Tutte le stanze che servono: al Festival del Cinema di Roma un documentario sull’importanza dei consultori

Il documentario di Francesca Sironi e Alberto Gottardo entra nel consultorio familiare del Policlinico di Milano e dà voce ad adolescenti, donne, coppie e operatori sanitari. Attraverso le loro esperienze racconta un servizio pubblico fondamentale, mentre i dati sulla Lombardia mostrano quanto l’accesso ai consultori sia ancora diseguale.

Tutte le stanze che servono, il documentario di Francesca Sironi e Alberto Gottardo ambientato nel consultorio familiare del Policlinico di Milano. Locandina originale di Roberto Cuoghi.

Dietro ogni porta, una storia diversa

Una gravidanza da proteggere e una da interrompere. Un’adolescente confusa e una madre disorientata. Sono alcune delle situazioni che compongono Tutte le stanze che servono, il documentario di Francesca Sironi e Alberto Gottardo, presentato il 21 ottobre 2026 al MAXXI, nella sezione Special Screenings della Festa del Cinema di Roma. Il film, della durata di 42 minuti secondo la scheda della produzione, entra nel consultorio familiare del Policlinico di Milano e attraversa le sue stanze, dove persone di età e condizioni differenti incontrano medici, psicologi, ostetriche ed educatori.

Il consultorio occupa una palazzina di tre piani, affacciata su una strada stretta e trafficata. Gli spazi sono ridotti e, come raccontano i registi nelle note di regia, al mattino può essere difficile perfino trovare un posto dove sedersi. Donne, uomini, bambini e adolescenti attraversano corridoi e stanze, portando domande che riguardano la salute, la sessualità, la maternità, le relazioni e le scelte personali. È un luogo ordinario, nel quale si concentrano esperienze intime e talvolta difficili da raccontare, che richiedono competenze professionali ma anche la capacità di ascoltare.

Sironi e Gottardo scelgono la forma del documentario d’osservazione e, secondo quanto spiegano nella presentazione dell’opera, attraversano liberamente età e cronologie, senza costruire il racconto attorno a un unico protagonista. Le persone che si rivolgono al consultorio e i professionisti che vi lavorano partecipano entrambi al film. Questa pluralità di voci permette di avvicinare esperienze che nel dibattito pubblico vengono spesso affrontate separatamente: l’educazione sessuale degli adolescenti, l’interruzione volontaria di gravidanza, l’accompagnamento alla nascita e il sostegno alle neomamme.

Il documentario diventa così il punto di partenza per una domanda che riguarda tutti: quanto conosciamo davvero i consultori familiari e quanto è semplice, in Italia, accedere ai servizi che offrono?

I diritti non bastano se non possiamo esercitarli

Nelle note di regia, Francesca Sironi e Alberto Gottardo spiegano perché hanno voluto entrare anche negli spazi più complicati del consultorio, quelli nei quali non esistono necessariamente risposte immediate. Non cercano soltanto di illustrare il funzionamento di un servizio sanitario, ma di interrogarsi sul rapporto tra le persone e i diritti che dovrebbero proteggerle.

Per chiarire questa prospettiva richiamano una riflessione del giurista Salvatore Satta sul rapporto tra riconoscimento formale dei diritti e possibilità concreta di esercitarli. È un riferimento che assume un significato preciso quando si parla di salute sessuale e riproduttiva, assistenza durante la gravidanza, contraccezione e sostegno psicologico. Una legge può riconoscere un diritto, ma la sua applicazione richiede strutture accessibili, personale preparato, informazioni comprensibili e percorsi sanitari che funzionino.

L’intenzione dichiarata dagli autori è raccontare la dimensione umana di questa possibilità concreta. Nella loro prospettiva, i diritti prendono forma attraverso il lavoro quotidiano dei professionisti e il rapporto che instaurano con le persone. È uno sguardo che sposta l’attenzione dalle contrapposizioni ideologiche alle condizioni materiali dell’assistenza, interrogandosi su ciò che un servizio pubblico può rappresentare nella vita di chi vi si rivolge.

La scelta di ambientare il documentario in un unico consultorio permette inoltre di concentrarsi su un luogo preciso, con le sue caratteristiche e la sua organizzazione. Da questa esperienza emerge una questione più ampia: che cosa accade quando una persona ha bisogno di assistenza e il servizio al quale dovrebbe rivolgersi è troppo lontano, poco conosciuto oppure non dispone delle risorse necessarie?

Due autori che raccontano le persone e i luoghi della cura

Francesca Sironi arriva dal giornalismo d’inchiesta e ha collaborato con L’Espresso, mentre Alberto Gottardo proviene dalla fotografia. La loro collaborazione nel documentario si sviluppa da oltre un decennio attraverso lavori dedicati alle persone, ai corpi e ai contesti sociali nei quali si svolgono le loro esperienze. Somewhere Studio, la realtà produttiva con cui lavorano, ha accompagnato diversi progetti nei quali il linguaggio cinematografico si intreccia con l’osservazione della realtà.

Tra i loro lavori figura Fortuna Granda, dedicato ai desideri di tre adolescenti di Goro. In Hands, trees, heads, scarshanno affrontato il tema delle cicatrici e della cura attraverso l’esperienza di soldati amputati, mentre Marghe e Giuliaracconta la quotidianità di due sorelle e della loro famiglia. In opere differenti emerge l’interesse per situazioni nelle quali l’esperienza individuale si intreccia con questioni sociali più ampie.

Con Tutte le stanze che servono questa attenzione si concentra su un servizio pubblico e sulle relazioni che lo rendono possibile. La sceneggiatura è di Francesca Sironi, la fotografia di Alberto Gottardo, il montaggio di Emiliano Battista e la musica originale di Marz. L’immagine della locandina è firmata dall’artista Roberto Cuoghi. Il documentario è prodotto da Somewhere Studio, con il sostegno di Regione Lombardia, Fondazione Lombardia Film Commission, Friedrich-Ebert-Stiftung Italia e il supporto di Fondazione Una Nessuna Centomila.

La presentazione romana è stata preceduta, il 20 ottobre, da un incontro alla Casa Internazionale delle Donne, con la partecipazione dei registi, della ginecologa Lisa Canitano e della storica Paola Stelliferi. La scelta di affiancare alla proiezione una discussione pubblica conferma la volontà di utilizzare il film anche come occasione di riflessione sulla salute, sull’autonomia delle donne e sul ruolo dei consultori.

Un consultorio non si occupa soltanto di gravidanze

Una madre con il suo bambino in una scena del documentario Tutte le stanze che servono, diretto da Francesca Sironi e Alberto Gottardo. Foto: © Somewhere Studio.

I consultori familiari sono stati istituiti in Italia con la legge 405 del 29 luglio 1975, che ha introdotto un servizio pubblico pensato per rispondere a esigenze sanitarie, psicologiche e sociali. La loro funzione comprende l’assistenza alla maternità e alla paternità, la procreazione responsabile, la tutela della salute della donna e il sostegno alle coppie e alle famiglie. Nel tempo questi servizi hanno sviluppato attività di prevenzione, educazione alla salute e accompagnamento degli adolescenti, mantenendo un approccio multidisciplinare che rappresenta uno dei loro elementi distintivi.

Nei consultori lavorano, secondo l’organizzazione delle singole strutture, ginecologi, ostetriche, psicologi, assistenti sociali, infermieri, educatori e altre figure professionali. Le prestazioni comprendono interventi sanitari, psicologici, sociali e preventivi. Il consultorio non è quindi soltanto un ambulatorio ginecologico, ma un punto di accesso alla rete sociosanitaria nel quale bisogni diversi possono essere affrontati attraverso competenze differenti.

Questa caratteristica è particolarmente importante per le donne e per le persone più giovani. Una ragazza che cerca informazioni sulla contraccezione può avere bisogno anche di parlare delle proprie relazioni; una donna che affronta una gravidanza indesiderata deve poter ricevere informazioni corrette e assistenza; una neomamma può attraversare difficoltà emotive che richiedono ascolto e, quando necessario, un percorso specialistico. La presenza di professionisti con competenze diverse permette di considerare questi bisogni nella loro complessità, evitando che ogni persona debba individuare autonomamente servizi separati.

Il valore dei consultori risiede anche nella prevenzione. Rivolgersi a una struttura prima che una difficoltà diventi più grave significa poter ricevere informazioni attendibili, riconoscere eventuali segnali di disagio e trovare un orientamento verso le cure appropriate. Per questo la conoscenza di questi servizi dovrebbe riguardare non soltanto chi sta affrontando una gravidanza, ma anche adolescenti, giovani adulti, coppie e famiglie.

Gli adolescenti e le domande sulla sessualità

Un gruppo di adolescenti durante un incontro nel consultorio familiare del Policlinico di Milano, nel documentario Tutte le stanze che servono di Francesca Sironi e Alberto Gottardo. Foto: © Somewhere Studio.

Uno dei temi affrontati dal documentario è quello dell’educazione sessuale. Durante l’adolescenza, parlare di contraccezione, infezioni sessualmente trasmissibili, consenso o difficoltà nelle relazioni può essere complicato, soprattutto quando mancano interlocutori preparati o si teme il giudizio degli adulti. Le informazioni trovate online e condivise tra coetanei non sempre sono corrette, mentre la possibilità di rivolgersi a professionisti qualificati permette di affrontare dubbi e timori con strumenti adeguati.

I consultori e gli spazi dedicati ai giovani svolgono questa funzione, offrendo informazioni sulla salute sessuale e riproduttiva e, secondo le caratteristiche del servizio, consulenze psicologiche e relazionali. La legge 194 del 1978, all’articolo 2, prevede inoltre che i consultori possano somministrare anche ai minori, su prescrizione medica, i mezzi necessari alla procreazione responsabile. Per l’interruzione volontaria di gravidanza di una minorenne, invece, l’articolo 12 stabilisce regole specifiche: di norma è richiesto l’assenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela, ma nelle situazioni previste dalla legge è possibile ricorrere al giudice tutelare. È prevista inoltre una procedura particolare nei casi di urgenza.

Sono informazioni importanti perché un adolescente potrebbe rinunciare a chiedere aiuto semplicemente per paura di non poterlo fare senza coinvolgere la famiglia. Le modalità di accesso e le prestazioni disponibili devono essere verificate presso il consultorio territoriale, ma la possibilità di ottenere un primo orientamento è fondamentale per comprendere i propri diritti e le forme di assistenza previste.

I dati confermano quanto sia importante raggiungere le persone più giovani. Secondo la relazione ministeriale sull’applicazione della legge 194, nel 2023 sono state registrate 1.939 interruzioni volontarie di gravidanza tra le minorenni, pari al 2,9% del totale. È un dato che riguarda soltanto le IVG e non rappresenta tutte le gravidanze adolescenziali, ma documenta situazioni nelle quali ragazze molto giovani hanno avuto bisogno di assistenza sanitaria e di un percorso regolato dalla legge.

La prevenzione passa anche attraverso il rapporto con le scuole. In Emilia-Romagna, nell’anno scolastico 2023-2024, i progetti di educazione relazionale, affettiva e sessuale promossi dai servizi consultoriali hanno raggiunto 57.045 studenti. È un esempio del lavoro che questi servizi svolgono anche al di fuori delle proprie sedi, aiutando i giovani a conoscere il corpo, la sessualità e le relazioni prima che emergano situazioni di difficoltà.

Aborto, maternità e sostegno dopo il parto

Nel consultorio raccontato da Sironi e Gottardo convivono percorsi molto differenti. Una donna può aver bisogno di assistenza per interrompere una gravidanza, mentre un’altra si prepara alla nascita di un figlio o cerca sostegno dopo il parto. La presenza di queste esperienze nello stesso luogo restituisce la funzione di un servizio che deve saper rispondere a bisogni diversi, senza trasformare le scelte individuali in categorie contrapposte.

Per l’interruzione volontaria di gravidanza, regolata dalla legge 194 del 1978, i consultori rappresentano uno dei principali punti di accesso all’assistenza. Secondo i dati del 2023, il 45,6% delle certificazioni necessarie per l’IVG è stato rilasciato da queste strutture, a conferma del ruolo che svolgono nell’applicazione concreta della normativa. Le possibilità effettive di accesso dipendono però anche dall’organizzazione sanitaria dei territori, dalla disponibilità del personale e dal collegamento con gli ospedali.

Accanto al percorso IVG, i consultori seguono la gravidanza e possono offrire incontri di preparazione alla nascita, sostegno all’allattamento e assistenza durante il puerperio. Il periodo successivo al parto, in particolare, può essere accompagnato da stanchezza, isolamento, difficoltà relazionali e forme di disagio psicologico che richiedono attenzione. Riconoscere questi bisogni significa superare l’idea che la maternità sia un’esperienza necessariamente semplice e che ogni donna debba riuscire ad affrontarne autonomamente tutte le difficoltà.

L’attività dei consultori comprende inoltre la prevenzione ginecologica e oncologica, il sostegno alla fertilità e l’orientamento in situazioni di disagio familiare. La varietà delle prestazioni conferma quanto sia riduttivo associare queste strutture esclusivamente all’aborto: il loro lavoro accompagna persone di età differenti e interviene su aspetti della salute che non si esauriscono nella gravidanza o nella maternità.

Lombardia, una rete disomogenea: il territorio raccontato dal film

La scelta di ambientare Tutte le stanze che servono a Milano rende particolarmente significativo il confronto con i dati sulla Lombardia. Il documentario osserva il lavoro quotidiano di una struttura specifica, ma la possibilità di accedere a servizi analoghi cambia sensibilmente all’interno della stessa regione. L’indagine nazionale condotta dall’Istituto Superiore di Sanità tra il 2018 e il 2019 aveva rilevato una distribuzione dei consultori lombardi tra le meno capillari del Paese, con differenze molto marcate tra le diverse Agenzie di tutela della salute.

Secondo quella rilevazione, in Lombardia era presente mediamente una sede consultoriale ogni 39.996 abitanti, quasi il doppio degli abitanti per sede rispetto al parametro di riferimento di un consultorio ogni 20.000 residenti. La regione figurava tra le sette realtà italiane con il maggior numero medio di residenti per consultorio. All’interno del territorio lombardo la distribuzione risultava particolarmente disomogenea: si passava da una sede ogni 37.377 abitanti nell’ATS della Montagna a una ogni 126.401 nell’ATS di Bergamo. Sono dati riferiti al 2018–2019, non una fotografia del 2026, ma documentano criticità che rendono necessario interrogarsi sull’accessibilità della rete.

Ancora più significativo, rispetto agli adolescenti raccontati nel film, è il dato sulla capacità dei consultori di raggiungere i giovani. Nell’indagine ISS, gli utenti di età compresa tra 14 e 19 anni rappresentavano il 3,2% dei residenti della stessa fascia d’età, un valore inferiore alla media nazionale. L’Istituto precisa che, dopo la riforma regionale del 2015, le attività di prevenzione rivolte ai gruppi, comprese quelle scolastiche, erano state collocate a livello di ATS. Il dato deve quindi essere letto tenendo conto dell’organizzazione lombarda, ma resta un indicatore utile per comprendere quanto i servizi consultoriali riuscissero a intercettare direttamente i ragazzi.

La Lombardia registrava inoltre 10,1 prestazioni consultoriali ogni 100 residenti, il valore più basso tra le regioni considerate. L’ISS avverte che parte delle differenze può dipendere dalle modalità con cui le strutture registrano le prestazioni, soprattutto quelle rivolte ai gruppi, e il dato non può quindi essere interpretato automaticamente come misura della qualità dell’assistenza. Anche la disponibilità del personale mostrava un quadro articolato: le ore settimanali dei ginecologi, rapportate a 20.000 residenti, erano tra le più basse a livello nazionale, mentre quelle degli psicologi risultavano le più elevate. È un elemento che riflette anche l’organizzazione specifica dei consultori lombardi, ma evidenzia l’importanza di valutare non soltanto quante sedi esistano, bensì quali competenze e servizi siano effettivamente disponibili.

Il confronto con il documentario diventa allora particolarmente interessante. Le stanze del Policlinico di Milano rappresentano un luogo nel quale le persone possono incontrare professionisti e ricevere assistenza; i dati territoriali ricordano che questa possibilità non è distribuita in modo uniforme. Un consultorio distante, poco conosciuto o con risorse insufficienti può diventare difficilmente accessibile proprio per chi avrebbe maggiore bisogno di sostegno, come un adolescente che non può spostarsi autonomamente o una madre che deve conciliare le cure con la gestione di un neonato.

Il cinema come occasione di confronto

Tutte le stanze che servono non offre una ricostruzione statistica dei consultori italiani e non intende sostituirsi a un’indagine sul funzionamento del sistema sanitario. La sua prospettiva, come emerge dalle note di regia, è quella di osservare un luogo pubblico attraverso le persone che lo attraversano, mostrando il rapporto tra bisogni individuali, competenze professionali e possibilità concreta di esercitare i propri diritti.

Il documentario è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma il 21 ottobre al MAXXI, mentre una seconda proiezione è in programma oggi, 22 ottobre, alle 16:00 al cinema Giulio Cesare, sala 7. Dopo l’anteprima romana, Somewhere Studio ha annunciato un percorso di presentazioni e incontri in diverse città italiane, con il coinvolgimento di cinema indipendenti e spazi culturali. L’intenzione è trasformare la visione in un’occasione di discussione pubblica, permettendo al film di raggiungere anche persone che normalmente non frequentano i festival cinematografici. Il calendario e le informazioni sulle iniziative sono disponibili nella pagina ufficiale del documentario.

È un percorso che può avere un’utilità concreta. Parlare di consultori significa infatti parlare anche della conoscenza che le persone hanno dei servizi pubblici. Molti adolescenti potrebbero non sapere di poter chiedere informazioni sulla contraccezione o sulla salute sessuale; alcune donne potrebbero non conoscere le possibilità di sostegno durante e dopo la gravidanza; coppie e famiglie potrebbero ignorare l’esistenza di percorsi di assistenza psicologica e sociale sul territorio. Far conoscere questi servizi è già un modo per contribuire a renderli più accessibili.

Come trovare il consultorio più vicino

Per chi desidera informazioni sulla salute sessuale, sulla contraccezione, sulla gravidanza, sull’interruzione volontaria di gravidanza o sul sostegno alla genitorialità, il primo passo può essere individuare il consultorio familiare del proprio territorio. Non è necessario attendere una situazione di emergenza: anche una domanda sulla prevenzione, un dubbio o una richiesta di orientamento possono essere motivi per rivolgersi al servizio.

Il Ministero della Salute mette a disposizione una mappa dei consultori familiari italiani, attraverso la quale è possibile cercare le strutture presenti sul territorio. È opportuno verificare poi sul sito dell’azienda sanitaria competente gli indirizzi, gli orari, le prestazioni disponibili e le modalità di accesso, soprattutto per i minorenni. In diversi territori esistono inoltre Spazi Giovani e servizi specificamente dedicati agli adolescenti.

Le persone raccontate da Francesca Sironi e Alberto Gottardo entrano in stanze diverse, portando con sé esperienze che non possono essere ridotte a una sola definizione. Il documentario invita a riconoscere il valore di un servizio pubblico attraverso il lavoro quotidiano di chi vi opera e le necessità di chi lo frequenta, mentre i dati ricordano che la presenza e l’accessibilità dei consultori restano questioni aperte. Conoscere questi luoghi significa sapere a chi rivolgersi, ma è soltanto garantendo che siano realmente accessibili che un diritto può diventare una possibilità concreta nella vita delle persone.

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