Quando la violenza diventa un gioco: i ragazzi che si perdono e quelli che cercano una strada

Dall’aggressione a Davide Iacopini ai dati sulla violenza minorile: che cosa spinge alcuni ragazzi a ferire per gioco, e che cosa può aprire loro un’altra strada.

Aggiornato al 15 ottobre 2026

Un gruppo di adolescenti attraversa una strada romana. L’immagine accompagna una riflessione sulla violenza giovanile, sul bisogno di appartenenza e sulle responsabilità educative degli adulti. Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.

Una notte romana, sei aggressioni e una vita sospesa

Due ragazzi di sedici e diciassette anni, una minicar nera e le strade di Roma. Tra il 4 e il 5 ottobre 2026, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, alcune persone vengono aggredite mentre camminano o si spostano per la città. Non sembrano esserci un obiettivo economico, una vendetta o un conflitto precedente con le vittime. Le persone colpite sono sconosciuti incontrati lungo il percorso. Una di loro è Davide Iacopini, attore quarantaduenne, che finisce in ospedale con un gravissimo trauma cranico. Dieci giorni dopo, la sua vita è ancora sospesa tra le cure intensive e l’incertezza di una prognosi riservata.

Iacopini sta viaggiando su un monopattino elettrico quando viene avvicinato dalla minicar. Nelle prime ricostruzioni investigative si parla di un calcio sferrato dall’interno del veicolo; uno dei ragazzi, successivamente interrogato, avrebbe invece dichiarato di aver tolto una mano dal manubrio all’attore. La dinamica esatta resta oggetto di accertamento giudiziario, ma le conseguenze sono drammaticamente concrete. Iacopini perde il controllo del mezzo e cade violentemente, riportando lesioni craniche che rendono necessari due interventi neurochirurgici. Al 14 ottobre è ancora ricoverato nella terapia intensiva dell’ospedale San Camillo di Roma, dove i medici stanno procedendo alla graduale riduzione della sedazione.

Nato a Genova nel 1984 e formatosi alla Scuola del Teatro Stabile della sua città, Iacopini ha debuttato sul palcoscenico ne I demoni di Dostoevskij. Al cinema ha partecipato a Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari, Suburra di Stefano Sollima e Mia madre di Nanni Moretti. In televisione ha lavorato, tra le altre produzioni, in Non uccidere, Leonardo e Studio Battaglia. Dietro il nome improvvisamente diventato protagonista della cronaca c’è dunque una persona con una storia, una professione e una vita che l’aggressione ha interrotto. La famiglia, concentrata sull’evoluzione delle sue condizioni cliniche, ha chiesto riservatezza. È una richiesta che merita rispetto.

Le indagini permettono di individuare la minicar e di ricostruire una sequenza di sei aggressioni. Due adolescenti di sedici e diciassette anni vengono denunciati; tra le ipotesi di reato figura il tentato omicidio. Il fascicolo viene trasmesso alla giustizia minorile, alla quale spetta valutare le responsabilità individuali. Secondo quanto riferito dagli investigatori, i ragazzi avrebbero ammesso il coinvolgimento negli episodi. Nelle ricostruzioni emerge il riferimento al divertimento come spiegazione del loro comportamento. È un elemento che apre una domanda difficile da ignorare: come può la sofferenza di uno sconosciuto diventare una forma di divertimento?

La vicenda interroga anche il significato attribuito alla parola scherzo. Uno scherzo dovrebbe presupporre un limite, la possibilità di fermarsi e la consapevolezza che l’altra persona non debba subirne conseguenze gravi. Quando qualcuno viene colpito mentre si muove per strada, perde l’equilibrio e finisce in terapia intensiva, quel confine è stato attraversato. Le intenzioni attribuite agli indagati saranno valutate dalla magistratura, ma il danno provocato esiste indipendentemente dal modo in cui viene raccontato.

Non conosciamo abbastanza delle storie personali dei due adolescenti per stabilire che cosa li abbia portati ad agire. Attribuire tutto alla noia, all’educazione ricevuta o alla mancanza di interessi sarebbe una conclusione priva di elementi sufficienti. La vicenda romana permette però di affrontare una questione molto più ampia: che cosa sappiamo della violenza giovanile, quali condizioni possono favorirla e quali possibilità offriamo ai ragazzi per costruire un’identità che non passi attraverso la sopraffazione degli altri?

Una generazione più violenta? I numeri oltre la paura

La cronaca italiana restituisce frequentemente immagini di adolescenti coinvolti in aggressioni, risse, rapine, atti vandalici e intimidazioni. I racconti possono somigliarsi, ma le situazioni sono differenti. Ci sono violenze legate a conflitti tra gruppi, episodi di bullismo, aggressioni commesse per affermare una superiorità e comportamenti che sembrano nascere da provocazioni improvvise. Anche il vandalismo comprende realtà diverse, dalla distruzione deliberata di beni pubblici a gesti collettivi compiuti senza valutare le conseguenze. Riunire tutto sotto l’etichetta di una generazione fuori controllo può alimentare la paura, ma non aiuta a comprendere il fenomeno.

Il rapporto (Dis)armati, pubblicato da Save the Children il 12 marzo 2026, permette di osservare ciò che sta cambiando. Secondo i dati del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, i minorenni tra i quattordici e i diciassette anni denunciati o arrestati per rapina sono stati 3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014. Per lesioni personali si è passati da 1.921 a 4.653, un aumento di circa il 142%. Le segnalazioni per rissa sono cresciute da 433 a 1.021 nello stesso periodo, mentre quelle per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere sono passate da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024.

I numeri chiave

IndicatoreDatoFonte
Minorenni 14–17 anni denunciati o arrestati per rapina3.968 nel 2024Ministero dell’Interno / Save the Children
Minorenni 14–17 anni denunciati o arrestati per lesioni personali1.921 nel 2014; 4.653 nel 2024Ministero dell’Interno / Save the Children
Minorenni 14–17 anni denunciati o arrestati per rissa433 nel 2014; 1.021 nel 2024Ministero dell’Interno / Save the Children
Minorenni segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere778 nel 2019; 1.946 nel 2024Ministero dell’Interno / Save the Children
Ragazzi 11–19 anni che hanno subito almeno un comportamento offensivo o violento68,5% nel 2023Istat
Ragazzi 11–19 anni che hanno subito bullismo continuativo, più volte al mese21% nel 2023Istat
Adolescenti che temono violenza, molestie o bullismo fuori casa43%; 63% tra le ragazze, indagine 2025Demopolis–Con i Bambini

Nota metodologica: le statistiche provengono da rilevazioni differenti e non sono direttamente confrontabili. Le segnalazioni di minorenni denunciati o arrestati non equivalgono a condanne definitive né al numero complessivo dei reati commessi. I dati Istat e Demopolis riguardano esperienze e percezioni dichiarate dagli intervistati.

L’aumento di alcune tipologie di reato è reale e merita attenzione. Lo stesso rapporto Save the Children, tuttavia, ricorda che l’Italia continua a collocarsi tra i Paesi europei con livelli relativamente bassi di coinvolgimento dei minorenni nel sistema penale. È una distinzione essenziale: possiamo riconoscere un problema serio senza trasformarlo in una condanna generalizzata delle nuove generazioni. Anche l’andamento delle denunce deve essere letto considerando le modalità di rilevazione e l’attività delle autorità, perché i dati giudiziari non rappresentano automaticamente ogni comportamento violento che si verifica nella società.

Esiste poi una parte della violenza adolescenziale che non arriva nelle aule dei tribunali e rimane confinata nelle scuole, nei gruppi di amici o negli spazi digitali. L’Istat, attraverso un’indagine riferita al 2023, ha rilevato che il 68,5% degli undici-diciannovenni aveva subito almeno un comportamento offensivo, non rispettoso o violento, online oppure offline, nei dodici mesi precedenti. Il 21% aveva vissuto episodi ripetuti più volte al mese e l’8% più volte alla settimana. La distinzione conta: un singolo comportamento offensivo e una prevaricazione continuativa non descrivono la stessa esperienza, anche se entrambi possono provocare sofferenza.

La violenza, dunque, non è soltanto quella che vediamo nelle immagini di una telecamera di sorveglianza. È anche quella delle umiliazioni quotidiane, dell’esclusione sistematica e della paura di attraversare un quartiere. Nell’indagine Vivere da adolescenti in Italia, realizzata nel novembre 2025 dall’Istituto Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini, il 43% degli adolescenti intervistati dichiara di temere molestie, violenza o bullismo quando si trova fuori casa. La percentuale sale al 59% nei quartieri considerati difficili e al 63% tra le ragazze. È un dato che cambia la prospettiva: molti giovani non esercitano violenza, ma la subiscono o hanno paura di incontrarla.

Il bisogno di appartenere e il confine che si perde

L’adolescenza è una fase nella quale il rapporto con i coetanei acquista un’importanza particolare. L’identità personale si costruisce anche attraverso il riconoscimento degli altri, il desiderio di essere accettati e la ricerca di autonomia dagli adulti. In alcune situazioni, però, il gruppo può trasformarsi in uno spazio nel quale la trasgressione diventa una dimostrazione di coraggio e la capacità di imporsi viene confusa con la forza. Il timore di apparire deboli può spingere un ragazzo a seguire comportamenti che, da solo, avrebbe forse evitato.

Nel rapporto di Save the Children, le testimonianze raccolte tra giovani coinvolti in percorsi di giustizia minorile e operatori educativi descrivono il peso del rispetto e della reputazione. Alcuni adolescenti raccontano di sentirsi obbligati a reagire alle provocazioni per non perdere credibilità. Gli operatori osservano come, in determinati contesti, la violenza possa offrire una forma immediata di riconoscimento a chi fatica a trovare altri modi per sentirsi importante. Il gruppo può diventare così un luogo di appartenenza, ma anche uno spazio nel quale il giudizio degli altri prevale sulla capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni.

Anche la noia merita una riflessione. Annoiarsi è normale, talvolta persino necessario: il tempo non organizzato può favorire creatività, immaginazione e capacità di stare con se stessi. La situazione cambia quando al vuoto di attività si accompagna la mancanza di relazioni significative o di prospettive personali. Cercare stimoli sempre più intensi può diventare un modo per riempire il tempo e sentirsi parte di qualcosa. Ma milioni di adolescenti attraversano momenti di insoddisfazione senza mai pensare di fare del male a qualcuno. Il problema non è semplicemente avere del tempo libero, bensì ciò che un ragazzo ha imparato a farne e le possibilità che trova intorno a sé.

C’è poi il ruolo degli ambienti digitali, nei quali il bisogno di visibilità può assumere forme particolarmente intense. Video, commenti e approvazione dei coetanei possono contribuire, in alcune situazioni, a trasformare una provocazione in una performance destinata a essere osservata e giudicata. I social network non spiegano da soli la violenza giovanile, né esistono elementi verificati che consentano di attribuire loro un ruolo specifico nelle aggressioni romane. La questione riguarda piuttosto il modo in cui i ragazzi imparano a distinguere il riconoscimento dalla popolarità e il coraggio dall’aggressività.

La difficoltà di riconoscere le conseguenze delle proprie azioni è un altro tema fondamentale. Nell’adolescenza le capacità di valutazione del rischio e di regolazione delle emozioni continuano a svilupparsi, ma questo non cancella la responsabilità individuale. Un gesto compiuto in pochi secondi può produrre danni permanenti nella vita di un’altra persona. La vicenda di Davide Iacopini mostra proprio questa sproporzione: un comportamento descritto come uno scherzo ha provocato una caduta devastante, due interventi neurochirurgici e giorni di terapia intensiva. Il danno subito dalla vittima non può essere ridimensionato attraverso il linguaggio del divertimento.

I genitori, tra presenza, controllo e responsabilità

Quando un adolescente commette un atto violento, una delle prime domande riguarda la famiglia. Dove erano i genitori? Che cosa sapevano? Perché non hanno impedito che accadesse? Sono interrogativi comprensibili, ma rischiano di trasformarsi in accuse generiche se non vengono accompagnati da una riflessione più profonda sul significato della presenza educativa. Essere genitori non significa soltanto conoscere gli orari di rientro o controllare il rendimento scolastico. Significa costruire una relazione nella quale sia possibile parlare anche di rabbia, fallimenti, amicizie difficili e paure senza che ogni conversazione diventi un interrogatorio.

Nella vicenda romana è emerso un dettaglio significativo: sul telefono di uno dei minorenni sarebbe stata trovata un’applicazione utilizzata per monitorarne gli spostamenti. Non sappiamo come venisse utilizzata né quale fosse la qualità della relazione familiare. Il particolare permette però di interrogarsi su una distinzione importante per tutte le famiglie contemporanee: conoscere la posizione geografica di un figlio non significa necessariamente conoscere ciò che sta vivendo. La tecnologia può essere uno strumento utile di sicurezza, ma non sostituisce l’ascolto e la capacità di riconoscere ciò che cambia nel comportamento di un adolescente.

L’Organizzazione mondiale della sanità identifica tra i fattori associati al rischio di violenza giovanile la scarsa supervisione genitoriale, pratiche disciplinari eccessivamente rigide o incoerenti, un debole legame emotivo con gli adulti di riferimento e l’esposizione alla violenza domestica. Sono fattori di rischio individuati attraverso studi su popolazioni, non condizioni che determinano inevitabilmente il comportamento di una persona. Nessun singolo elemento permette di spiegare perché un determinato ragazzo abbia commesso un’aggressione. Anche una famiglia affettuosa e presente può trovarsi ad affrontare un comportamento gravissimo del proprio figlio.

La responsabilità educativa degli adulti resta comunque centrale. I ragazzi hanno bisogno di limiti comprensibili e di conseguenze proporzionate quando sbagliano. Hanno bisogno di essere ascoltati, ma anche di incontrare qualcuno disposto a dire di no. La difficoltà consiste nel trovare un equilibrio tra libertà e protezione, soprattutto in una società nella quale il tempo familiare è spesso condizionato da ritmi di lavoro, precarietà e pressioni economiche. La presenza educativa non coincide con una sorveglianza continua: richiede tempo, coerenza e la disponibilità a sostenere anche conversazioni difficili.

La testimonianza della madre di uno degli adolescenti romani rende concreta questa complessità. La donna ha raccontato di aver contribuito a convincere il figlio ad ammettere quanto accaduto, ha espresso il desiderio di chiedere scusa a Iacopini e alla sua famiglia e ha riconosciuto la necessità che il ragazzo affronti le conseguenze delle proprie azioni. Le sue parole non cancellano il danno provocato, ma mostrano quanto sia difficile per un genitore scoprire il coinvolgimento del proprio figlio in un gesto gravissimo e continuare, nello stesso tempo, a esercitare il proprio ruolo educativo.

Eppure sarebbe sbagliato descrivere gli adolescenti come ragazzi che non attribuiscono più importanza alla famiglia. L’indagine Demopolis–Con i Bambini del novembre 2025, realizzata ascoltando direttamente 1.060 adolescenti tra i quattordici e i diciassette anni, restituisce un quadro diverso: il 78% indica la famiglia tra gli aspetti più importanti della propria vita, il 72% attribuisce un ruolo centrale all’amicizia e il 62% considera fondamentali il benessere psicologico e l’amore. Non emerge una generazione che abbia smesso di credere nelle relazioni, ma una generazione che continua a cercarle e ad attribuire loro un valore profondo.

La scuola e tutto ciò che dovrebbe esserci dopo la campanella

La scuola rappresenta uno dei luoghi più importanti della vita adolescenziale. È lo spazio nel quale si trascorrono molte ore della giornata, si costruiscono amicizie, si incontrano differenze sociali e culturali, si sperimentano successi e fallimenti e si impara a convivere con persone che non si sono scelte. Ridurre il suo compito alla trasmissione di conoscenze significa ignorare una parte essenziale dell’esperienza educativa. Ma sarebbe altrettanto ingiusto pretendere che insegnanti e dirigenti scolastici risolvano da soli difficoltà che coinvolgono famiglie, servizi territoriali e condizioni economiche.

La prevenzione della violenza richiede competenze che non possono essere affidate soltanto a un progetto occasionale o a una conferenza organizzata dopo un episodio particolarmente grave. Imparare a gestire la rabbia, riconoscere il disagio altrui e affrontare un conflitto senza trasformarlo in uno scontro sono capacità che si sviluppano nel tempo. L’OMS indica tra gli interventi di prevenzione i programmi scolastici dedicati alle competenze sociali e alla gestione delle emozioni, insieme a percorsi di sostegno alla genitorialità e interventi mirati per i giovani maggiormente esposti al rischio.

Ma il problema non riguarda soltanto ciò che avviene durante le lezioni. Riguarda anche quello che accade quando la scuola finisce. In molte famiglie le attività extrascolastiche dipendono dalle possibilità economiche, dagli orari di lavoro dei genitori, dai trasporti e dalla presenza di strutture accessibili nel quartiere. Per alcuni adolescenti scegliere tra teatro, musica, sport e laboratori creativi è una possibilità concreta; per altri queste esperienze restano lontane, troppo costose o semplicemente inesistenti nelle vicinanze.

L’indagine Vivere da adolescenti in Italia offre numeri particolarmente significativi. Il 72% dei ragazzi tra i quattordici e i diciassette anni intervistati non svolge attività o laboratori musicali, artistici o teatrali, mentre il 35% non pratica alcuna attività sportiva. Tra le ragazze la quota di chi non fa sport arriva al 48%. Nelle zone considerate più difficili, le opportunità percepite di partecipare ad attività ludiche, culturali e sportive risultano sensibilmente inferiori rispetto agli altri quartieri. Quando viene chiesto agli adolescenti che cosa desidererebbero migliorare nel luogo in cui vivono, il 44% indica la necessità di spazi per incontrare amici o fare nuove conoscenze, il 43% chiede maggiore pulizia e il 40% più sicurezza.

Questi numeri raccontano una disuguaglianza che riguarda molto più del tempo libero. Un laboratorio teatrale può insegnare a mettersi nei panni di un’altra persona, una squadra sportiva può offrire l’esperienza delle regole condivise, un corso di musica può sviluppare disciplina e capacità di ascolto. Un progetto di volontariato può aiutare a scoprire il valore del proprio contributo alla comunità. Sono esperienze differenti, accomunate dalla possibilità di incontrare adulti significativi e di scoprire capacità che la sola vita scolastica potrebbe non far emergere.

Il vuoto di cui si parla quando si descrivono adolescenti senza interessi non è necessariamente un vuoto interiore. Talvolta è un vuoto di opportunità, di luoghi accessibili, di persone disponibili a riconoscere un talento ancora inesplorato. È proprio qui che le storie di alcuni giovani permettono di spostare lo sguardo: non più soltanto su ciò che può portare un ragazzo a perdersi, ma su ciò che può aiutarlo a trovare una direzione.

Le passioni che aprono possibilità: le storie di Hiba, Matteo e Federica

Esiste un altro modo di raccontare i giovani, lontano tanto dalla cronaca delle aggressioni quanto dalla retorica dei ragazzi eccezionali. È quello delle opportunità incontrate nel momento giusto, delle persone capaci di riconoscere un talento e delle passioni che diventano strumenti per conoscersi meglio. Non sono necessariamente storie di successo straordinario: spesso riguardano la possibilità, apparentemente semplice, di frequentare un corso, entrare in una squadra, imparare a suonare uno strumento o trovare un luogo nel quale sentirsi accolti.

Hibatallah Najid, conosciuta come Hiba, è arrivata in Italia dal Marocco quando aveva nove anni. Crescendo a Milano, ha frequentato il Punto Luce Giambellino di Save the Children, un centro educativo nel quale ha trovato un ambiente di accoglienza e ha scoperto la propria passione per il calcio. Oggi studia Scienze Politiche all’Università Cattolica, gioca a calcio, allena bambini e sostiene altre ragazze nel loro percorso di crescita. Nel febbraio 2026 ha partecipato al viaggio della Fiamma Olimpica di Milano-Cortina come tedofora per la pace. La sua storia, raccontata direttamente da Save the Children, mostra come un’esperienza educativa possa diventare molto più di un’attività pomeridiana: un luogo nel quale costruire relazioni, acquisire fiducia e immaginare possibilità prima considerate lontane.

A Palermo, nel quartiere Zisa Danisinni, un ragazzo chiamato Matteo — nome utilizzato dall’organizzazione per proteggerne l’identità — ha potuto frequentare il liceo musicale e acquistare un clarinetto grazie a una dote educativa di Save the Children. Non si tratta soltanto del costo di uno strumento: per un adolescente che desidera studiare musica, poter disporre dei materiali necessari significa avere accesso concreto a un percorso formativo. A Brindisi, Federica, anche questo un nome protetto, ha potuto partecipare a corsi di nuoto e pallavolo. L’educatrice che l’ha accompagnata ha riferito miglioramenti nelle relazioni con gli altri, nell’organizzazione del tempo, nell’autostima e nei risultati scolastici. Sono testimonianze raccolte dall’organizzazione, che raccontano il valore di opportunità altrimenti difficili da raggiungere.

Le doti educative nascono proprio per sostenere bambini e adolescenti che vivono condizioni di svantaggio economico e rischiano di non poter accedere ad attività importanti per la loro crescita. Nel programma descritto da Save the Children, 2.512 doti erano state assegnate al momento della pubblicazione dei dati, di cui 1.651 dedicate allo sviluppo di talenti e aspirazioni. Le attività finanziate comprendono sport, musica, fotografia, informatica, corsi di lingua, teatro e percorsi professionalizzanti. È un esempio di come la lotta alla povertà educativa possa tradursi in strumenti concreti, capaci di rispondere non soltanto ai bisogni scolastici, ma anche ai desideri e alle inclinazioni personali.

Dopo un reato, esiste ancora una strada?

Una riflessione seria sulla violenza minorile non può fermarsi alla prevenzione. Deve interrogarsi anche su ciò che accade quando un adolescente ha già commesso un reato. La risposta giudiziaria è necessaria, soprattutto quando esistono vittime che hanno subito danni gravi e hanno diritto alla tutela, alla giustizia e al riconoscimento della propria sofferenza. Ma la giustizia minorile ha anche una funzione educativa, perché riguarda persone la cui personalità è ancora in formazione e per le quali il futuro non dovrebbe essere definito interamente dall’errore commesso.

Un esempio concreto arriva dal programma Cambio rotta, promosso dall’impresa sociale Con i Bambini in collaborazione con il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità. Nell’aprile 2026 sono stati presentati i risultati e gli orientamenti elaborati attraverso diciassette progetti che hanno coinvolto oltre tremila minorenni e giovani adulti, con un investimento di 14,5 milioni di euro e la partecipazione di 370 enti del Terzo settore. Le esperienze comprendono teatro, musica, scrittura, arte, attività agricole, percorsi nella natura, rigenerazione urbana e interventi dedicati alle famiglie. I dati descrivono la portata dei progetti e documentano un modello di intervento che cerca di affiancare alla responsabilizzazione la costruzione di nuove possibilità.

Chiedere a un ragazzo di assumersi la responsabilità delle proprie azioni non significa rinunciare a offrirgli strumenti per cambiare. La punizione, da sola, può interrompere un comportamento, ma non necessariamente modifica le condizioni personali e relazionali che lo hanno favorito. Un percorso educativo efficace deve aiutare a comprendere il danno provocato, sviluppare capacità di gestione dei conflitti, ricostruire relazioni e individuare obiettivi realistici. Deve coinvolgere, quando possibile, la famiglia e i servizi del territorio, senza dimenticare che le vittime non possono essere utilizzate come strumenti del recupero altrui.

Il programma Cambio rotta evidenzia anche le difficoltà di coinvolgere stabilmente alcune famiglie, soprattutto quando convivono problemi economici, fragilità relazionali e sfiducia nei confronti dei servizi. È un aspetto che riporta al centro la responsabilità collettiva: non basta chiedere ai genitori di essere presenti se non esistono strumenti per aiutarli a svolgere il proprio ruolo, così come non basta chiedere alla scuola di intercettare ogni disagio senza garantirle personale, tempo e collegamenti con i servizi educativi e sociali.

La responsabilità di non voltarsi dall’altra parte

C’è un altro dato che merita di accompagnare la riflessione conclusiva. Nell’indagine Demopolis del 2025 soltanto il 35% degli adolescenti intervistati dichiarava di guardare con ottimismo al proprio futuro in Italia. Non è un indicatore di propensione alla violenza, ma racconta il rapporto difficile tra una parte delle nuove generazioni e la società nella quale stanno crescendo. Un ragazzo può avere una famiglia presente, frequentare la scuola e coltivare amicizie, e tuttavia faticare a immaginare il proprio posto nel mondo. La fiducia nel futuro non si costruisce soltanto chiedendo ai giovani di impegnarsi: richiede che esistano possibilità concrete verso le quali indirizzare quell’impegno.

Torniamo allora alla notte di Roma, alla minicar nera e a Davide Iacopini, che al 14 ottobre era ancora ricoverato in terapia intensiva. Due adolescenti sono chiamati a rispondere di aggressioni che, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbero considerato una forma di divertimento. Dall’altra parte c’è un uomo gravemente ferito, una famiglia in attesa e una vita che potrebbe non tornare quella di prima. È una distanza enorme, quella tra la leggerezza con cui un gesto può essere compiuto e il peso delle sue conseguenze. Nessuna analisi delle fragilità giovanili può ridurre quella distanza o cancellare la responsabilità di chi ha agito.

Eppure è proprio davanti a una vicenda così grave che dobbiamo avere il coraggio di porci domande più difficili della semplice richiesta di punizione. Che cosa permette a un ragazzo di riconoscere il dolore degli altri prima di provocarlo? Quali adulti possono aiutarlo a comprendere il limite tra una provocazione e la violenza? Quali luoghi gli offriamo per scoprire una passione, costruire amicizie e sentirsi importante senza dover dimostrare la propria forza contro qualcuno? Le storie di Hiba, Matteo e Federica non sono l’opposto morale di quelle dei due adolescenti romani. Mostrano, piuttosto, che le possibilità di crescita esistono e che devono essere rese accessibili, coltivate e sostenute.

Non possiamo sapere se una squadra sportiva, un laboratorio teatrale o un incontro educativo avrebbero cambiato il comportamento dei due ragazzi coinvolti nelle aggressioni. Possiamo però decidere di non aspettare il prossimo episodio di violenza per occuparci del mondo nel quale crescono gli adolescenti. Possiamo pretendere scuole capaci di ascoltare, servizi educativi presenti nei quartieri e spazi culturali accessibili. Possiamo sostenere concretamente le famiglie e chiedere ai giovani di assumersi le proprie responsabilità, senza rinunciare a considerarli persone ancora capaci di cambiare.

Il punto non è scegliere tra comprendere chi ha aggredito e stare dalla parte di chi è stato ferito. La tutela delle vittime e la prevenzione della violenza devono procedere insieme. Davide Iacopini ha diritto alla giustizia e alla possibilità di tornare alla propria vita. I ragazzi coinvolti hanno il dovere di rispondere delle proprie azioni, nel rispetto delle garanzie previste dalla giustizia minorile, e il diritto a un percorso che non rinunci alla loro educazione. Tutti gli altri adolescenti hanno diritto a non essere giudicati attraverso gli errori di pochi.

La domanda che resta, quando le notizie di cronaca smettono di occupare le prime pagine, riguarda ciascuno di noi: vogliamo essere una società che si accorge dei ragazzi soltanto quando fanno del male, oppure una società capace di offrire loro una strada prima che qualcuno si perda?

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