Raúl Tejón (Machos Alfa), dal potere dell’invisibilità alla scelta di farsi vedere

INTERVISTA ESCLUSIVA BGTALKS

Da bambino Raúl Tejón aveva imparato a rendersi invisibile. Era timido, molto sensibile e aveva capito presto che esporsi significava anche offrire agli altri una parte vulnerabile di sé; così aveva sviluppato quello che oggi chiama «il potere dell’invisibilità»: stare zitto, non attirare troppo l’attenzione, rifugiarsi in un mondo interiore che gli permettesse di proteggersi. Molti anni dopo, quel bambino è diventato un attore conosciuto ben oltre la Spagna grazie soprattutto a un personaggio costruito quasi sull’operazione opposta: Raúl Camacho di Machos Alfa occupa lo spazio, ostenta sicurezza, seduce, vuole controllare ciò che gli accade e utilizza la mascolinità come una corazza dietro la quale nascondere proprio ciò che non sa gestire.

Se esiste un filo capace di attraversare il percorso di Raúl Tejón non è quindi semplicemente la recitazione. È il rapporto fra ciò che mostriamo e ciò che nascondiamo, fra le maschere che impariamo a utilizzare per proteggerci e il momento in cui quelle stesse maschere rischiano di impedirci di essere ciò che siamo.

La versione integrale, di oltre un’ora, è disponibile su Patreon

Getafe, la classe sociale e il bambino invisibile

Raúl Tejón Sánchez nasce a Madrid nel 1975 e cresce a Getafe, nell’area sud della capitale, un luogo che nelle sue interviste non compare mai come semplice indicazione geografica. Si definisce un chaval de barrio, un ragazzo di quartiere, e torna spesso su un’immagine efficace: si può uscire da Getafe, ma Getafe non esce da te. Significa famiglia, amici, memoria di una comunità lavoratrice e un modo concreto di osservare ciò che arriva dopo. Non ne costruisce però un’immagine nostalgica e rassicurante: nei ricordi degli anni Ottanta convivono appartenenza e una realtà attraversata anche da povertà, droga, machismo, omofobia e stereotipi. Da lì deriva una coscienza di classe rimasta centrale nel modo in cui guarda al lavoro, ai privilegi e alla responsabilità sociale.

Quando gli chiediamo com’era da bambino, Tejón non parte dal desiderio di recitare. «Ero un bambino molto timido, un bambino che ha sviluppato il potere dell’invisibilità», racconta. Precisa subito che essere sensibile non significava essere debole, ma aveva imparato che mostrarsi troppo poteva rendere quella sensibilità più esposta. Qualche volta la strategia migliore sembrava essere non parlare, non attirare l’attenzione, restare nel proprio mondo. È quasi paradossale che il teatro arrivi prestissimo proprio nella vita di un bambino che cerca di non farsi vedere: un insegnante lo incoraggia quando ha appena sei o sette anni e sul palcoscenico Raúl scopre la possibilità di essere osservato senza sentirsi necessariamente indifeso, di diventare molte persone differenti e di trasformare in strumento ciò che fuori dalla scena aveva imparato a proteggere.

Il desiderio, però, non coincide ancora con la possibilità. In una famiglia senza riferimenti artistici, fare l’attore gli sembra un mestiere appartenente a un universo del quale non conosce le regole. Lo spiega con un’immagine che dice molto anche della distanza sociale che può esistere rispetto ai sogni: gli sembrava quasi più semplice comprendere il percorso per diventare astronauta che capire come si potesse diventare attori. Porta così avanti anche un’altra strada, completando Derecho e Administración y Dirección de Empresas, due lauree che hanno un significato particolare per una famiglia nella quale l’accesso all’istruzione superiore non era stato affatto scontato.

Quando diventare attore sembrava un mestiere per gli altri

La svolta arriva con un episodio che conserva ancora qualcosa dell’incoscienza con cui a volte iniziano le storie importanti. Una produzione di Romeo y Julieta cerca un nuovo protagonista; Tejón prende una fotografia, scrive sul retro un curriculum che oggi definisce ridendo «inventatissimo» e si presenta chiedendo un provino. Quando l’attore titolare si rompe una gamba, si ritrova a interpretare Romeo quasi senza prove, dopo avere preparato in poche ore combattimenti, movimenti e scena del balcone. Quella sera attira l’attenzione di diversi direttori di casting e rende improvvisamente concreto il mestiere che fino a quel momento aveva immaginato soprattutto per gli altri.

Comincia così una carriera attraversata da teatro, cinema e televisione, con titoli come Al salir de clase, Hospital Central, Amar en tiempos revueltos, Bandolera, Águila Roja, Vis a vis, La verdad, Caronte, Sin límites e Alma. Per molto tempo, però, l’industria sembra riconoscergli soprattutto una direzione: uomini violenti, assassini, militari, poliziotti, personaggi estremi, l’intero arco di quelli che lui riassume scherzosamente come i «cabrones». Il paradosso è che Tejón si considera una persona naturalmente comica, uno che gioca continuamente, ma sullo schermo proprio quella parte resta a lungo quasi invisibile. Saranno Laura e Alberto Caballero, prima con La que se avecina e poi soprattutto con Machos Alfa, a permettergli di mostrarla davanti a un pubblico molto più vasto, rompendo quel meccanismo per cui un interprete finisce spesso per essere identificato soltanto con il registro nel quale è stato chiamato più volte a lavorare.

Roma, quando un mese diventa una parte della vita

Prima che arrivasse Machos Alfa, nella storia di Raúl Tejón c’è però un’altra geografia fondamentale, particolarmente significativa per il pubblico italiano. Il rapporto con Roma comincia quasi da un’occasione mancata: viene scelto per un piccolo ruolo in una fiction italiana, ma la produzione con cui sta lavorando in Spagna non gli permette di assentarsi. Quando quella serie viene improvvisamente cancellata e prova a recuperare il lavoro italiano, la parte è già stata affidata a un altro interprete. Invece di archiviare tutto, decide di partire comunque. Trova un monolocale a San Giovanni, si iscrive a un corso di italiano e immagina inizialmente di restare un mese.

Quel mese diventa un periodo di vita che Tejón colloca fra il 2011 e il 2016. Arriva quasi senza punti di riferimento e scopre una familiarità immediata con la città, abbastanza forte da modificare i suoi programmi e da lasciare un’impronta evidente persino nel modo in cui parla italiano. Quando deve spiegare oggi che cosa sia rimasto di quell’esperienza, non cerca definizioni complicate: «Non posso dire mi sento mezzo italiano, però un po’ romano mi sento».

Quasi per una coincidenza ironica, molti anni dopo l’uomo che da ragazzo considerava più facile immaginare il percorso per diventare astronauta che quello per diventare attore sarebbe diventato il protagonista di ¿Quién quiere casarse con un astronauta? Il film è stato presentato fuori concorso al Lovers Film Festival di Torino, dove Tejón era presente in sala. È una commedia romantica LGBTQIA+ che sposta la rappresentazione queer fuori dall’obbligo della tragedia e permette di affrontare un altro tema caro all’attore: la necessità di vedere anche storie con un final feliz, un lieto fine, non perché il cinema debba ignorare discriminazione e violenza, ma perché nessuna comunità dovrebbe essere rappresentata soltanto attraverso il trauma.

Raúl Camacho: il macho che non sa cosa fare della propria fragilità

Machos Alfa, Raúl Tejón è Raúl Camacho. Foto: Netxflix

Quando Machos Alfa arriva su Netflix nel 2022, Raúl Camacho sembra possedere tutte le certezze che il bambino descritto da Tejón non aveva. È seduttore, vanitoso, rumoroso, geloso, convinto di conoscere le regole del desiderio e molto meno preparato a vivere in un mondo nel quale quelle regole stanno cambiando. Nel corso delle stagioni attraversa coppia aperta, anarquía romántica — l’idea di relazioni non organizzate secondo gerarchie e modelli tradizionali — religione, gelosia e tentativi di decostruzione che non procedono mai in linea retta. Vuole considerarsi libero, ma la prova più difficile arriva quando la stessa libertà appartiene agli altri.

Tejón non prova a rendere Camacho migliore di ciò che è. La chiave arriva quando comincia a guardare sotto la superficie del personaggio e riconosce, dietro la sicurezza esibita, un uomo con pochissimi strumenti per comprendere ciò che sente. È un principio che appartiene anche al suo modo di concepire la recitazione: l’attore deve arrivare a capire il personaggio senza necessariamente assolverlo, trovare il motore interno delle sue azioni senza confondere la comprensione con la giustificazione. Raúl può mentire, scappare, comportarsi in modo meschino o assurdo; ciò che lo rende interessante non è cancellare quelle responsabilità, ma mostrare che dietro la corazza del macho esiste qualcuno incapace di affrontare emozioni che non sa nemmeno nominare.È qui che la comicità della serie acquista una seconda profondità. Machos Alfa può essere guardata semplicemente per ridere, e Tejón rivendica anche quella libertà dello spettatore; sotto la battuta, però, c’è una domanda continua su che cosa significhi essere uomini mentre i vecchi riferimenti perdono stabilità. I protagonisti imparano parole nuove, provano a modificare i propri comportamenti, avanzano e regrediscono. Nella quinta stagione Raúl arriva a perdersi in quella che Netflix definisce una «spirale di decostruzione»: non un percorso educativo ordinato, ma un processo pieno di contraddizioni, errori e resistenze. 

Luz e Kira Miró: la libertà che Raúl non riesce a controllare

MACHOS ALFA (L to R) RAÚL TEJON as RAÚL, KIRA MIRO as LUZ in episode 02 of MACHOS ALFA. Cr. MANUEL FIESTAS/NETFLIX © 2022

È soprattutto Luz a incrinare la sicurezza di Camacho. Non semplicemente perché sia la donna che ama, ma perché possiede la libertà che lui vorrebbe considerare moderna fino al momento in cui deve accettarne realmente le conseguenze. Luz è autonoma, sentimentalmente più consapevole, meno controllabile; ogni volta che Raúl pensa di avere imparato una nuova regola, lei lo costringe a confrontarsi con la distanza fra proclamare la libertà e accettarla quando appartiene alla persona che si ama.

Il rapporto con il personaggio finisce inevitabilmente per incontrare quello con Kira Miró senza che attrice e personaggio vengano confusi. Tejón lo riassume con una frase che contiene insieme ironia e affetto: «A Raúl Camacho lo batte sempre Luz e a Raúl Tejón lo batte sempre Kira Miró». Di Kira parla come di una persona capace di unire luce, gioia, sensibilità e talento.

Machos Alfa è arrivata nel 2026 alla quinta stagione; ad aprile Netflix ha annunciato che la sesta, composta da dieci episodi, sarà l’ultima. La dimensione professionale racconta però soltanto una parte di ciò che questi anni hanno significato per Tejón. I rapporti nati sul set hanno superato progressivamente i confini della lavorazione e, nell’intervista integrale disponibile su Patreon, Raúl racconta tra l’altro un gesto di Gorka Otxoa il giorno in cui morì sua madre, quando l’amico rischiò di perdere un volo per Los Angeles pur di andare ad abbracciarlo, insieme ad altri episodi che mostrano quanto quel gruppo sia diventato parte della sua vita.

Dall’essere scelto allo scegliere anche che cosa raccontare

Dopo molti anni trascorsi a dare corpo a storie scritte da altri, Tejón sta ampliando il proprio spazio creativo verso la scrittura e la regia cinematografica. È un passaggio che modifica la posizione dalla quale guarda al proprio mestiere: non soltanto essere scelto per interpretare una storia, ma poter decidere da quale punto raccontarla, quali parole utilizzare e quali persone portare con sé.

Il ragazzo che non sapeva attraverso quale strada si potesse diventare attori è arrivato così anche nel luogo in cui una storia comincia a prendere forma.

«Andiamo troppo in palestra e non tanto allo psicologo»

Parlando dei gruppi che oggi sostengono di voler «recuperare» una mascolinità perduta, Tejón mette in discussione innanzitutto l’idea che esista un unico modello da recuperare. La mascolinità, osserva, non è qualcosa che qualcuno possa concedere o togliere; il problema comincia proprio quando la si trasforma in un insieme rigido di caratteristiche da dimostrare.

È in questo punto che arriva una delle frasi più efficaci della conversazione: «Andiamo troppo in palestra e non tanto allo psicologo. Se potessimo fare 50 e 50 io penso che sarebbe meglio». Dietro la battuta c’è una questione molto meno leggera: una cultura che prepara gli uomini a lavorare sul corpo, sulla prestazione, sul successo e sulla capacità di apparire forti offre spesso molti meno strumenti per riconoscere paura, fallimento, dipendenza, bisogno degli altri e fragilità.

Quando l’omofobia stabilisce i confini di ciò che un uomo dovrebbe essere

Fra i terreni sui quali Machos Alfa porta più lontano questa riflessione c’è l’omofobia. Nella prima stagione i protagonisti arrivano a cercare un amico gay quasi come se la sua presenza potesse certificare la propria apertura; durante il corso di decostruzione viene invece esplicitata l’idea che l’omofobia possa essere uno dei pilastri della mascolinità tossica, proprio perché contribuisce a stabilire ciò che un uomo deve temere di sembrare. Pedro reagisce immaginando il percorso opposto e si proclama «il Mosè dei machirulos», dei machisti. La comicità esaspera il meccanismo, ma non lo inventa: se la virilità deve essere continuamente dimostrata, tutto ciò che viene percepito come deviazione da quel modello può trasformarsi in una minaccia.

La serie rende questo linguaggio ancora più violento nel corso intitolato Supera tu homosexualidad. La propaganda utilizzata nella scena presenta l’unione fra uomo e donna come unico ordine naturale, richiama la volontà di Dio e arriva ad affermare: «La homosexualidad es una discapacidad» — «L’omosessualità è una disabilità». Il contesto è volutamente grottesco, ma le parole rimandano direttamente alla retorica con cui l’omosessualità è stata patologizzata e con cui ancora oggi vengono giustificate le cosiddette pratiche di conversione.

Il fatto che a interpretare Raúl Camacho sia un attore apertamente gay aggiunge inevitabilmente un livello ulteriore. Fuori dalla fiction, Tejón ha scelto negli anni una posizione sempre più esplicita sulla visibilità e ha contestato l’idea che l’orientamento sessuale debba essere automaticamente confinato nella «vita privata», distinguendo ciò che appartiene davvero all’intimità dal semplice fatto di essere gay, lesbica, bisessuale, trans o etero.

Nella nostra conversazione la riflessione arriva a una frase molto più personale: «La mia famiglia non mi ha educato nella vergogna, però la società ti educa nella vergogna. È un vergognarti di chi sei».

La vergogna non ha bisogno di essere pronunciata apertamente da qualcuno. Può essere imparata attraverso silenzi, battute, assenze, rappresentazioni e parole che suggeriscono molto presto quale parte di noi possa essere mostrata senza spiegazioni e quale debba invece essere nascosta o giustificata. La visibilità, allora, non coincide semplicemente con il dichiararsi: significa provare a interrompere il meccanismo attraverso il quale ciò che siamo viene trasformato in qualcosa di cui dovremmo vergognarci.

Diritti conquistati ed esperienza quotidiana

La Spagna offre un esempio particolarmente chiaro della distanza che può esistere fra diritti riconosciuti ed esperienza quotidiana. La Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe, che misura leggi e politiche e non la qualità della vita individuale, colloca per la prima volta la Spagna al primo posto fra 49 Paesi europei con l’89%; l’Italia è 36ª con il 24%. ILGA Europa

Il primato legislativo non significa però che discriminazione e violenza siano scomparse. Il rapporto Estado del Odio 2026 della Federación Estatal LGTBI+, basato su 800 interviste, rileva che fra il 2024 e il 2026 la quota di persone intervistate che riferisce molestie è passata dal 20% al 36%, quella relativa alla discriminazione dal 23% al 29% e quella riferita alle aggressioni dal 7% al 22%. Il 54% dichiara inoltre di avere subito nell’ultimo anno almeno un atto d’odio, in presenza o online. Sono dati riferiti alle persone LGBTQIA+ coinvolte nella ricerca e non possono essere trasformati automaticamente in una fotografia dell’intera società spagnola, ma mostrano con chiarezza perché la protezione normativa e la libertà vissuta non siano sinonimi. FELGTBI+

È dentro questo spazio che il messaggio di Tejón ai più giovani acquista il suo significato più forte. Non promette che accettarsi cancelli gli ostacoli né che basti la sicurezza individuale per neutralizzare discriminazione e pregiudizi. Il punto di partenza è più essenziale: non permettere che lo sguardo degli altri diventi il primo strumento con cui giudichiamo noi stessi.

Farsi vedere non significa smettere di essere sensibili, eliminare la paura o possedere improvvisamente tutte le risposte. Significa piuttosto non lasciare che siano la vergogna, le aspettative degli altri o una maschera costruita per difendersi a decidere interamente ciò che può essere mostrato.

Forse è per questo che, alla fine, poche parole riescono a contenere l’essenziale di tutta la sua storia:

«Abbraccia chi sei».

L’intervista di Raúl è anche sul canale Spotify di BGTalks

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