Medici cubani in Calabria, il caso degli stipendi: 4.700 euro lordi, ma a loro ne resterebbero 1.200

Una nuova ricostruzione dell’Osservatorio cubano per i diritti umani riaccende il dibattito sulle retribuzioni dei sanitari arrivati dall’Avana. I contratti con la Regione, le testimonianze dei medici, le sanzioni statunitensi e la richiesta di un’indagine europea sulle possibili violazioni dei diritti dei lavoratori.

I medici cubani durante l’incontro all’Università della Calabria.

Ventisette milioni e mezzo di euro destinati alle retribuzioni, ma soltanto 6,2 milioni che sarebbero rimasti nelle disponibilità dei medici. Sono le cifre al centro della ricostruzione presentata il 23 ottobre 2026 dall’Observatorio Cubano de Derechos Humanos (OCDH), durante un incontro dedicato alle condizioni lavorative dei professionisti cubani impiegati negli ospedali della Calabria. Secondo l’organizzazione, il sistema delle missioni sanitarie internazionali consentirebbe allo Stato cubano di acquisire gran parte dei compensi destinati ai propri medici, lasciando loro una quota sensibilmente inferiore rispetto alle retribuzioni previste dai contratti italiani.

Non è una denuncia nata nelle ultime settimane. Già nel giugno 2025, in un’inchiesta pubblicata su CubaNet, la giornalista Annarella Grimal aveva ricostruito l’esistenza di contratti paralleli e di un meccanismo di trasferimento degli stipendi alla società statale cubana incaricata di organizzare le missioni. La novità dell’ottobre 2026 è la presentazione di un quadro economico complessivo, accompagnato da nuove contestazioni sulle condizioni di lavoro e sulle libertà personali dei professionisti. Una vicenda che nel frattempo ha raggiunto il Consiglio regionale della Calabria e le istituzioni europee.

I dati precisati dall’OCDH nel comunicato diffuso il 24 ottobre, il giorno successivo alla presentazione, riguardano 333 professionisti e un periodo che arriva fino a marzo 2025. La denuncia indica inoltre una retribuzione mensile di circa 4.700 euro lordi, a fronte di una somma massima di 1.200 euro che i medici potrebbero trattenere. Importi che richiedono di distinguere lo stipendio lordo italiano, gli obblighi fiscali e contributivi e i trasferimenti richiesti dalla società cubana.

Il denaro arriva ai medici. Poi, secondo l’inchiesta, deve ripartire

La questione diventa particolarmente delicata quando si osserva il funzionamento dei pagamenti. Diversamente da quanto potrebbe suggerire l’espressione stipendi trattenuti, le aziende sanitarie calabresi versano le retribuzioni sui conti personali dei medici presso banche italiane. È quanto prevede l’impostazione contrattuale adottata dalla Regione e quanto emerge anche dalle ricostruzioni giornalistiche.

Il passaggio contestato avverrebbe successivamente. Nell’inchiesta del 2025, costruita attraverso testimonianze di professionisti e documentazione interna della missione, Grimal ha descritto un sistema in cui i medici devono comunicare gli importi ricevuti e trasferire alla Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos (CSMC), società controllata dallo Stato cubano, una quota stabilita dai responsabili della missione. Secondo la ricostruzione, i trasferimenti possono assorbire una parte molto consistente delle somme accreditate, con percentuali variabili in base alle voci retributive e alle disposizioni applicate.

Un elemento significativo arriva anche da una fonte diversa. Nel reportage dell’Associated Press del 9 luglio 2026, alcuni medici cubani hanno confermato di continuare a inviare al governo dell’Avana fino alla metà del proprio stipendio. Una quota inferiore rispetto a quella descritta dall’OCDH, ma che conferma l’esistenza di trasferimenti successivi al pagamento italiano. La differenza tra le percentuali riferite dalle fonti potrebbe dipendere dalle condizioni individuali, dalle voci considerate o dai diversi metodi di calcolo.

La regolarità del pagamento effettuato dall’azienda sanitaria italiana non dimostrerebbe, da sola, che il lavoratore possa disporre liberamente dell’intera somma ricevuta. Per accertare le trattenute denunciate non basterebbe quindi esaminare le buste paga, ma occorrerebbe ricostruire anche gli eventuali bonifici successivi e gli obblighi previsti dagli accordi con la società cubana.

L’OCDH denuncia inoltre trattenute sugli straordinari e sulla tredicesima, oltre all’esistenza di disposizioni interne che limiterebbero la libertà di movimento e le dichiarazioni pubbliche dei professionisti. La presentazione di ottobre richiama 37 circolari e regolamenti contenenti oltre trenta restrizioni, la cui effettiva applicazione in Calabria richiederebbe l’esame dei documenti originali.

Perché la Calabria ha bisogno dei medici cubani

Per comprendere le radici della vicenda bisogna tornare al 17 agosto 2022, quando la Regione Calabria, guidata dal presidente Roberto Occhiuto, sottoscrisse un accordo quadro con la CSMC. L’obiettivo era affrontare una difficoltà strutturale: la carenza di personale medico negli ospedali calabresi, particolarmente grave nei pronto soccorso e nelle strutture periferiche.

L’intesa prevedeva il reclutamento di un contingente fino a 497 professionisti. Nel marzo 2025, con il decreto n. 187, la Regione ha approvato uno schema di rinnovo dell’accordo, con una durata prevista fino al 31 dicembre 2027. Negli atti si sottolinea come la presenza dei medici cubani abbia contribuito a colmare gravi carenze degli organici, migliorando la continuità dell’assistenza e favorendo lo scambio di competenze.

La necessità di mantenere operativi gli ospedali è stata più volte rivendicata da Occhiuto. Il 20 novembre 2025, intervenendo davanti al Consiglio regionale, il presidente ha difeso la scelta di ricorrere ai professionisti cubani e ha respinto le accuse secondo cui sarebbero stati costretti a rimanere nella missione.

«Questi ricevono il loro stipendio su un conto corrente a loro intestato su una banca italiana, hanno il passaporto, possono andare dove vogliono».

La dichiarazione, riportata nella trascrizione ufficiale della seduta consiliare, descrive la posizione sostenuta dal presidente della Regione. Nello stesso intervento Occhiuto ricordava che alcuni medici avevano lasciato la Calabria per trasferirsi in altri Paesi europei o lavorare nel settore privato, presentando quelle partenze come una dimostrazione della loro libertà individuale.

Nel luglio 2026, quando l’Associated Press ha realizzato un reportage negli ospedali calabresi, i medici cubani ancora impiegati nel sistema regionale erano oltre 200. Occhiuto ha dichiarato all’agenzia che avrebbe voluto portare il personale proveniente da Cuba fino a circa mille unità, ma di aver rinunciato a questa espansione per evitare ulteriori tensioni con Washington. Il presidente ha raccontato di aver ricevuto pressioni statunitensi e di aver ribadito ai rappresentanti americani la necessità di mantenere aperti gli ospedali.

Il problema sanitario non è astratto. All’ospedale Santa Maria degli Ungheresi di Polistena, il pronto soccorso accoglie circa 30.000 pazienti all’anno. Durante il reportage dell’AP, sei professionisti cubani rappresentavano metà dell’organico medico del reparto.

«Era un disastro. Tenevo aperto il pronto soccorso da solo», ha raccontato all’agenzia il primario Francesco Moschella, ricordando la situazione precedente all’arrivo dei colleghi cubani nel gennaio 2023.

La testimonianza restituisce la misura della difficoltà affrontata dalla struttura e spiega perché la cooperazione con Cuba abbia assunto, per la Regione, un valore che va ben oltre le relazioni diplomatiche.

Le voci dei medici: tra gratitudine verso Cuba e trasferimenti salariali

Tra i professionisti intervistati dall’Associated Press c’è la dottoressa Zoila Yakelin Arevalo Cruz, specialista in medicina d’urgenza all’ospedale di Polistena. Arrivata in Calabria a metà del 2023, ha lasciato a Cuba il figlio ancora piccolo per intraprendere questa esperienza professionale.

Nel raccontare la situazione incontrata in Italia, la dottoressa ha spiegato che non immaginava una carenza di personale tanto grave in un ospedale europeo. Ha ricordato attese che in passato potevano arrivare a otto o dodici ore e il contributo dei colleghi cubani a ridurle. La sua testimonianza restituisce un aspetto spesso trascurato nel dibattito politico: questi professionisti non sono soltanto i soggetti di un accordo internazionale, ma persone che lavorano quotidianamente a contatto con pazienti e famiglie, spesso lontane dai propri affetti.

Interrogata sui trasferimenti economici verso l’Avana, Arevalo Cruz ha spiegato all’AP che considera il proprio contributo volontario, motivato dalla riconoscenza per la formazione ricevuta gratuitamente a Cuba. Una posizione condivisa dalla cardiologa Daisy Luperon Loforte, che ha respinto l’idea di essere vittima di una forma di schiavitù contemporanea, rivendicando il proprio legame con il Paese d’origine.

Queste testimonianze meritano attenzione proprio perché introducono una prospettiva diversa da quella dell’Osservatorio. Le professioniste intervistate non negano di trasferire parte delle retribuzioni al governo cubano, ma attribuiscono a quei versamenti un significato di solidarietà e riconoscenza. L’OCDH sostiene invece che il sistema sia regolato da obblighi contrattuali e controlli incompatibili con una scelta pienamente libera.

Esiste tuttavia una differenza importante nel contesto in cui queste voci sono state raccolte. Arevalo Cruz e Luperon Loforte hanno parlato pubblicamente, con nome e cognome, mentre erano ancora inserite nella missione. Le testimonianze critiche raccolte da Grimal sono invece anonime proprio per il timore, dichiarato dalle fonti, di possibili conseguenze professionali o familiari. Questo non riduce il valore delle prime dichiarazioni, ma invita a considerare le condizioni nelle quali ciascuna persona ha scelto di raccontare la propria esperienza.

Il confronto tra le due posizioni non può essere risolto attraverso le sole dichiarazioni. Occorre conoscere le condizioni sottoscritte dai professionisti e verificare se il rifiuto di trasferire denaro comporti conseguenze sulla permanenza nella missione.

La clausola dell’accordo che apre un interrogativo

Un elemento particolarmente importante emerge direttamente dai documenti della Regione Calabria. Nello schema di rinnovo approvato il 28 marzo 2025 viene precisato che non è prevista alcuna remunerazione o rimborso economico per le attività svolte dalla CSMC. Lo stesso documento stabilisce che la retribuzione dei medici deve essere determinata dal contratto di lavoro subordinato stipulato tra il professionista e l’azienda sanitaria provinciale.

L’accordo richiama inoltre la libera adesione dei medici al programma e prevede una dichiarazione individuale di disponibilità da confermare al momento della firma del contratto italiano.

Sono disposizioni che rendono necessario chiarire la natura dei rapporti economici successivi. Se la società cubana non riceve compensi per la propria attività nell’ambito dell’accordo regionale e lo stipendio è determinato dal contratto italiano, su quale base contrattuale sarebbero richiesti ai medici i trasferimenti di una parte delle retribuzioni già incassate?

Lo schema pubblicato dalla Regione non basta a rispondere. Occorrerebbe esaminare la versione definitivamente sottoscritta, gli eventuali accordi individuali tra i professionisti e la CSMC e le condizioni applicate nella pratica. La clausola che esclude un compenso alla società nell’accordo regionale non prova, da sola, che siano illegittimi eventuali rapporti economici distinti. Rende però indispensabile chiarirne la natura e verificare se siano compatibili con la libertà contrattuale dei lavoratori.

Dai primi interrogativi del 2025 alle richieste di chiarimento alla Regione

Il dibattito istituzionale sulle condizioni economiche dei medici cubani è cominciato ben prima dell’ottobre 2026. Dopo il reportage di Grimal del giugno 2025, l’ex presidente del Consiglio regionale Domenico Tallini aveva sollecitato chiarimenti sulla convenzione, chiedendo di verificare se le condizioni applicate fossero compatibili con la normativa italiana sul lavoro.

Il 22 luglio 2025 anche il consigliere Ernesto Alecci aveva depositato un’interrogazione sullo stato di attuazione della cooperazione sanitaria. Nel documento venivano già richiamate le notizie sui 4.700 euro lordi mensili e sui 1.200 euro che sarebbero rimasti ai professionisti, oltre ai casi di medici che avevano lasciato il programma.

Le questioni sono riemerse nel 2026 attraverso nuovi atti consiliari. Il 10 giugno Alecci ha presentato un’ulteriore interrogazione sul futuro della missione, sul numero dei professionisti rimasti e sulle condizioni della cooperazione. Il 31 agosto Francesco De Cicco ha chiesto espressamente alla Giunta di chiarire se fosse a conoscenza delle trattenute denunciate e quali verifiche intendesse svolgere.

La questione economica era dunque già formalmente all’attenzione delle istituzioni calabresi. La responsabilità della Regione va distinta da quella della società cubana, ma la presenza di accordi istituzionali rende legittimo chiedere quali controlli siano stati effettuati sulle condizioni economiche e contrattuali dei professionisti.

La difesa pubblica della cooperazione da parte di Occhiuto è documentata. Non è stata invece individuata, nelle fonti esaminate, una sua replica specifica ai conteggi aggregati presentati dall’OCDH il 23 ottobre.

Le radici di un sistema nato con la rivoluzione cubana

Le missioni sanitarie internazionali rappresentano uno degli strumenti più longevi della politica estera cubana. La prima brigata medica permanente fu inviata in Algeria nel 1963, pochi anni dopo la rivoluzione guidata da Fidel Castro. Da allora la cooperazione si è estesa a numerosi Paesi, assumendo nel tempo forme differenti: assistenza durante le emergenze, sostegno ai sistemi sanitari più fragili e accordi remunerati per la prestazione di servizi professionali.

Attraverso queste missioni Cuba ha costruito una presenza sanitaria riconosciuta a livello internazionale. Allo stesso tempo, i servizi medici esportati sono diventati una rilevante fonte di entrate per lo Stato. La solidarietà internazionale e l’interesse economico non sono necessariamente incompatibili, ma il loro equilibrio dipende anche dalle condizioni garantite ai professionisti che rendono possibile la cooperazione.

Su questo punto è intervenuta la Commissione interamericana dei diritti umani, che il 7 aprile 2026 ha pubblicato il rapporto Labor Rights of Healthcare Personnel in Medical Missions from Cuba, approvato nel dicembre 2025. Il documento esamina le condizioni lavorative dei sanitari cubani impegnati all’estero, raccogliendo testimonianze, normative e informazioni provenienti da diverse missioni internazionali.

La Commissione riconosce il contributo di questi professionisti ai sistemi sanitari dei Paesi ospitanti, ma segnala anche possibili violazioni relative alle retribuzioni, alla libertà di movimento, alla partecipazione volontaria e alle conseguenze per chi decide di interrompere l’incarico.

Al paragrafo 165, pagina 95, il rapporto della Commissione considera contrarie agli standard internazionali e interamericani le trattenute obbligatorie effettuate senza il consenso dei lavoratori, richiamando il principio secondo cui il salario non può diventare uno strumento di subordinazione.

Le conclusioni della Commissione riguardano il sistema delle missioni nel suo complesso. Offrono un riferimento istituzionale importante anche per valutare la natura delle contestazioni sollevate in Italia.

L’Europa chiamata a esaminare l’ipotesi di tratta

Il caso italiano ha assunto una dimensione internazionale anche prima della presentazione dell’ultimo rapporto. L’11 settembre 2026, durante incontri a Bruxelles con rappresentanti delle istituzioni europee, l’OCDH ha chiesto all’Unione Europea di indagare su possibili situazioni di tratta di persone all’interno della brigata medica cubana presente in Italia.

La richiesta è stata avanzata nel quadro di una più ampia iniziativa sui diritti umani a Cuba. Daily Coro, medico e rappresentante dell’Osservatorio, ha sostenuto la necessità di proteggere i professionisti eventualmente coinvolti in situazioni di sfruttamento, richiamando anche le conseguenze che l’invio di personale all’estero può produrre sul sistema sanitario dell’isola.

La richiesta di un’indagine non equivale all’accertamento di un reato. L’eventuale configurazione della tratta richiederebbe verifiche specifiche sulle modalità di reclutamento, sulle condizioni di lavoro, sull’esistenza di coercizione e sulla libertà effettiva delle persone coinvolte.

La questione, tuttavia, non riguarda più soltanto una controversia economica tra lavoratori e società statale. Interroga anche gli Stati europei che ospitano le missioni e le garanzie che devono essere assicurate a chi presta servizio sul loro territorio.

Sessantatré medici cubani hanno chiesto contratti indipendenti

Nel luglio 2026 Roberto Occhiuto ha confermato all’Associated Press che 63 medici cubani, alcuni dei quali precedentemente coinvolti nella missione internazionale, avevano presentato domanda per lavorare nel servizio sanitario regionale indipendentemente dal programma di cooperazione con l’Avana.

Il numero, dunque, non indica 63 professionisti che avrebbero necessariamente abbandonato la missione. Comprende anche medici cubani provenienti da percorsi differenti. Il dato resta comunque significativo, perché documenta l’interesse verso forme di impiego diretto, al di fuori dell’organizzazione statale incaricata del reclutamento.

Per chi ha già lavorato attraverso la missione, la possibilità di stipulare un contratto autonomo potrebbe significare continuare a esercitare negli ospedali italiani senza dipendere dalla CSMC. Rimangono da chiarire quanti richiedenti abbiano effettivamente ottenuto un nuovo contratto e quali difficoltà amministrative abbiano incontrato.

Il tema è stato sollevato anche nell’interrogazione regionale del 7 agosto e nella mozione del 2 ottobre, che affrontano le condizioni dei professionisti usciti dalla missione e gli ostacoli legati alla stabilizzazione, alla documentazione professionale e ai requisiti previsti dalle procedure di reclutamento.

Non è una scelta priva di conseguenze personali. Il futuro lavorativo può dipendere dal riconoscimento dei titoli, dalla disponibilità dei documenti e dalla possibilità di mantenere rapporti con il Paese d’origine. Per chi ha lasciato a Cuba la propria famiglia, il significato di un’eventuale rottura con la missione può andare ben oltre la firma di un nuovo contratto.

Le testimonianze anonime raccolte da Grimal descrivono il timore di possibili conseguenze professionali e familiari per chi contesta le condizioni imposte. Sono racconti che permettono di comprendere una dimensione che gli atti amministrativi non restituiscono pienamente: cosa significhi scegliere il proprio futuro quando il lavoro, la famiglia e il rapporto con il Paese d’origine sono strettamente intrecciati.

Le sanzioni americane e il caso del conto bancario in Italia

A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta una decisione ufficiale delle autorità statunitensi. Il 23 luglio 2026, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato la designazione di nove entità e due persone ai sensi dell’ordine esecutivo 14404, inserendole nel sistema delle sanzioni economiche applicate dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba.

Tra i soggetti colpiti figurano la Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, la Unidad Central de Cooperación Médica (UCCM), struttura incaricata del coordinamento delle missioni internazionali, e il ministro cubano della Salute pubblica José Ángel Portal Miranda. La decisione ha quindi riguardato diversi livelli dell’organizzazione sanitaria statale, non soltanto la società commerciale attraverso la quale vengono gestiti i servizi medici all’estero.

La lista delle entità sanzionate è gestita dall’Office of Foreign Assets Control (OFAC), che ha confermato le designazioni nell’aggiornamento ufficiale del 23 luglio. Le misure rientrano nella pressione esercitata da Washington contro il sistema delle missioni mediche cubane, accusato dall’amministrazione statunitense di generare entrate attraverso condizioni di lavoro ritenute coercitive.

Poco più di un mese dopo è emerso un nuovo sviluppo. In un’inchiesta pubblicata il 27 agosto 2026, Annarella Grimal ha riferito che il conto della CSMC presso la banca italiana BPER sarebbe diventato inutilizzabile per alcune operazioni dalla fine di luglio. La ricostruzione si basa su sei fonti a conoscenza della vicenda, tra cui due componenti della missione in Calabria, secondo le quali alcuni bonifici effettuati dai medici sarebbero stati restituiti e altre somme sarebbero rimaste bloccate.

Le fonti hanno riferito anche che ai professionisti sarebbe stato chiesto di conservare temporaneamente sui propri conti il denaro destinato alla società, in attesa di nuove istruzioni. La vicenda è stata ripresa il 27 agosto dall’ANSA, che ha precisato l’assenza di elementi sufficienti per stabilire un collegamento diretto tra le sanzioni americane e il blocco delle operazioni bancarie.

L’inserimento della CSMC nella lista delle sanzioni è documentato ufficialmente; il blocco del conto e le sue cause restano invece legati alle testimonianze raccolte nell’inchiesta e non a una conferma pubblica della banca.

Il caso si inserisce in una tensione diplomatica più ampia. Occhiuto ha più volte difeso il programma sanitario anche di fronte alle pressioni statunitensi, sostenendo che la Calabria non può rinunciare improvvisamente a professionisti necessari per garantire servizi essenziali. Una posizione che riporta al centro l’emergenza originaria: la difficoltà del sistema sanitario regionale a reclutare personale sufficiente.

Il diritto dei medici a condizioni di lavoro eque e quello dei cittadini calabresi a ricevere assistenza sanitaria non dovrebbero entrare in competizione. La sfida è garantire entrambi, evitando che le fragilità di un sistema sanitario diventino un ostacolo alla piena tutela dei lavoratori che lo sostengono.

La libertà di curare, la libertà di scegliere

La vicenda dei medici cubani in Calabria racconta molto più di una controversia sugli stipendi. È la storia di una cooperazione sanitaria nata da un bisogno reale, sostenuta da professionisti che hanno contribuito al funzionamento di ospedali in difficoltà e attraversata da domande ancora aperte sulla gestione delle retribuzioni e sulla libertà individuale.

Le denunce dell’Osservatorio richiedono riscontri sui flussi di denaro e sui contratti. Le istituzioni italiane hanno documentato il rapporto di cooperazione e ne hanno difeso l’utilità, ma restano da chiarire i meccanismi economici che, secondo l’indagine, opererebbero dopo l’accredito degli stipendi sui conti dei professionisti. Le testimonianze disponibili mostrano inoltre esperienze e valutazioni differenti, che non possono essere ridotte a una sola interpretazione.

Al centro rimangono persone che hanno attraversato l’Atlantico per esercitare la propria professione, portando con sé competenze, aspettative e legami con Cuba. Alcune difendono il programma di cooperazione, altre cercano un percorso autonomo. Tutte hanno diritto a condizioni contrattuali trasparenti e alla possibilità di decidere del proprio lavoro.

Perché il valore delle cure prestate dai medici cubani non è in discussione. Ciò che va accertato è se, insieme alla responsabilità di curare gli altri, venga loro riconosciuta anche la libertà di scegliere come lavorare, dove vivere e come disporre del proprio stipendio.

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