“Ricordati ragazza”, Claudia Gerini e gli ottant’anni del voto alle donne
Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il documentario intreccia finzione, testimonianze e immagini d’archivio per raccontare le battaglie femminili che hanno cambiato l’Italia. Dalle ventuno Madri Costituenti alle inquietudini delle nuove generazioni, un viaggio nella memoria che invita a riflettere sul valore della partecipazione e sui diritti che oggi diamo per scontati.

Matilde ha diciotto anni e sta per votare per la prima volta. Ma quel giorno preferirebbe andare al mare con le amiche. Non avverte l’importanza dell’appuntamento con le urne, né immagina che dietro quel gesto apparentemente ordinario si nasconda una storia di esclusioni, battaglie e cambiamenti che ha coinvolto intere generazioni. È da questa distanza fra le libertà di oggi e le difficoltà del passato che prende avvio Ricordati ragazza, il documentario diretto da Claudia Gerini e presentato il 25 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Proiezioni Speciali, in occasione degli ottant’anni dal primo voto delle donne italiane.
A provare a colmare quella distanza sono la madre Maria Grazia, interpretata da Paola Minaccioni, e la nonna Nella, alla quale dà volto Pia Engleberth. Attraverso il confronto con Matilde, interpretata da Caterina Quintavalla, le due donne la accompagnano alla scoperta di un passato che appartiene anche alla sua storia personale. Il racconto passa così dalle vicende familiari alle grandi battaglie per l’emancipazione femminile, dalle suffragette alla Resistenza, fino alla nascita della Repubblica e alle riforme che hanno progressivamente modificato la società italiana. Il rapporto fra le tre generazioni diventa il filo conduttore di una domanda che supera la ricorrenza storica: quanto conosciamo davvero la storia dei diritti che esercitiamo ogni giorno?
L’Italia in cui le donne non potevano votare
Per comprendere il significato di quella conquista bisogna tornare a un Paese nel quale la disuguaglianza fra uomini e donne non era soltanto una questione culturale, ma trovava fondamento nelle leggi e nell’organizzazione della società. Nell’Italia liberale, le donne erano escluse dalla partecipazione politica e sottoposte a limitazioni che riguardavano il matrimonio, l’autonomia economica e l’accesso a numerose professioni. Il Codice civile del 1865 prevedeva, per molti atti giuridici delle donne sposate, l’autorizzazione del marito, abolita nel 1919. Mentre i movimenti emancipazionisti rivendicavano istruzione, lavoro e cittadinanza politica, la vita di moltissime italiane continuava a essere condizionata da una cultura che identificava il ruolo femminile soprattutto con la maternità e la cura della famiglia.
Durante il fascismo, questo modello venne rafforzato dalla propaganda e dalle politiche demografiche del regime, che attribuivano alla donna il compito di garantire la crescita della popolazione e la stabilità familiare. L’immagine ufficiale della madre e moglie devota non corrispondeva tuttavia alla complessità della realtà italiana: moltissime donne lavoravano nei campi, nelle fabbriche e nei servizi, spesso in condizioni precarie e con retribuzioni inferiori a quelle maschili. Il fascismo non cancellò il lavoro femminile, ma cercò di contenerne le aspirazioni di autonomia all’interno di una visione gerarchica della società, nella quale la partecipazione delle donne alla vita pubblica rimaneva subordinata agli obiettivi dello Stato.
La Seconda guerra mondiale e la Resistenza contribuirono a modificare questo scenario. Le donne parteciparono alla lotta antifascista come staffette, combattenti, organizzatrici clandestine e protagoniste delle reti di assistenza, affrontando in molti casi arresti, deportazioni e violenze. Il loro contributo alla Liberazione rafforzò la richiesta di una piena cittadinanza politica, rendendo ancora più evidente la contraddizione di una società che aveva bisogno delle donne nei momenti più drammatici della propria storia, ma continuava a escluderle dalle decisioni sul futuro del Paese.
Il diritto di voto arrivò con il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945, mentre quello del 10 marzo 1946 disciplinò anche l’eleggibilità delle donne all’Assemblea costituente. Nel marzo dello stesso anno le italiane parteciparono alle prime elezioni amministrative del dopoguerra; il 2 giugno furono chiamate a scegliere fra monarchia e Repubblica e a eleggere i rappresentanti incaricati di scrivere la Costituzione. In un’Italia segnata dalle distruzioni della guerra, dalla povertà e dalle profonde differenze sociali, milioni di donne contribuirono per la prima volta a una decisione politica nazionale che avrebbe definito il futuro istituzionale del Paese.
Le ventuno Madri Costituenti e i diritti conquistati
Fra i 556 componenti dell’Assemblea costituente eletti il 2 giugno 1946 c’erano ventuno donne. Provenivano da esperienze politiche e culturali differenti, ma riconobbero l’importanza di alcune battaglie comuni per ridefinire il ruolo femminile nella società. Cinque di loro — Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Maria Federici e Angela Gotelli — entrarono nella Commissione dei 75, incaricata di elaborare il progetto costituzionale. Il loro contributo riguardò questioni decisive come l’uguaglianza fra uomini e donne, la dignità del lavoro, la tutela della maternità e la partecipazione alla vita pubblica, principi destinati a diventare parte integrante della nuova Repubblica.
La Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio 1948, ma il riconoscimento giuridico dell’uguaglianza non comportò la scomparsa immediata delle discriminazioni. Per molti anni l’ordinamento italiano continuò a conservare norme che attribuivano agli uomini una posizione privilegiata nella famiglia e nella società. Le donne ottennero l’accesso alla magistratura nel 1963; nel 1970 arrivò il divorzio e nel 1975 la riforma del diritto di famiglia superò la preminenza giuridica del marito. La legge sulla parità di trattamento nel lavoro risale al 1977, mentre nel 1981 furono abolite le disposizioni sul delitto d’onore e sul matrimonio riparatore. Una successione di riforme che restituisce la misura di quanto sia stata lunga la distanza fra i principi sanciti dalla Costituzione e la loro effettiva applicazione nella vita quotidiana.
È anche su questa eredità che Gerini richiama l’attenzione. Nell’intervista rilasciata all’ANSA il 25 ottobre, la regista sottolinea come le Madri Costituenti siano state spesso oscurate dal racconto dei Padri Costituenti, nonostante il loro contributo alla costruzione della democrazia. Ricorda inoltre che molte richieste avanzate allora, dalla parità salariale agli asili nido per le madri lavoratrici, conservano una sorprendente attualità. Restituire visibilità a quelle donne significa riconoscere che le loro battaglie hanno contribuito all’evoluzione dell’intera società italiana, introducendo principi che avrebbero influenzato le generazioni successive.
Fra finzione e realtà, il linguaggio del documentario
Accanto alla vicenda contemporanea di Matilde, Ricordati ragazza sviluppa un secondo filo narrativo attraverso Vittoria e quattro amiche, figure simboliche che accompagnano lo spettatore lungo oltre un secolo di emancipazione femminile. La loro storia consente di collegare epoche diverse senza affidare il racconto esclusivamente alla successione cronologica degli avvenimenti. Alle ricostruzioni cinematografiche si affiancano fotografie, documenti parlamentari, testimonianze e materiali provenienti dall’Archivio Luce e da altri importanti archivi italiani. Fra le voci presenti figurano Luciana Castellina, le storiche Debora Migliucci e Patrizia Gabrielli e la testimonianza storica di Nadia Gallico Spano, una delle ventuno Costituenti.
Gerini ha raccontato di essere partita proprio dai documenti, affrontando un lavoro di ricerca e selezione necessario a trasformare una grande quantità di materiali in una narrazione cinematografica. Un processo descritto all’ANSA come «un puzzle infinito», nel quale immagini, interviste, leggi e avvenimenti dovevano trovare un equilibrio. L’obiettivo dichiarato era costruire un racconto capace di coinvolgere anche chi non ha vissuto quegli eventi, attraverso il dialogo fra passato e presente. La scelta di intrecciare personaggi di finzione e testimonianze reali risponde a questa esigenza, affidando alla dimensione umana il compito di rendere accessibili vicende che rischierebbero altrimenti di restare confinate nei manuali scolastici.
Fra gli elementi più interessanti del progetto figura anche l’impiego dell’intelligenza artificiale per alcune immagini ricreate. Una scelta che apre una questione importante per il documentario storico: quale rapporto si stabilisce fra ciò che è stato realmente fotografato o filmato e ciò che viene ricostruito per rappresentare il passato? Un documento d’archivio costituisce una testimonianza visiva della propria epoca, mentre un’immagine generata può aiutare lo spettatore a immaginare eventi non documentati, ma appartiene a un livello differente di rappresentazione. Le informazioni diffuse finora confermano l’utilizzo di questi strumenti senza precisare quali sequenze siano state realizzate attraverso l’IA o come vengano eventualmente distinte dai materiali autentici. Una distinzione che riguarda il linguaggio cinematografico, ma anche la fiducia dello spettatore nelle immagini, soprattutto quando il cinema assume il compito di trasmettere la memoria storica.
Prodotto da Luce Cinecittà e Rai Cinema, in collaborazione con la Camera dei deputati, il Ministero della Cultura e la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, Ricordati ragazza è stato realizzato per gli ottant’anni del primo voto femminile in Italia e dell’Assemblea costituente. Come precisato nel comunicato ufficiale del 23 ottobre, si tratta della prima collaborazione della Camera alla realizzazione di un film, attraverso un progetto che valorizza anche il patrimonio della documentazione parlamentare. Nel cast, accanto a Caterina Quintavalla, Paola Minaccioni e Pia Engleberth, figura Lia Grieco. Dopo l’anteprima romana, è prevista una successiva trasmissione sulla Rai, per la quale non è ancora stata annunciata una data.
I giovani, la partecipazione e la paura del futuro
Il racconto delle battaglie femminili incontra un presente che Claudia Gerini descrive attraverso le inquietudini delle nuove generazioni. Durante la Festa del Cinema di Roma, l’attrice e regista ha collegato il documentario alle manifestazioni contemporanee, osservando come la partecipazione politica possa accompagnarsi alla rabbia e alla sfiducia. Le guerre, la crisi climatica e le profonde disuguaglianze economiche contribuiscono, secondo Gerini, a creare un contesto nel quale molti ragazzi faticano a immaginare un futuro migliore. Una percezione che racconta di incontrare anche nel confronto con le proprie figlie, quando emergono domande e preoccupazioni sulle prospettive offerte dal mondo contemporaneo.
«Dobbiamo trovare di nuovo una speranza perché questi ragazzi non sentono di averne tante», ha dichiarato la regista, indicando nella conoscenza delle battaglie del passato una possibile risposta a quella sensazione di impotenza. Le conquiste delle generazioni precedenti possono dimostrare che i cambiamenti sociali non sono avvenuti spontaneamente, ma attraverso l’impegno di persone capaci di mettere in discussione leggi, istituzioni e convenzioni. La memoria assume così un significato che va oltre la commemorazione: diventa un modo per comprendere che anche situazioni apparentemente immutabili possono essere affrontate attraverso la partecipazione.
Matilde incarna una possibile distanza fra l’esercizio di un diritto e la consapevolezza della sua storia, ma sarebbe riduttivo considerarla il ritratto di un’intera generazione disinteressata alla politica. I giovani continuano a mobilitarsi sui diritti, sull’ambiente e sulle questioni internazionali, spesso attraverso modalità differenti da quelle tradizionali. Il confronto fra la ragazza, sua madre e sua nonna permette piuttosto di interrogarsi su come il significato delle conquiste passate venga trasmesso e reinterpretato nel tempo, e su quanto la conoscenza di quelle esperienze possa contribuire a comprendere il valore della possibilità di scegliere.
Claudia Gerini, dalla commedia al cinema civile

Nel 2019 Claudia Gerini aveva interpretato la giornalista Federica Angeli in A mano disarmata, portando sullo schermo una storia vera di coraggio civile e di resistenza alla criminalità organizzata a Ostia. Un personaggio che rappresenta un punto di collegamento interessante con Ricordati ragazza: in entrambi i casi il cinema si confronta con donne che hanno scelto di non accettare passivamente la realtà, assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni. La differenza è che nel nuovo documentario Gerini non presta il proprio volto a una protagonista, ma sceglie direttamente quali vicende raccontare e quale sguardo adottare.
Il grande pubblico l’aveva conosciuta soprattutto negli anni Novanta, attraverso il sodalizio artistico con Carlo Verdone. In Viaggi di nozze (1995) interpretava Jessica, accanto all’Ivano di Verdone, contribuendo a creare una delle coppie più popolari della commedia italiana di quel decennio. L’anno successivo tornava a lavorare con il regista in Sono pazzo di Iris Blond, consolidando la propria immagine di attrice brillante. La sua carriera avrebbe però seguito direzioni differenti, confrontandosi con il cinema drammatico e d’autore in film come Non ti muovere, La sconosciuta, Reality di Matteo Garrone, nel quale interpreta la presentatrice del Grande Fratello, e Suburra. Nel 2018 ha conquistato il David di Donatello come migliore attrice non protagonista per Ammore e malavita dei Manetti Bros.
Dopo una lunga esperienza davanti alla macchina da presa, nel 2022 Gerini ha esordito nella regia di un lungometraggio con Tapirulàn, una storia incentrata sulla solitudine e sulla complessità delle relazioni umane. Con Ricordati ragazza, l’attenzione si sposta dalla dimensione individuale a quella collettiva, affidando al cinema il compito di ricostruire esperienze femminili che hanno inciso sulla storia politica e culturale del Paese.
Ottant’anni di storia, una domanda rivolta al presente
Ottant’anni separano la prima partecipazione delle donne italiane a una consultazione politica nazionale dal presente di Matilde. Nel frattempo sono cambiate le leggi, le famiglie, il lavoro e le possibilità di scegliere il proprio futuro, ma il rapporto fra diritti riconosciuti e uguaglianza effettiva resta una questione aperta. Il documentario di Claudia Gerini invita a osservare questa distanza attraverso gli occhi di generazioni differenti, ricordando quanto la storia della democrazia italiana debba anche alle donne che hanno contribuito a costruirla. E lascia al pubblico una domanda che appartiene tanto al passato quanto al presente: quale significato siamo ancora capaci di attribuire alle libertà che abbiamo ereditato?