SGUARDO SU CUBA
«La medicina non si vende»: la farmacia senza prezzi dell’Avana

Foto: © 2026 Human Rights Watch – CC BY-NC-ND.
Ogni settimana, all’Avana, una volontaria distribuisce gratuitamente medicinali a persone che non riescono più a procurarseli. La sua storia racconta una Cuba in cui la scarsità di farmaci si intreccia con i blackout, la mancanza d’acqua e la crisi economica. Tra infrastrutture deteriorate, difficoltà interne e nuove restrizioni statunitensi, le reti di solidarietà cercano di garantire ciò che dovrebbe essere accessibile a tutti: il diritto alla salute.
Una farmacia senza prezzi, nel cuore dell’Avana
Ogni giovedì e domenica, a mezzogiorno, davanti a un edificio del Vedado, uno dei quartieri dell’Avana, si forma una fila di persone in attesa di medicinali. Ad accoglierle è Laura Mendoza, una volontaria cubana che coordina il progetto solidale La medicina no se vende, «La medicina non si vende». Mendoza scende dal suo appartamento con un elenco di nomi, controlla le richieste ricevute attraverso WhatsApp e distribuisce gratuitamente antistaminici, antibiotici, diuretici, colliri e altri farmaci che molti cittadini non riescono più a trovare nelle farmacie statali. Per chi soffre di una malattia cronica o deve seguire una terapia continuativa, quell’appuntamento può rappresentare la differenza tra proseguire le cure e interromperle. La sua storia è stata documentata dall’Associated Press in un servizio pubblicato l’11 ottobre 2026, firmato dalla giornalista Andrea Rodríguez, con fotografie di Ramón Espinosa. La scarsità di medicinali ha trasformato la vita quotidiana di molti cubani, costretti a cercare attraverso conoscenze personali, gruppi di messaggistica e reti di volontariato ciò che un tempo potevano ottenere nelle farmacie pubbliche.
Il progetto riceve medicinali da organizzazioni umanitarie, viaggiatori e cittadini, anche attraverso la collaborazione con Cáritas. Ogni settimana arrivano oltre tredici chilogrammi di farmaci, che vengono selezionati e distribuiti gratuitamente secondo le richieste raccolte. L’iniziativa utilizza cinque gruppi WhatsApp all’Avana e un altro a Guanabo, mentre i volontari cercano di raggiungere anche le persone impossibilitate a spostarsi, effettuando consegne nelle abitazioni e negli ospedali. Mendoza ritiene che nella capitale operino circa cento iniziative comunitarie analoghe, una stima che suggerisce quanto si siano diffuse forme spontanee di assistenza. Per decenni le farmacie statali, con medicinali distribuiti a prezzi sovvenzionati, hanno rappresentato uno dei principali punti di riferimento della sanità cubana. Oggi, accanto a quelle strutture, si sono moltiplicati gruppi di donazione e circuiti informali di compravendita. È un cambiamento che racconta non soltanto la capacità delle persone di organizzarsi, ma anche la progressiva difficoltà del sistema pubblico nel garantire forniture regolari.
Quando curarsi diventa un privilegio
La dimensione della crisi emerge dai dati raccolti dall’Associated Press. Il programma farmaceutico di base del Ministero della Salute cubano comprende 603 medicinali, ma ne risulta disponibile poco più di un terzo. Circa quattrocento sono prodotti nei laboratori nazionali, che dipendono tuttavia dall’importazione di materie prime, componenti e materiali per il confezionamento. A giugno, Mayda Mauri Pérez, presidente dell’azienda farmaceutica statale BioCubaFarma, aveva dichiarato che circa trecento dei 395 medicinali che l’impresa avrebbe dovuto fornire non erano stati prodotti per la mancanza di materiali importati. Nella provincia di Ciego de Ávila, le autorità locali hanno riconosciuto una situazione ancora più grave, con le farmacie statali in grado di disporre soltanto di circa il dieci per cento dei medicinali previsti nell’elenco di base. Le difficoltà attraversano l’intera filiera: dalle sostanze necessarie alla produzione fino ai flaconi, alle confezioni e ai trasporti. Le restrizioni finanziarie statunitensi e gli ostacoli nei pagamenti internazionali, indicati dalle autorità cubane tra le cause della scarsità, si sommano alla carenza di valuta estera e alle difficoltà economiche interne. Negli ospedali, intanto, la mancanza di medicinali si accompagna a quella di materiali essenziali come garze, siringhe e anestetici, con conseguenze particolarmente gravi per i pazienti che necessitano di trattamenti complessi o continuativi.
La testimonianza di Sara Márquez, pensionata di 69 anni intervistata dall’Associated Press, restituisce a queste cifre il loro significato concreto. La donna assume medicinali per controllare la pressione arteriosa e racconta che una confezione un tempo acquistabile nelle farmacie statali per 0,30 pesos cubani può arrivare a costare mille pesos attraverso i venditori informali, una somma equivalente a oltre il trenta per cento della sua pensione mensile. Il problema, dunque, non è soltanto trovare un farmaco, ma poterselo permettere. La crisi economica ha ridotto il potere d’acquisto di molti cittadini, mentre la scarsità dei prodotti favorisce un mercato nel quale il prezzo di una terapia può diventare insostenibile per chi vive di pensione o di uno stipendio modesto. Nel 2026 il governo cubano ha autorizzato l’apertura di farmacie private, una trasformazione significativa per un settore storicamente dominato dalla distribuzione pubblica. Le autorità stanno esaminando circa 36 proposte e prevedono che le importazioni avvengano attraverso imprese statali autorizzate, con controlli sulla qualità e sulle condizioni di conservazione. L’ingresso di operatori privati potrebbe ampliare la disponibilità dei medicinali, ma resta aperta la questione dei prezzi: un farmaco presente sugli scaffali non è necessariamente un farmaco accessibile a chi ne ha bisogno.
Senza elettricità si fermano anche l’acqua e gli ospedali
La scarsità di medicinali si inserisce in una crisi più ampia, che coinvolge le infrastrutture e i servizi essenziali dell’isola. Il 10 ottobre, un guasto alla linea elettrica ad alta tensione Nuevitas–Las Tunas ha provocato la disconnessione di parte della rete nell’oriente di Cuba, lasciando senza corrente oltre tre milioni di persone. Secondo le informazioni dell’Unión Eléctrica riportate dall’agenzia EFE, il collegamento è stato ripristinato dopo circa quattro ore. L’episodio si aggiunge a una lunga serie di interruzioni che da tempo condiziona la vita sull’isola. Il sistema elettrico nazionale soffre di problemi strutturali: molte centrali termoelettriche risalgono agli anni Sessanta e Settanta, la manutenzione e gli investimenti sono stati insufficienti per decenni e diversi impianti registrano guasti frequenti. Alla fragilità delle infrastrutture si aggiunge la scarsità di carburante, indispensabile sia alla produzione di energia sia ai trasporti. Le conseguenze si estendono ben oltre le abitazioni: quando manca la corrente, si interrompono attività produttive, diventano più difficili la conservazione degli alimenti e la refrigerazione dei medicinali, si fermano le pompe che distribuiscono l’acqua e aumentano le difficoltà dei servizi sanitari. Per gli ospedali, dove il funzionamento delle apparecchiature e la disponibilità di materiali devono essere garantiti senza interruzioni, l’instabilità energetica rappresenta un ulteriore fattore di vulnerabilità.
Le Nazioni Unite hanno documentato le conseguenze umanitarie della crisi energetica. Nel briefing del 4 giugno 2026, l’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari ha riferito che la scarsità di energia, aggravata dalle restrizioni statunitensi e dagli effetti dei disastri naturali, stava compromettendo l’accesso all’acqua potabile, i servizi igienici, la produzione alimentare e l’assistenza sanitaria. A giugno, secondo i dati comunicati dall’ONU, oltre centomila interventi chirurgici erano stati rinviati per la carenza di medicinali e materiali sanitari. Nello stesso briefing, le Nazioni Unite segnalavano che decine di container contenenti alimenti e forniture mediche destinati agli aiuti umanitari erano rimasti bloccati nei porti per mancanza del carburante necessario a trasportarli. Le organizzazioni internazionali avevano predisposto un piano di assistenza rivolto fino a due milioni di persone, ma anche la distribuzione degli aiuti incontrava ostacoli logistici ed energetici. In queste condizioni, l’arrivo di medicinali o prodotti alimentari sull’isola non garantisce che possano raggiungere tempestivamente le comunità che ne hanno bisogno.
Le difficoltà materiali del sistema sanitario convivono con competenze professionali che continuano a consentire interventi complessi. Lo dimostra, attraverso una testimonianza personale, la recente esperienza di Alessandro Di Battista. L’ex parlamentare italiano, colpito da un edema cerebrale provocato da un tumore mentre si trovava all’Avana, è stato ricoverato e operato all’Hospital Clínico Quirúrgico Hermanos Ameijeiras.
Il 29 settembre, in un video pubblicato sul proprio profilo Instagram, ha raccontato le cure ricevute, attribuendo ai medici cubani il merito di avergli salvato la vita. Di Battista ha descritto la preparazione del personale sanitario e, contemporaneamente, le condizioni difficili nelle quali è costretto a lavorare: apparecchiature datate, problemi nell’approvvigionamento idrico e ambulanze ferme per mancanza di carburante. È il racconto di un paziente curato in un importante ospedale della capitale, non una fotografia rappresentativa di tutte le strutture del Paese. Offre però uno sguardo su una contraddizione documentata anche dalle organizzazioni internazionali: la presenza di personale qualificato in un sistema che fatica a garantire strumenti, forniture e servizi essenziali.
L’embargo statunitense e le responsabilità di una crisi che viene da lontano
L’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba risale ai primi anni Sessanta, ma nel 2026 la pressione americana sull’isola si è ulteriormente intensificata. L’amministrazione di Donald Trump ha adottato nuove restrizioni energetiche e finanziarie, accompagnate da iniziative dirette a limitare le forniture di carburante destinate alle imprese statali cubane. Le conseguenze di queste misure non si esauriscono nei rapporti diplomatici fra Washington e l’Avana. Il carburante è necessario al funzionamento delle centrali elettriche, ai trasporti, alla distribuzione delle merci e a numerosi servizi pubblici; una sua riduzione può quindi incidere anche sulla disponibilità di beni e prestazioni indispensabili alla popolazione. Il 7 ottobre, le autorità statunitensi hanno annunciato il sequestro di novanta spedizioni di biodiesel, per oltre seicentomila galloni e un valore vicino ai tre milioni di dollari, destinate a Enetec, un’impresa statale cubana sottoposta a sanzioni. Secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters, i carichi sono stati intercettati a Houston e a Port Everglades, in Florida, prima della partenza. Le autorità americane hanno presentato l’operazione come un intervento volto a impedire transazioni sospettate di violare le sanzioni statunitensi, mentre il governo cubano ha contestato le restrizioni e le loro conseguenze sull’approvvigionamento energetico dell’isola.
Washington considera le sanzioni uno strumento di pressione economica e politica sul governo cubano e sulle imprese statali. Le Nazioni Unite, dal canto loro, hanno richiamato l’attenzione sugli effetti della crisi energetica sui civili, chiedendo che venga facilitato l’arrivo del carburante necessario ai servizi umanitari. L’embargo prevede eccezioni per determinate forniture umanitarie e sanitarie, ma le difficoltà nei finanziamenti, nei pagamenti, nei trasporti e negli approvvigionamenti possono comunque ostacolare l’accesso a beni essenziali. Al tempo stesso, sarebbe incompleto attribuire l’intera crisi cubana alle decisioni dell’attuale amministrazione americana. L’isola affrontava già da anni una grave insufficienza di investimenti, il deterioramento delle infrastrutture, difficoltà produttive, squilibri economici e problemi di gestione interna. La pandemia, la contrazione del turismo, l’emigrazione e gli effetti dei disastri naturali hanno ulteriormente indebolito un sistema fragile. Le nuove restrizioni statunitensi sono intervenute su questa situazione preesistente, accentuando soprattutto le difficoltà energetiche e logistiche. La crisi attuale nasce dall’intreccio di problemi strutturali interni e pressioni esterne, le cui conseguenze ricadono su una popolazione che dispone di margini sempre più ridotti per affrontare le necessità quotidiane.
L’acqua che arriva nel cuore della notte
A rendere visibile questa emergenza è anche la storia di Yuamilka Hechavarria, raccontata dalla Reuters il 30 settembre. Nella Vecchia Avana, la donna si è svegliata nel cuore della notte sentendo finalmente scorrere l’acqua nella cisterna del palazzo in cui vive con il marito e il figlio di sette anni. Non accadeva da due mesi. Approfittando di quei pochi momenti, e muovendosi al buio durante un’interruzione di corrente, ha cercato di riempire un secchio prima che l’acqua smettesse nuovamente di arrivare. Nel frattempo, la famiglia aveva dovuto procurarsela acquistandola da venditori informali o recuperandola da tubature accessibili nel quartiere. Secondo i dati dell’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari riportati dalla Reuters, circa 3,5 milioni di persone a Cuba sono interessate da carenze idriche. L’Istituto nazionale cubano delle risorse idrauliche indica che quasi il novanta per cento delle infrastrutture idriche dell’Avana dipende da pompe alimentate elettricamente. È uno dei punti in cui la crisi energetica si traduce più direttamente in un problema sanitario: la disponibilità di acqua corrente condiziona l’igiene personale, la pulizia degli ambienti, la preparazione degli alimenti e la prevenzione delle infezioni.
La Reuters ha raccolto anche la testimonianza di un’infermiera che lavora in un ambulatorio privo di acqua corrente, dove persino lavarsi le mani tra un paziente e l’altro può diventare problematico. La mancanza d’acqua, unita alle difficoltà nella raccolta dei rifiuti e nella conservazione degli alimenti, contribuisce a creare condizioni favorevoli alla diffusione di malattie gastrointestinali e altre infezioni. Per le famiglie che vivono in abitazioni prive di riserve idriche, ogni interruzione delle forniture impone nuove spese e una continua ricerca di soluzioni alternative. Chi dispone di denaro, contatti all’estero o possibilità di spostamento può acquistare acqua, medicinali e altri beni attraverso circuiti privati o informali; per chi dipende da una pensione insufficiente, convive con una disabilità o necessita di assistenza quotidiana, queste possibilità sono molto più limitate. La carenza d’acqua diventa così anche una questione di disuguaglianza economica e sociale, perché la capacità di affrontarla dipende dalle risorse che ogni famiglia riesce a mobilitare.
La solidarietà e i limiti di una risposta dal basso
È in questo contesto che il lavoro di Laura Mendoza assume un significato che va oltre la distribuzione gratuita di medicinali. La sua iniziativa nasce da bisogni concreti e cerca di affrontarli con le risorse disponibili: una rete di contatti, donazioni raccolte da persone che possono contribuire, volontari disposti a organizzare le consegne. Ogni confezione ricevuta viene destinata a qualcuno che ne ha fatto richiesta; quando una persona non può raggiungere il punto di distribuzione, si cerca il modo di portarle il medicinale. Il progetto mostra come una comunità possa organizzarsi per sostenere chi si trova in difficoltà, ma rende visibili anche i limiti di questo tipo di risposta. Una rete volontaria dipende dalla continuità delle donazioni e dalla disponibilità dei singoli; non può programmare la produzione nazionale dei farmaci, assicurare tutte le terapie oncologiche o garantire il funzionamento degli ospedali. Le stesse persone che si impegnano per aiutare gli altri vivono all’interno di un Paese attraversato dalla scarsità di energia, acqua e beni essenziali.
Le storie individuali permettono di comprendere le conseguenze delle decisioni politiche, delle difficoltà economiche e del deterioramento delle infrastrutture. Una pensionata cerca un medicinale per la pressione, una famiglia aspetta il ritorno dell’acqua, un’infermiera lavora in un ambulatorio senza acqua corrente e una volontaria organizza una distribuzione gratuita di medicinali attraverso WhatsApp. Non sono situazioni identiche, ma condividono la stessa fragilità: la necessità di trovare soluzioni personali a problemi che riguardano servizi essenziali. Le reti solidali riescono a intervenire su singole necessità e, in alcuni casi, a evitare che una terapia venga interrotta, ma la loro stessa esistenza mostra quanto sia diventato difficile affidarsi a forniture e servizi regolari.
Nel quartiere Vedado dell’Avana, intanto, Laura Mendoza continua a scendere dal suo appartamento due volte alla settimana. Davanti a lei ci sono persone che aspettano un medicinale, spesso dopo averlo cercato altrove senza successo. Alcune hanno bisogno di una confezione per proseguire una terapia, altre di un farmaco che non possono acquistare. Mendoza controlla i nomi, verifica le richieste e distribuisce quello che la rete è riuscita a raccogliere. La sua farmacia non ha prezzi, ma la fila davanti alla porta racconta quanto sia diventato difficile, per molti cubani, esercitare il diritto alla salute.