpo

Anche per questo sarebbe riduttivo raccontare Woman Unknown soltanto come il film della “sola donna in concorso”. La forza della coincidenza veneziana nasce soprattutto da ciò che el-Toukhy ha scelto di raccontare. Il film, scritto dalla regista con Maren Louise Käehne, è ambientato nella Danimarca immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale. Marie è una giovane domestica e bambinaia che sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora: un matrimonio che può trasformarla da servitrice in padrona di casa e consegnarle finalmente sicurezza e posizione sociale. Ma Marie custodisce qualcosa che, nella società appena liberata dall’occupazione nazista, può distruggerla: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco.

La vicenda individuale nasce da una pagina storica molto più vasta. Durante le ricerche, el-Toukhy ha studiato il lavoro della storica danese Anette Warring e ha potuto parlare con alcune delle donne che avevano avuto relazioni con soldati tedeschi. La scintilla iniziale, ha raccontato a Venezia, era stata una fotografia ripubblicata da un giornale danese: una donna seduta su una panchina, gli abiti strappati e una svastica dipinta sulla schiena. In quelle immagini la regista aveva riconosciuto qualcosa che andava oltre la vendetta del dopoguerra: il corpo femminile trasformato nel luogo sul quale una comunità pretende di scrivere il proprio giudizio morale e la propria idea di appartenenza nazionale.

Le donne accusate di avere fraternizzato con gli occupanti tedeschi vennero esposte alla pubblica umiliazione, rasate, marchiate, perseguitate. Ma il punto che Woman Unknown porta alla luce non è soltanto la violenza della punizione. È l’asimmetria del giudizio. Il comportamento sessuale delle donne poteva diventare un’offesa all’identità nazionale; forme assai più sostanziali di collaborazione economica e sociale maschile potevano invece trovare altri spazi di rimozione e accomodamento. Nel film questa contraddizione entra persino nella casa nella quale Marie tenta di costruirsi una nuova esistenza: Christian, l’uomo dal quale dipende il suo futuro, ha a sua volta beneficiato economicamente durante l’occupazione. La vergogna, però, non si distribuisce allo stesso modo.

È qui che la formula utilizzata da el-Toukhy acquista tutta la sua forza: il corpo della donna come campo di battaglia e come questione pubblica. Nelle sue ricerche la regista ha incontrato l’idea del corpo femminile trattato come identità e territorio nazionale. Nel film quel territorio non viene conteso soltanto nella piazza, dove la comunità punisce, ma anche dentro la casa: nelle relazioni di classe, nel matrimonio, nel desiderio e nella possibilità stessa di scegliere che cosa fare della propria vita. La guerra è finita, ma il controllo non è finito con la guerra. Ha semplicemente cambiato uniforme.

La Storia ricorda gli uomini. Le donne ricordano la vergogna

Nelle note di regia ufficiali, el-Toukhy parte da Svetlana Aleksievič e da La guerra non ha un volto di donnaWoman Unknown cerca precisamente quel volto che il racconto pubblico tende a cancellare: non quello rassicurante dell’eroina né quello semplice della vittima innocente, ma quello più scomodo di donne costrette a muoversi dentro rapporti di potere, desiderio, paura, opportunismo e sopravvivenza. Marie non viene costruita per essere moralmente impeccabile e proprio per questo la sua storia impedisce allo spettatore di rifugiarsi nella comodità del giudizio retrospettivo.

Mathilde Arcel ha raccontato di avere lavorato a lungo sulle testimonianze di quelle donne, alcune delle quali hanno continuato a portare il peso di quanto accaduto per decenni. Alcune non ne hanno mai parlato nemmeno con le proprie famiglie; ancora oggi, ha spiegato l’attrice, il Giorno della Liberazione può riattivare paura e vergogna. È un dettaglio che modifica la prospettiva: la fine ufficiale di una persecuzione non coincide necessariamente con la fine della sua presenza nella vita di chi l’ha subita. La Storia può voltare pagina molto prima delle persone.

Ed è forse questa la relazione più profonda tra il film e ciò che è accaduto a Venezia. Woman Unknown non sostiene semplicemente che le donne siano state escluse dalla Storia; mostra un meccanismo più sottile, quello attraverso cui possono essere visibilissime quando devono essere giudicate e invisibili quando devono essere ascoltate. Il loro corpo può diventare pubblico, la loro voce restare privata. Possono essere trasformate in simboli della vergogna nazionale e contemporaneamente scomparire dal racconto attraverso cui una nazione decide di ricordare se stessa.

Da “2 su 21” al Leone d’Oro

È impossibile separare completamente questo film dalla discussione che ha accompagnato Venezia 83, ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare il premio in una compensazione politica per una selezione squilibrata. Maggie Gyllenhaal lo ha detto con particolare nettezza dopo la vittoria. La giuria — composta, oltre che da lei, da Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To — aveva visto tutti i 21 film e Woman Unknown non era stato scelto perché diretto da una donna. Gyllenhaal ha descritto il film come qualcosa che aveva agito «like a laser beam», come un raggio laser. Il Leone, in altre parole, non doveva correggere statisticamente il festival: doveva premiare il film che la giuria considerava migliore.

Ed è precisamente questo che rende il risultato più significativo. Se Woman Unknown avesse ricevuto il Leone come gesto simbolico, la conclusione sarebbe stata molto più debole: una donna esclusa numericamente dal sistema e poi risarcita dal sistema stesso. Ma il punto è un altro. In una competizione nella quale le donne avevano avuto uno spazio quasi inesistente, il film che ha prevalso sul piano artistico è stato quello della sola donna che dirigeva individualmente un lungometraggio di finzione. Non dimostra che una selezione paritaria avrebbe necessariamente prodotto più film migliori; dimostra però quanto sia fragile l’idea che la sproporzione finale possa essere letta semplicemente come naturale conseguenza della qualità.

Perché la qualità non nasce nel momento in cui un selezionatore apre un film. Nasce anni prima, quando qualcuno decide quale sceneggiatura finanziare, quale regista considerare abbastanza affidabile per un grande budget, a chi permettere un errore e a chi no, quale esperienza considerare universale e quale confinare nella categoria delle “storie di donne”. Nasce persino nelle parole con cui costruiamo il prestigio: chi chiamiamo autore, maestro, visionario, genio. È questo il terreno sul quale el-Toukhy aveva chiesto al cinema di interrogarsi.

La questione aveva attraversato tutta la Mostra. Anna Foglietta, presentando Una storia a Orizzonti, aveva parlato del tempo necessario alle donne per autorizzarsi al desiderio, raccontando di avere impiegato anni prima di concedersi l’ambizione della regia e chiedendo agli uomini dell’industria di interrogarsi sul potere che continuano a occupare. Maggie Gyllenhaal, all’apertura di Venezia, aveva posto un’altra domanda decisiva: chi stabilisce che cosa sia “buono”, che cosa abbia valore, che cosa meriti di essere considerato grande cinema? May el-Toukhy aveva aggiunto l’esperienza materiale: anni per riuscire a esordire, meno denaro a disposizione, meno possibilità di costruire progetti capaci di arrivare proprio nei luoghi nei quali il valore viene riconosciuto. Tre prospettive diverse che alla fine della Mostra non producono una teoria astratta, ma un’immagine molto concreta: una donna con un Leone d’Oro tra le mani.

Non una rivincita, ma una domanda che resta aperta

May el-Toukhy è diventata così l’ottava regista donna nella storia della Mostra a conquistare il Leone d’Oro. È un traguardo da celebrare, ma il numero contiene anche la misura di quanto lentamente quella storia sia stata scritta.

Sul palco, la regista è tornata esattamente là dove aveva cominciato. Ha parlato del corpo femminile come campo di battaglia e delle donne «invisible, unseen, and voiceless», invisibili, non viste e senza voce. Non serviva trasformare quel momento in una dichiarazione contro Venezia, né presentare la vittoria come la vendetta di un genere sull’altro. La contraddizione era già sufficientemente eloquente: la Mostra che per quasi due settimane aveva discusso della scarsità delle donne nella sua competizione si chiudeva consegnando il suo premio più importante a un film sull’invisibilità delle donne, diretto dalla donna che aveva denunciato gli ostacoli strutturali che rendono più difficile arrivare fin lì.

Forse è questa l’immagine da conservare di Venezia 83. Non quella di una quota finalmente compensata, perché sarebbe un modo troppo semplice di leggere ciò che è accaduto. E neppure quella consolatoria di un sistema che, premiando una donna, avrebbe dimostrato di funzionare perfettamente. Un premio non cancella ventuno film, né modifica da solo l’accesso ai finanziamenti, i budget, le opportunità e il linguaggio attraverso cui il cinema continua a costruire il proprio canone.

Resta invece una domanda, molto più difficile da archiviare insieme al festival: quanti Woman Unknown non arrivano mai a Venezia? Quante registe non diventano mai “la sola donna in concorso” perché il loro percorso si interrompe molto prima, tra un finanziamento che non arriva, un budget più piccolo, un’ambizione ridimensionata o uno sguardo che non viene considerato abbastanza universale?

May el-Toukhy, questa volta, è arrivata fino in fondo. La donna sconosciuta ha conquistato Venezia. Ma il Leone d’Oro più importante sarà quello che un giorno non avrà più bisogno di essere raccontato come un’eccezione.

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