Milano, la rivolta dei giovanissimi: punire non basta, bisogna capire che cosa sta succedendo
Dagli scontri del 17 e 18 ottobre, con centinaia di minorenni coinvolti, alla realtà degli adolescenti italiani. Le parole dei ragazzi, la scuola, le disuguaglianze, i social network e le prospettive di futuro: che cosa può alimentare la violenza e quali risposte stanno dando le istituzioni?

Milano, sabato 17 ottobre. Una manifestazione contro il carovita, l’aumento dei carburanti e la pressione fiscale si trasforma in una giornata di scontri con le forze dell’ordine, lanci di oggetti, vetrine infrante e negozi saccheggiati. Nel centro della città, tra piazza Duomo, Cordusio e le strade circostanti, gruppi di giovani con il volto coperto affrontano gli agenti, mentre migliaia di persone scese in piazza per manifestare si ritrovano in una situazione completamente diversa da quella prevista. Nello stesso pomeriggio si verificano episodi di violenza anche a Bologna, Torino, Bergamo e Brescia, mentre la domenica Milano torna a essere teatro di saccheggi e aggressioni, con altri gruppi di giovanissimi richiamati anche dagli appuntamenti e dalle immagini circolate sui social network.
A colpire non sono soltanto la gravità delle violenze, i danni provocati e il numero degli agenti feriti, ma soprattutto l’età di molti dei protagonisti. Delle 271 persone accompagnate in questura domenica 18 ottobre, 220 erano minorenni, secondo il bilancio delle autorità riportato da ANSA. Le testimonianze raccolte nelle strade del centro parlano anche di ragazzi di dodici e tredici anni, alcuni arrivati dopo aver seguito sui social ciò che stava accadendo. La vicenda pone quindi una questione che va oltre l’ordine pubblico: come è possibile che adolescenti così giovani si ritrovino a partecipare a una violenza collettiva, apparentemente senza misurare il rischio di ferire qualcuno, essere feriti o compromettere il proprio futuro?
La violenza deve essere condannata e le responsabilità individuali accertate, senza confondere chi ha partecipato pacificamente alle manifestazioni con chi ha aggredito, distrutto o saccheggiato. Ma la condanna non offre automaticamente una spiegazione, e l’arresto di un responsabile non basta necessariamente a impedire che altri ragazzi compiano gli stessi gesti. Comprendere non significa giustificare: significa cercare le condizioni che possono favorire determinati comportamenti e capire quali strumenti siano necessari per prevenirli. È questo il punto dal quale partire per raccontare non soltanto ciò che è successo a Milano, ma anche la realtà nella quale crescono oggi gli adolescenti italiani.
Due giorni di violenza: il bilancio degli scontri
Sabato 17 ottobre la manifestazione promossa attraverso i social dal movimento Italia in Piazza raccoglie circa cinquemila partecipanti a Milano, mentre altre mobilitazioni si svolgono a Torino, Bologna, Bergamo e Brescia. Le rivendicazioni riguardano principalmente il costo della vita, il caro carburanti e la pressione fiscale, ma nel corso del pomeriggio gruppi di partecipanti cominciano a lanciare oggetti contro le forze dell’ordine e a danneggiare attività commerciali e arredi urbani. A Bologna, dove la mobilitazione locale è stata convocata anche dalla sigla Carrelli vuoti, con la presenza di realtà come Cua, Crash e Plat, i disordini coinvolgono il centro e la zona della stazione. A Milano gli scontri si concentrano nelle strade attorno al Duomo, costringendo gli agenti a intervenire con dispositivi antisommossa, lacrimogeni e idranti.
Il bilancio nazionale del sabato è di 28 persone arrestate, tra cui 12 minorenni, 43 denunciate e 197 identificate e accompagnate negli uffici di polizia. Sono 141 gli operatori delle forze dell’ordine feriti o contusi nelle diverse città; a Bologna, secondo il bilancio diffuso dalla Questura, sono 75 i feriti tra polizia e carabinieri. Le prime stime dei danni economici indicano conseguenze rilevanti per le attività commerciali coinvolte, con oltre 500mila euro stimati a Milano da Confcommercio, considerando anche le perdite dovute alle chiusure anticipate. Si tratta di valutazioni provvisorie, che non possono ancora essere considerate un bilancio definitivo.
Domenica 18 ottobre la violenza torna nel centro di Milano con una dinamica in parte diversa. Gruppi di giovanissimi si spostano tra piazza Duomo, via Torino, Cordusio e le strade circostanti, assaltando negozi, danneggiando vetrine e saccheggiando anche un supermercato. La polizia interviene ripetutamente per contenere gruppi che si disperdono e si ricompongono in luoghi diversi, mentre le immagini delle devastazioni continuano a circolare online. Il bilancio della seconda giornata è di 32 arrestati, tra cui 23 minorenni, e 28 denunciati, anche in questo caso con 23 minorenni. Sono 14 gli operatori delle forze dell’ordine feriti, dieci appartenenti alla Polizia di Stato e quattro alla Polizia locale.
Per 174 delle persone accompagnate in questura è stato disposto, secondo le fonti di polizia, il trattenimento nell’ambito del fermo di prevenzione. Il dato solleva una questione giuridica che richiede chiarimenti, perché tra le proposte discusse dal governo figura anche un intervento sulla disciplina dei provvedimenti preventivi riguardanti i minorenni. Le comunicazioni consultate non offrono una ripartizione per età dei 174 trattenuti, e sarà quindi importante conoscere il fondamento normativo e le modalità applicative. Arresti, denunce, accompagnamenti e trattenimenti indicano procedure differenti e non devono essere sommati come se riguardassero necessariamente persone diverse.
La Procura di Milano ha avanzato richieste di convalida dell’arresto e di custodia cautelare per undici maggiorenni arrestati nell’arco delle due giornate, con contestazioni che comprendono, a vario titolo, devastazione e saccheggio e resistenza pluriaggravata. Si tratta di reati particolarmente gravi, che prevedono conseguenze penali rilevanti, ma le responsabilità dovranno essere valutate individualmente dai giudici competenti. Anche in una situazione caratterizzata da violenze così estese, la distinzione tra arresto, accusa e condanna definitiva resta essenziale. Il diritto a manifestare pacificamente appartiene a tutti, adolescenti compresi, e non può essere confuso con i comportamenti di chi sceglie di aggredire o distruggere.
Le parole dei ragazzi: tra protesta, imitazione e attrazione per il saccheggio
Le testimonianze raccolte da Carmine R. Guarino nel reportage pubblicato il 19 ottobre per La Repubblica permettono di ascoltare direttamente alcune delle voci dei giovanissimi presenti nel centro di Milano. Sono dichiarazioni che restituiscono motivazioni differenti, dalla protesta all’imitazione, fino all’attrazione per il saccheggio, senza rappresentare necessariamente tutte le persone coinvolte. In un servizio video pubblicato dalla stessa testata, un giovane ascoltato davanti alla questura sostiene di aver partecipato al corteo del sabato ma non alle violenze della domenica. Il ragazzo prende le distanze dagli episodi successivi, descrivendoli soprattutto come un’occasione per rubare e approfittare della confusione.
Una seconda testimonianza, raccolta in via Dante durante gli scontri, restituisce un atteggiamento molto diverso. Un minorenne, interrogato sul proprio comportamento, si domanda:
«Se spaccano tutti, chi sono io per non farlo?».
Sono poche parole, ma mostrano quanto l’azione del gruppo possa diventare un riferimento per le scelte individuali. Il ragazzo sembra descrivere la partecipazione alla violenza come una conseguenza di ciò che stanno facendo gli altri, quasi che il comportamento collettivo rendesse meno importante la propria decisione. Non conosciamo la sua storia e non possiamo attribuirgli motivazioni che non ha espresso, ma la frase offre una possibile chiave di lettura delle dinamiche di imitazione tra adolescenti. Quando il gruppo diventa il principale punto di riferimento, il rischio è che la responsabilità individuale venga percepita come meno rilevante.
Nelle stesse ore, un altro giovanissimo, arrivato da Monza, spiega di aver raggiunto il centro perché non sopporta la propria scuola. Un ragazzo con il volto coperto, invece, descrive il proprio comportamento con una frase ben diversa:
«C’è la situa, io vado e spacco».
Quando gli viene chiesto il perché, risponde:
«È roba gratis, fra’».
In questo caso non emerge una rivendicazione politica strutturata, ma l’attrazione per una situazione nella quale sembra possibile impossessarsi di oggetti e partecipare alla confusione. È significativo che nella stessa piazza possano convivere ragazzi che parlano di scuola, altri che esprimono un dissenso politico e altri ancora che sembrano interessati soprattutto al saccheggio. Non tutti cercavano la stessa cosa, e non tutti attribuivano lo stesso significato alla propria presenza.
Le cronache descrivono anche la presenza di ragazzi di dodici e tredici anni, alcuni dei quali raggiungono il centro dopo aver visto su TikTok le immagini delle violenze. Nel reportage emerge quanto la circolazione dei video possa richiamare adolescenti che inizialmente si trovavano altrove, trasformando una manifestazione in un evento seguito a distanza e capace di attirare nuovi partecipanti mentre è ancora in corso. La comunicazione digitale, in questi casi, non si limita a raccontare ciò che accade, ma può contribuire a modificare rapidamente la composizione della piazza. La possibilità di passare in poco tempo dallo schermo alla strada è uno degli aspetti più significativi delle nuove forme di aggregazione giovanile.
Queste testimonianze raccontano comportamenti e aspettative differenti: il distacco da una protesta degenerata, l’imitazione del gruppo, l’opportunismo, il rapporto difficile con la scuola e l’attrazione per un evento seguito online. Sono frammenti, non un’indagine sociologica sull’intera popolazione coinvolta, ma hanno un valore che nessuna descrizione generale può sostituire. Permettono di ascoltare almeno alcune delle parole con le quali i ragazzi stessi cercano di spiegare la propria presenza e le proprie azioni. È da queste differenze, e non da una categoria indistinta di adolescenti violenti, che dovrebbe cominciare un confronto serio.
Milano non è un caso isolato: i precedenti di Modena e Vicenza
Gli episodi del 17 e 18 ottobre non sono gli unici casi recenti di aggregazioni improvvise di adolescenti attraverso i social network. Il 22 settembre, a Modena, un gruppo di giovanissimi è entrato in massa in un supermercato, sottraendo prodotti dagli scaffali, mentre alcune persone riprendevano la scena con il telefono. Le immagini sono successivamente circolate online, suscitando preoccupazione per la dinamica collettiva e per l’età dei partecipanti. L’episodio presenta elementi simili ai saccheggi milanesi, pur senza dimostrare l’esistenza di collegamenti organizzativi tra i responsabili.
Il 3 ottobre un altro episodio si è verificato a Vicenza, con caratteristiche differenti. Un appuntamento promosso sui social da Hamza Messaf, il creatore di contenuti conosciuto come Ilvucumpra, attraverso una sfida denominata Aura Battle e la promessa di distribuire capi di abbigliamento, ha richiamato centinaia di adolescenti nell’area di Campo Marzo e della stazione. Il raduno è degenerato in momenti di confusione e danneggiamenti, mentre le forze dell’ordine sono intervenute per gestire la situazione. La Prefettura di Vicenza ha successivamente esaminato l’episodio in una riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.
Il 15 ottobre la Questura di Vicenza ha comunicato l’identificazione di uno studente minorenne in relazione al danneggiamento del vetro laterale del furgone dell’influencer. Secondo gli accertamenti, la delusione per la mancata distribuzione dei capi promessi online avrebbe contribuito alle tensioni registrate durante l’evento. Il Comune di Vicenza aveva già annunciato il 5 ottobre di aver dato mandato alla propria avvocatura di procedere nei confronti dell’organizzatore per il danno all’immagine della città. La vicenda ha sollevato interrogativi sulla responsabilità di chi promuove eventi capaci di attirare rapidamente centinaia di giovanissimi, ma anche sulle condizioni nelle quali questi raduni vengono organizzati e gestiti.
Modena, Vicenza e Milano non sono episodi identici, né esistono prove che siano stati organizzati dagli stessi soggetti. Il primo riguarda un saccheggio collettivo, il secondo una convocazione promossa da un creatore di contenuti e il terzo proteste politiche attraversate da gruppi violenti e successive aggregazioni. Hanno tuttavia alcuni elementi in comune: la partecipazione di adolescenti, la circolazione di video e messaggi, la rapidità della mobilitazione e, in alcune circostanze, l’attrazione per oggetti o comportamenti che acquistano un significato collettivo. È questa convergenza, più che l’idea di una regia comune, a rendere necessario uno studio approfondito del rapporto tra giovani, social network e dinamiche di gruppo.
Il Movimento 17 Ottobre: dalla protesta alla mobilitazione permanente
La manifestazione originaria del sabato era stata promossa da Italia in Piazza, mentre a Bologna avevano partecipato anche organizzazioni studentesche e realtà antagoniste nell’ambito della mobilitazione Carrelli vuoti. Nei giorni precedenti erano circolati appelli su Instagram, TikTok e Telegram contro il costo della vita e alcune politiche economiche, con richiami anche alle recenti manifestazioni francesi. Durante gli scontri, però, la protesta ha assunto caratteristiche differenti, con l’arrivo di gruppi non necessariamente interessati alle rivendicazioni iniziali. È una trasformazione che mostra quanto rapidamente un evento possa cambiare natura quando la partecipazione cresce attraverso reti informali e comunicazioni digitali.
Il 19 ottobre una sigla che si presenta come Movimento 17 Ottobre ha annunciato una mobilitazione permanente ogni sabato, con l’obiettivo dichiarato di proseguire fino alla caduta del governo. In un messaggio pubblicato su Instagram e riportato da ANSA, i gestori della pagina scrivono:
«I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo».
È una dichiarazione che attribuisce alla mobilitazione un significato politico apertamente antigovernativo, molto diverso dalla semplice partecipazione occasionale a un saccheggio. La presenza di uno slogan comune, tuttavia, non permette di stabilire che tutti i ragazzi coinvolti condividano la stessa visione, né chiarisce quali rapporti esistano tra il nuovo gruppo, gli organizzatori originari e i singoli autori delle violenze. La comparsa di nuove convocazioni suggerisce un tentativo di consolidare un’identità collettiva dopo gli scontri. Per capire il suo reale seguito, sarà necessario osservare chi parteciperà agli appuntamenti successivi e quali rivendicazioni verranno effettivamente espresse.
Il riferimento francese e le differenze con le proteste del passato
L’influenza delle proteste francesi emerge nelle immagini, negli slogan e nelle modalità di convocazione di alcuni gruppi italiani. A Bologna, secondo le ricostruzioni delle autorità riportate dalle agenzie di stampa, gruppi Telegram creati per la mobilitazione avrebbero richiamato ragazzi anche da altre città, con riferimenti all’emulazione delle manifestazioni francesi. È un elemento che indica la circolazione di modelli e comportamenti oltre i confini nazionali, ma non equivale alla prova di un coordinamento internazionale. Le condizioni sociali delle periferie francesi, la storia dei rapporti con la polizia e le caratteristiche delle mobilitazioni locali richiedono infatti un’analisi distinta da quella italiana.
Il confronto può essere esteso anche alle grandi stagioni di protesta giovanile del passato. Nel 1968 e nel 1977 gli studenti e i movimenti politici contestavano istituzioni e modelli sociali differenti, attraverso organizzazioni, linguaggi e rivendicazioni legati ai rispettivi contesti storici. Oggi, invece, una convocazione digitale può riunire rapidamente persone che non condividono necessariamente un programma o una struttura politica. Le modalità di partecipazione sono cambiate, anche se il bisogno di esprimere dissenso e di trovare riconoscimento collettivo non appartiene esclusivamente alle nuove generazioni.
Questa trasformazione pone una difficoltà anche alle istituzioni. Dialogare con una rappresentanza studentesca riconoscibile è diverso dal confrontarsi con gruppi che nascono attraverso chat, profili social e relazioni informali. Non significa che ogni mobilitazione digitale sia priva di contenuti o destinata a degenerare, come dimostrano le numerose iniziative pacifiche promosse online. Significa che i luoghi e gli strumenti della partecipazione giovanile stanno cambiando, e la società deve imparare a conoscerli senza ridurli automaticamente a una minaccia.
Italiani, con storie familiari differenti: perché continuare a dividerli?
Tra i giovani presenti nelle piazze ci sono ragazzi nati o cresciuti in Italia da genitori immigrati e altri provenienti da famiglie italiane da generazioni. Secondo il bilancio della domenica, 60 delle 271 persone accompagnate in questura avevano cittadinanza straniera, ma questo dato non descrive la composizione complessiva dei partecipanti e non permette di ricostruire le responsabilità individuali. L’espressione «italiani di seconda generazione», utilizzata frequentemente nelle cronache, può avere un significato sociologico, ma rischia di diventare fuorviante quando viene impiegata per attribuire caratteristiche collettive o spiegare comportamenti violenti. La provenienza dei genitori non determina le scelte di un adolescente, né costituisce una spiegazione della violenza.
Il tema è entrato direttamente nel confronto politico quando Matteo Salvini ha collegato gli scontri alla proposta dello ius scholae, sostenendo che dopo quanto accaduto non si dovrebbe più parlarne. Il collegamento merita di essere esaminato perché la cittadinanza e la responsabilità penale riguardano ambiti differenti. Lo ius scholae affronta le condizioni attraverso le quali ragazzi cresciuti nel sistema scolastico italiano potrebbero ottenere la cittadinanza, mentre un eventuale reato deve essere valutato sulla base del comportamento individuale. Confondere queste due questioni significa rischiare di trasformare la storia familiare in un elemento di giudizio, anziché concentrarsi sui fatti.
Per molti adolescenti nati e cresciuti in Italia, la scuola, la lingua, gli amici e le esperienze quotidiane sono già elementi fondamentali di appartenenza alla società. Alcuni possiedono la cittadinanza italiana e altri ancora no, ma condividono interessi, difficoltà e aspirazioni con coetanei che hanno origini familiari differenti. È legittimo interrogarsi sulle possibili conseguenze sociali dell’esclusione, della discriminazione o della mancanza di riconoscimento, senza attribuire automaticamente questi vissuti ai ragazzi coinvolti negli scontri. La domanda da porsi è quali opportunità di crescita, partecipazione e appartenenza vengano offerte a tutti gli adolescenti che vivono nel nostro Paese.
Oltre un milione di minorenni in povertà: la realtà economica italiana
Secondo i dati Istat relativi al 2025, pubblicati il 15 ottobre 2026, oltre 1 milione e 136mila minorenni vive in condizioni di povertà assoluta, pari al 12,5% dei residenti della stessa fascia d’età. Tra i giovani di 18-34 anni l’incidenza è del 12,1%, mentre persistono importanti differenze territoriali: nel Mezzogiorno la povertà assoluta coinvolge il 15,2% dei minori, contro il 10,7% del Centro. Sono numeri che documentano una fragilità economica diffusa, ma che non consentono di stabilire le condizioni familiari dei ragazzi coinvolti negli scontri. La povertà, inoltre, non deve essere confusa con una predisposizione alla violenza.
I dati mostrano anche alcuni miglioramenti. Nella fascia tra i sette e i tredici anni, l’incidenza della povertà assoluta è diminuita dal 14,9% del 2024 al 12,1% del 2025, pur rimanendo significativa. È un andamento che merita di essere riconosciuto, ma che non cancella la situazione di oltre un milione di bambini e adolescenti privati di risorse economiche essenziali. La difficoltà economica può incidere sull’accesso allo sport, alla musica, alle attività culturali e alle occasioni di socialità, ampliando le differenze tra coetanei.
La questione delle opportunità riguarda anche chi non vive in povertà assoluta. Una famiglia può non rientrare nelle statistiche della povertà e incontrare comunque difficoltà nel sostenere i costi di attività extrascolastiche, trasporti e iniziative culturali. Allo stesso tempo, adolescenti provenienti da famiglie economicamente stabili possono attraversare situazioni di isolamento, disagio relazionale o mancanza di motivazione. Per comprendere il mondo giovanile occorre quindi guardare insieme alle condizioni materiali, alle relazioni e alle possibilità concrete di partecipazione, senza cercare una causa universale dei comportamenti individuali.
La scuola italiana: meno abbandoni, ma apprendimenti ancora fragili
Il Rapporto INVALSI 2026 restituisce un sistema scolastico nel quale convivono progressi importanti e difficoltà persistenti. L’abbandono scolastico precoce è sceso all’8,2% nel 2025, mentre la dispersione implicita, cioè la quota di studenti che conclude il percorso senza aver acquisito competenze fondamentali adeguate, è diminuita dall’8,7% del 2025 al 6,3% del 2026. Sono risultati significativi, che indicano una maggiore capacità del sistema di mantenere gli studenti nei percorsi educativi e di contrastare alcune forme di fragilità. Ma il miglioramento di questi indicatori non coincide con un progresso uniforme negli apprendimenti.
Nella scuola primaria, la quota di alunni di quinta che raggiunge almeno il livello base in italiano passa dal 75% del 2025 al 73% del 2026, mentre in matematica diminuisce dal 66% al 63%. In terza media, fascia d’età particolarmente vicina a quella di molti ragazzi presenti nelle piazze, gli studenti con risultati almeno adeguati in italiano scendono dal 59% al 57%, mentre in matematica passano dal 56% al 55%. All’ultimo anno delle superiori si registra invece un miglioramento: dal 52% al 54% in italiano e dal 49% al 52% in matematica. La scuola italiana sta ottenendo risultati nel contrasto alla dispersione, ma continua a incontrare difficoltà nel garantire a tutti competenze di base solide, con divari territoriali che rimangono particolarmente marcati.
La scuola, tuttavia, non è soltanto il luogo nel quale si apprendono italiano, matematica e altre discipline. È anche uno spazio di relazioni, nel quale bambini e adolescenti imparano a confrontarsi, riconoscere il valore delle regole, affrontare i conflitti ed esprimere le proprie opinioni. Per svolgere questa funzione servono insegnanti sostenuti nel loro lavoro, servizi educativi, attività inclusive e occasioni di ascolto, soprattutto quando emergono difficoltà che non possono essere risolte attraverso la sola didattica. Chiedere alla scuola di affrontare ogni problema sociale sarebbe irrealistico, ma ignorarne il ruolo nella crescita significherebbe rinunciare a uno degli strumenti più importanti di prevenzione.
Molti adolescenti di oggi, inoltre, hanno attraversato gli anni della pandemia in una fase delicata della propria formazione. Le chiusure scolastiche, la didattica a distanza e le limitazioni delle relazioni sociali hanno prodotto esperienze differenti secondo l’età, il contesto familiare e le risorse disponibili. Gli effetti sugli apprendimenti e sulle relazioni meritano ancora attenzione, senza trasformare la pandemia in una spiegazione automatica dei comportamenti violenti. È un elemento della storia recente di questi ragazzi che sarebbe sbagliato ignorare.
Fuori dalla scuola: che cosa è davvero garantito agli adolescenti?
L’accesso all’istruzione è riconosciuto dalla Costituzione italiana, ma la crescita di un ragazzo si costruisce anche oltre l’orario scolastico. Sport, musica, teatro, lettura, attività associative e relazioni con i coetanei rappresentano opportunità attraverso le quali sviluppare interessi, capacità e un senso di appartenenza. La loro disponibilità, tuttavia, non è uniforme sul territorio e può dipendere dalle condizioni economiche familiari. Un centro sportivo, una biblioteca o un laboratorio culturale possono esistere in una città senza essere concretamente accessibili a tutti gli adolescenti che vi abitano.
È su questo terreno che sarebbe necessario un confronto serio tra governo, amministrazioni locali, scuole e giovani. Quanti centri di aggregazione gratuiti sono disponibili nei quartieri delle grandi città? Quali attività sono offerte a chi non frequenta già associazioni o percorsi organizzati? Esistono servizi di ascolto e supporto psicologico facilmente raggiungibili, e quali risorse vengono dedicate agli educatori che lavorano direttamente con gli adolescenti? Sono domande che richiedono risposte concrete, fondate su dati territoriali e sulla valutazione delle iniziative effettivamente realizzate.
Non tutti i ragazzi hanno gli stessi interessi e non esiste un modello educativo valido per chiunque. Alcuni trovano nello sport un riferimento fondamentale, altri nell’arte, nella tecnologia, nella lettura o nell’impegno sociale. L’obiettivo dovrebbe essere offrire possibilità sufficientemente diverse perché ciascuno possa sperimentare, costruire relazioni e individuare un proprio percorso. Una società che considera i giovani una risorsa deve permettere loro di essere protagonisti anche quando non si trovano in una situazione di emergenza.
Il futuro dopo la scuola: quali prospettive attendono i giovani?
Le prospettive di lavoro e autonomia contribuiscono a definire l’orizzonte nel quale crescono gli adolescenti italiani. Secondo Eurostat, nel 2025 il 13,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studiava, non lavorava e non seguiva percorsi di formazione, contro una media europea dell’11%. Il dato italiano è migliorato notevolmente rispetto al 25,7% del 2015, ma continua a essere superiore alla media dell’Unione. È un fenomeno che comprende situazioni molto diverse e che non può essere interpretato semplicemente come una mancanza di volontà da parte dei giovani.
Anche l’ingresso nel mondo del lavoro dopo il completamento degli studi presenta difficoltà. Nel 2025 il tasso di occupazione dei diplomati e laureati recenti tra i 20 e i 34 anni era del 71,8% in Italia, contro una media europea dell’83%, secondo Eurostat. Il divario riguarda la capacità del sistema economico di valorizzare la formazione e offrire opportunità professionali, oltre alla possibilità di costruire progressivamente un’autonomia personale. Non è un dato che descrive direttamente i pensieri di un tredicenne, ma racconta il contesto nel quale le nuove generazioni immaginano il proprio futuro.
Le aspettative non nascono soltanto dalle statistiche, ma anche dalle esperienze osservate nella vita quotidiana. Un adolescente può vedere un fratello maggiore faticare a trovare lavoro, un genitore affrontare difficoltà economiche o giovani adulti rinviare la possibilità di vivere autonomamente. Sono esperienze che possono influenzare il modo in cui viene percepito il futuro, pur senza determinare automaticamente sfiducia o comportamenti aggressivi. Chiedere ai ragazzi di studiare, impegnarsi e assumersi responsabilità significa anche offrire prospettive credibili nelle quali quell’impegno possa trovare riconoscimento.
Il governo, la scuola e le politiche giovanili: quali risposte per i minorenni?
Negli ultimi anni sono stati realizzati interventi per contrastare la dispersione scolastica, sostenere gli apprendimenti e ampliare le attività formative, anche attraverso risorse del PNRR e programmi nazionali. Il Piano Estate 2026, per esempio, prevede iniziative dedicate all’aggregazione, all’inclusione e allo sviluppo delle competenze durante la sospensione delle lezioni. Sono strumenti che affrontano bisogni concreti, e i miglioramenti registrati da INVALSI in alcuni indicatori rappresentano risultati importanti, pur derivando da processi educativi e investimenti pluriennali. Resta necessario valutare quanto gli interventi raggiungano gli studenti che incontrano maggiori difficoltà e se possano garantire opportunità continuative nel tempo.
Esistono inoltre programmi di partecipazione come il Servizio civile universale, attraverso il quale giovani maggiorenni possono svolgere esperienze in ambito sociale, culturale e ambientale. Sono iniziative che contribuiscono a sviluppare competenze e responsabilità, ma che non rispondono direttamente alle esigenze dei ragazzi più piccoli. Un adolescente di tredici anni, per esempio, non può accedere al Servizio civile e ha bisogni diversi da quelli di un giovane adulto in cerca di formazione o lavoro. La questione centrale è dunque capire quali politiche stabili siano pensate specificamente per gli adolescenti, e non soltanto per i giovani che hanno già raggiunto la maggiore età.
Per rispondere servono dati sulla disponibilità dei servizi territoriali, sulla presenza di educatori, sui centri di aggregazione e sulle attività gratuite accessibili durante l’anno. Occorre sapere quanti ragazzi partecipino effettivamente ai programmi finanziati, in quali territori e con quali risultati, distinguendo gli interventi temporanei dai servizi continuativi. Le istituzioni dovrebbero inoltre coinvolgere direttamente gli adolescenti nella valutazione delle iniziative, perché un’attività può essere formalmente disponibile senza rispondere ai loro interessi e bisogni. Non si tratta di chiedere alla politica di sostituirsi alle famiglie, ma di garantire una rete pubblica capace di accompagnare la crescita.
La stretta sui minorenni: che cosa sta valutando la politica?
Dopo gli scontri, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato per lunedì 19 ottobre un vertice sull’ordine pubblico a Palazzo Chigi, con la partecipazione di ministri, vertici delle forze dell’ordine e rappresentanti dell’intelligence. Il confronto, durato circa un’ora e mezza, ha riguardato soprattutto gli strumenti per prevenire nuovi disordini e l’eventuale introduzione di norme rivolte anche ai minorenni. È stata sollevata la necessità di ulteriori approfondimenti giuridici e istituzionali sulle misure ipotizzate, comprese le interlocuzioni con il Quirinale. Le ipotesi discusse non equivalgono all’approvazione di nuove disposizioni legislative.
Tra le proposte emerse figurano interventi sull’arresto in flagranza differita e ulteriori modifiche alla disciplina dei provvedimenti preventivi riguardanti i minorenni. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito gli autori degli scontri «professionisti del disordine», insistendo sulla necessità di individuare e perseguire i responsabili. Matteo Salvini ha chiesto di accelerare l’approvazione delle norme sulla sicurezza rivolte alle bande giovanili, sostenendo che gli episodi milanesi dimostrino la necessità di strumenti più incisivi. Sono orientamenti politici che dovranno essere valutati alla luce delle garanzie previste dall’ordinamento minorile e della loro concreta efficacia.
Forza Italia ha sollecitato il rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine e una maggiore incisività delle norme relative alla responsabilità dei minorenni tra i quattordici e i diciassette anni, soprattutto nei casi di devastazione e saccheggio. Il confronto investe un settore delicato dell’ordinamento, nel quale la risposta penale deve tenere conto della condizione di sviluppo dell’adolescente. In Italia la responsabilità penale comincia a quattordici anni, mentre per i minorenni tra i quattordici e i diciotto occorre accertare anche la capacità di intendere e di volere. Eventuali modifiche dovrebbero quindi essere valutate non soltanto per la capacità di intervenire dopo un reato, ma anche per le loro conseguenze sui percorsi educativi e sulla prevenzione della recidiva.
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha condannato le devastazioni e sollevato dubbi sull’adeguatezza delle forze disponibili in città, dando origine a una polemica con Piantedosi sulla gestione dell’ordine pubblico. Anche le opposizioni hanno preso posizione: Elly Schlein ha condannato gli autori delle violenze, chiedendo che gli episodi non oscurino le rivendicazioni dei manifestanti pacifici, mentre Giuseppe Conte ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà economiche e sociali. Sono posizioni differenti, ma il confronto politico continua a concentrarsi soprattutto sulla sicurezza, sulle responsabilità nella gestione delle manifestazioni e sulle possibili nuove disposizioni. Accanto alle misure di sicurezza, quali interventi vengono proposti per conoscere le condizioni di vita dei ragazzi, prevenire i comportamenti violenti e creare occasioni concrete di responsabilizzazione?
La responsabilità degli adulti e la possibilità di cambiare
Quando un adolescente compie un gesto grave, il dibattito pubblico tende spesso a cercare una causa immediata. Si chiamano in causa i genitori, la scuola, i social network, il quartiere o il gruppo di amici, come se uno di questi elementi fosse sufficiente a spiegare il comportamento. La crescita è però un processo complesso, nel quale esperienze personali, relazioni e condizioni sociali si intrecciano in modi differenti. Attribuire automaticamente una colpa alle famiglie o agli insegnanti non aiuta a comprendere ciò che è accaduto, soprattutto quando non si conoscono le storie individuali dei ragazzi coinvolti.
Questo non elimina le responsabilità degli adulti, ma invita a definirle meglio. Le famiglie devono poter accompagnare i figli, le scuole devono disporre di strumenti adeguati e le istituzioni devono garantire servizi e opportunità accessibili. Anche il mondo dell’informazione ha una responsabilità nel modo in cui racconta gli adolescenti, evitando etichette che trasformano le persone in categorie indistinte. Un ragazzo non dovrebbe essere identificato per sempre con un gesto sbagliato, ma neppure sottratto al confronto con il danno che ha provocato.
Per i minorenni che hanno commesso reati, la risposta giudiziaria può essere accompagnata, quando ricorrono le condizioni, da percorsi educativi e strumenti di giustizia riparativa. Quest’ultima può consentire di affrontare le conseguenze umane e sociali del comportamento, anche attraverso un confronto volontario e tutelato con le persone danneggiate. Non sostituisce automaticamente il procedimento penale e non può essere imposta alle vittime, ma rappresenta una possibilità per riconoscere il danno e favorire un’assunzione di responsabilità. Un adolescente non deve essere sottratto alle conseguenze delle proprie azioni, ma neppure identificato per sempre con l’errore commesso.
I ragazzi che costruiscono, partecipano e chiedono spazio
Le immagini delle devastazioni raccontano soltanto una parte del mondo giovanile italiano. Esistono adolescenti che studiano, praticano sport, si impegnano nel volontariato, partecipano ad associazioni, organizzano iniziative culturali e chiedono maggiore attenzione ai diritti e alla qualità della vita. Molti trovano nella scuola, nell’arte, nella musica e nelle relazioni comunitarie occasioni per sviluppare capacità e sentirsi parte di qualcosa. Sono esperienze che meritano di essere raccontate, perché mostrano che i giovani non sono soltanto destinatari di interventi educativi, ma anche protagonisti della vita sociale.
Il confronto con gli episodi di violenza non dovrebbe però trasformarsi in una divisione tra adolescenti considerati meritevoli e altri giudicati problematici. Un ragazzo può attraversare un periodo difficile, commettere errori e successivamente costruire un percorso diverso, così come chi oggi partecipa a un’attività positiva può incontrare ostacoli inattesi. Le opportunità educative devono essere accessibili anche a chi non possiede già una rete di relazioni o un progetto personale definito. Il compito di una comunità non è soltanto riconoscere chi ha trovato la propria strada, ma aiutare anche chi non l’ha ancora individuata.
Il presente dei ragazzi è una responsabilità di tutti
Servirebbe soprattutto ascoltare direttamente i giovani coinvolti, senza stabilire in anticipo quale debba essere la loro risposta. Le testimonianze raccolte a Milano mostrano già motivazioni differenti: chi distingue il corteo pacifico dai saccheggi, chi segue il comportamento degli altri, chi racconta di essere arrivato perché non sopporta la propria scuola e chi vede nella confusione l’occasione per impossessarsi di oggetti. Sono parole che non cancellano le responsabilità individuali, ma permettono di comprendere aspetti che le immagini delle devastazioni non possono raccontare. È da queste differenze che dovrebbe partire un confronto onesto, capace di ascoltare senza assolvere e di chiedere conto delle azioni senza rinunciare alla possibilità di cambiare.
La politica ha il dovere di garantire la sicurezza, tutelare le persone danneggiate e far rispettare la legge. Ma deve anche interrogarsi sulle opportunità offerte ai ragazzi prima che raggiungano la maggiore età, sulla qualità della loro esperienza scolastica e sulla possibilità di partecipare alla vita collettiva. Deve chiedersi se i servizi educativi siano sufficienti, se raggiungano davvero chi ne ha bisogno e se esistano interlocutori capaci di ascoltare anche gli adolescenti lontani dalle organizzazioni tradizionali. Il confronto non può cominciare soltanto quando un ragazzo viene accompagnato in questura.
I ragazzi di dodici, tredici, quattordici o quindici anni non sono soltanto il futuro dell’Italia: sono già il suo presente. Chi ha commesso un errore grave deve affrontarne le conseguenze e avere la possibilità di comprendere il danno provocato, mentre chi ha manifestato pacificamente deve poter continuare a esprimere il proprio dissenso senza essere confuso con i violenti. Tutti devono poter accedere a opportunità educative e sociali che permettano loro di scoprire interessi, costruire relazioni e assumersi responsabilità. Dare un futuro ai giovani significa prima di tutto garantire loro un presente nel quale possano crescere, partecipare, sbagliare, imparare e cambiare.