Argentina, 35 post al giorno contro la stampa: l’ostilità di Milei verso i giornalisti
Più di 35 pubblicazioni ostili alla stampa ogni giorno. È il dato che emerge da un’analisi di Reporter senza frontiere (RSF) sull’attività su X del presidente argentino Javier Milei: 1.674 contenuti contro giornalisti, giornalismo o mezzi di informazione in appena 47 giorni, tra il 1° aprile e il 17 maggio 2026.

Foto: RSF / Reporter senza frontiere
Un numero che colpisce, ma che va letto fino in fondo. Dei 1.674 contenuti individuati, RSF precisa che 1.499 — l’89% — sono repost, 151 sono post altrui rilanciati aggiungendo un commento e 21 sono stati scritti interamente dal presidente (la natura dei tre restanti non è specificata). Non è dunque Milei a produrre personalmente decine di attacchi ogni giorno: è soprattutto lui a selezionarli, rilanciarli e moltiplicarne la visibilità attraverso l’account del capo dello Stato. È proprio questo meccanismo al centro dell’inchiesta pubblicata da RSF il 30 settembre.
Le parole che attraversano questo flusso sono pesanti. Giornalisti descritti come “mercenari”, corrotti, bugiardi, militanti politici, ensobrados, letteralmente persone che ricevono una busta di denaro. In 498 dei 1.674 contenuti analizzati compaiono accuse o insinuazioni di corruzione. E c’è una frase diventata quasi un marchio: «No odiamos lo suficiente a los periodistas», “non odiamo abbastanza i giornalisti”. RSF documenta come Milei la utilizzi per accompagnare alcuni dei contenuti che rilancia, anche nella forma abbreviata NOL$ALP, dove il simbolo del dollaro rimanda ancora una volta all’accusa che una parte dell’informazione sia pagata per colpire il suo governo.
Per capire perché il rapporto tra Milei e la stampa sia diventato così conflittuale bisogna tornare brevemente all’uomo che nel dicembre 2023 entrò alla Casa Rosada. Economista diventato popolare attraverso la televisione e poi i social, costruì la propria ascesa politica sulla promessa di rompere con un sistema che considerava responsabile del declino argentino. Il Paese era provato da anni di inflazione, impoverimento e sfiducia nei partiti tradizionali; Milei offrì una risposta radicale, promettendo di ridimensionare lo Stato e soprattutto identificando un avversario immediatamente riconoscibile: la “casta”, la classe politica e l’insieme di interessi che, nella sua narrazione, continuavano a difendere i propri privilegi mentre i cittadini pagavano il prezzo della crisi. La motosega esibita ai comizi diventò il simbolo perfetto di quella promessa di rottura.
Il messaggio conquistò anche elettori lontani dal libertarismo. Al ballottaggio del novembre 2023 Milei ottenne il 55,7% dei voti: per una parte dell’Argentina il voto non significava necessariamente aderire a ogni punto del suo programma, ma scegliere qualcuno che prometteva di spazzare via ciò che era venuto prima. È in questa storia che il rapporto con i media assume un significato particolare, perché negli anni della presidenza il confine della “casta” si è progressivamente allargato e una parte crescente del giornalismo è stata rappresentata non semplicemente come critica verso il governo, ma come componente di quel sistema di interessi contro il quale Milei sostiene di combattere.
Quando il giornalista diventa il nemico
L’indagine di RSF non fotografa un’esplosione improvvisa di ostilità. Il Foro de Periodismo Argentino (FOPEA), che monitora la libertà d’espressione nel Paese dal 2008, ha registrato nel 2025 un record di 278 attacchi contro giornalisti, il 55% in più rispetto ai 179 dell’anno precedente. In 119 casi l’autore indicato dall’organizzazione è Javier Milei.Per FOPEA il potere politico continua a essere il principale responsabile degli attacchi alla stampa argentina.
Negli interventi pubblici e sui social il presidente ha utilizzato espressioni come basura humana, “spazzatura umana”, e basuras inmundas, “rifiuti immondi”. Uno degli episodi più significativi risale all’8 maggio 2025, quando Milei partecipò per quasi sei ore allo streaming La Misa. Parlando del rapporto tra politica e informazione, disse che «i giornalisti sono storicamente le prostitute dei politici» e, all’inizio della trasmissione, chiese al conduttore se avesse i nomi dei giornalisti che avrebbe dovuto “mettere in galera”. FOPEA registrò quella serata come due distinti casi di discorso stigmatizzante: uno rivolto alla stampa nel suo complesso e l’altro contro otto giornalisti nominati individualmente.
Milei presenta questa battaglia in modo opposto. La sua tesi è che una parte dei media abbia vissuto per anni grazie alla pauta oficial, la pubblicità finanziata dallo Stato, e che la decisione del suo governo di eliminarla a livello nazionale abbia trasformato quei media in avversari interessati a screditarlo. Secondo il presidente, giornalisti e testate sostenuti ancora dalla pubblicità dei governi locali condurrebbero vere e proprie “operazioni” contro l’esecutivo. RSF riconosce che l’utilizzo della pubblicità istituzionale è stato oggetto di controversie legittime in Argentina, ma sottolinea che non esistono elementi per estendere l’accusa di corruzione ai giornalisti in quanto categoria o per sostenere che le critiche a Milei siano una conseguenza della fine di quei finanziamenti.
È una distinzione essenziale. Un presidente ha il diritto di contestare un articolo, smentire un’informazione, chiedere una rettifica e criticare anche duramente il lavoro di un giornalista. La questione cambia quando la delegittimazione diventa sistematica e finisce per investire un’intera professione. E nel caso argentino la preoccupazione delle organizzazioni per la libertà di stampa non riguarda più soltanto le parole pubblicate sui social.
FOPEA ha denunciato restrizioni al lavoro dei giornalisti accreditati alla Casa Rosada, limitazioni negli spostamenti all’interno della sede presidenziale e disparità nell’accesso alle attività del presidente e dei ministri. Nel suo rapporto annuale sul 2025 l’organizzazione ha scelto un titolo che sintetizza la propria preoccupazione: El periodismo en riesgo de silencio, “il giornalismo a rischio di silenzio”.
L’Argentina occupa oggi il 98º posto su 180 Paesi nel World Press Freedom Index 2026 di RSF. Era 87ª nel 2025 e 29ª nel 2022: 69 posizioni perse in quattro anni. RSF collega il deterioramento anche alle politiche adottate durante la presidenza Milei e alla crescente ostilità verso i professionisti dell’informazione.
Il fenomeno, pur con caratteristiche diverse da Paese a Paese, supera i confini argentini. Nel quadro 2026 delle Americhe RSF segnala pressioni politiche sulla stampa anche negli Stati Uniti di Donald Trump e in El Salvador di Nayib Bukele. Non esiste però per questi presidenti una misurazione direttamente comparabile con i 1.674 contenuti individuati sull’account di Milei: costruire una classifica significherebbe mettere sullo stesso piano dati raccolti con metodologie differenti.
Il dato argentino conserva invece una forza precisa perché consente di misurare qualcosa che spesso emerge soltanto attraverso singoli episodi: la frequenza con cui il linguaggio contro giornalisti e media viene alimentato e amplificato dalla più alta carica dello Stato. E oggi una parte del giornalismo è entrata tra i bersagli della stessa battaglia che Milei aveva costruito contro la “casta”.
Criticare la stampa fa parte della democrazia. I giornalisti possono sbagliare, possono essere contestati e devono rispondere del proprio lavoro. Ma quando dalla critica a un articolo si passa alla rappresentazione sistematica di chi informa come corrotto, mercenario o nemico, il problema non riguarda più soltanto il rapporto personale di un presidente con i media.
Riguarda il ruolo che resta al giornalismo nel controllare chi governa. E, di conseguenza, una domanda molto più ampia: che cosa accade a una democrazia quando chi occupa la sua carica più alta contribuisce quotidianamente a trasformare in un nemico chi ha il compito di controllarla?