Cuba perde 35 voti all’ONU sull’embargo, l’Italia si astiene. E sull’isola la crisi si aggrava

La risoluzione passa con 130 sì, ma il sostegno internazionale diminuisce. Dopo oltre sessant’anni di restrizioni statunitensi, tra crisi energetica, difficoltà economiche e responsabilità interne, la popolazione cubana continua a fare i conti con la carenza di servizi essenziali.

Il Campidoglio dell’Avana senza illuminazione durante la crisi energetica cubana del 2026. Credito: La Prensa Gráfica / Wikimedia Commons – CC BY 4.0.

«Una cosa dopo l’altra: non c’è acqua, non c’è gas per cucinare, non c’è elettricità». Lidia Fernández, 36 anni, insegnante, aveva appena lasciato una scuola elementare quando il 18 settembre 2026 raccontò all’agenzia AFP la situazione all’Avana. Un nuovo blackout nazionale aveva lasciato milioni di persone senza corrente, aggravando problemi che attraversano ormai da anni la vita quotidiana dei cubani. Secondo l’agenzia francese, quel venerdì sera soltanto il 5% degli abitanti della capitale disponeva di elettricità. Un’interruzione prolungata, sull’isola, non significa soltanto restare al buio: può impedire il funzionamento delle pompe dell’acqua, compromettere la conservazione degli alimenti e rendere ancora più difficile garantire prestazioni sanitarie e servizi pubblici.

Il 28 ottobre, mentre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite tornava a chiedere la fine dell’embargo americano, Cuba affrontava un’altra giornata di gravissima insufficienza elettrica. Secondo il bollettino della Unión Eléctrica, alle sei del mattino il sistema nazionale disponeva di 885 megawatt a fronte di una domanda di 2.300, con 1.430 megawatt di carico non servito. Per le ore di maggiore consumo la società statale prevedeva una domanda di 2.900 megawatt, un deficit di generazione di 2.015 e interruzioni del servizio per 2.045 megawatt. Questi ultimi erano valori previsionali, non il bilancio definitivo dei blackout della serata. Il bollettino segnalava inoltre guasti e manutenzioni in diverse centrali termoelettriche, tra cui gli impianti di Renté, Guiteras, Santa Cruz, Mariel e Felton. È la misura concreta della distanza tra il voto diplomatico di New York e le condizioni nelle quali milioni di cubani affrontano la vita quotidiana.

La crisi cubana non è nata con le ultime misure americane. Il sistema elettrico soffre da tempo di impianti obsoleti, manutenzione insufficiente e investimenti inadeguati, mentre l’economia continua a confrontarsi con una grave scarsità di valuta estera e una capacità produttiva limitata. Le restrizioni statunitensi, rafforzate nel 2026 attraverso una nuova strategia di pressione economica e sulle forniture energetiche, hanno aggravato queste fragilità. È nell’intreccio tra sanzioni esterne e responsabilità economiche interne che bisogna cercare le ragioni della crisi, senza attribuire automaticamente ogni difficoltà all’embargo né considerare irrilevanti le sue conseguenze.

È in questo contesto che il 28 ottobre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una nuova risoluzione che chiede la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba. Il documento ha ottenuto 130 voti favorevoli, 17 contrari e 25 astensioni. Una maggioranza netta, che conferma la contrarietà di numerosi governi al mantenimento delle restrizioni, ma evidenzia anche un cambiamento significativo degli equilibri diplomatici. Nel 2025 i favorevoli erano stati 165, i contrari sette e gli astenuti dodici; nel 2024 i sì avevano raggiunto quota 187, con appena due voti contrari e un’astensione. In due anni, quindi, la richiesta cubana ha perso 57 voti favorevoli.

Tra le novità più rilevanti figura la scelta dell‘Italia, che si è astenuta dopo molti anni di sostegno alla risoluzione. Anche Germania e Lettonia hanno modificato il proprio orientamento, mentre il risultato complessivo mostra una maggiore frammentazione delle posizioni internazionali. Secondo Reuters, diversi Paesi occidentali hanno scelto l’astensione per la prima volta dopo molti anni. Il cambiamento italiano è significativo, anche perché il governo non ha finora motivato pubblicamente la scelta. Le pressioni diplomatiche esercitate dagli Stati Uniti sui governi chiamati a votare sono documentate dalle agenzie internazionali, ma non dimostrano, da sole, perché Roma abbia deciso di modificare la propria posizione.

La riduzione dei consensi non ha impedito l’approvazione della risoluzione, giunta alla trentaquattresima adozione dal 1992. Il voto, tuttavia, non comporta la cancellazione delle sanzioni. Le risoluzioni dell’Assemblea generale non sono giuridicamente vincolanti e non possono modificare direttamente le leggi degli Stati Uniti. Per eliminare completamente l’embargo sarebbe necessario un intervento del Congresso americano, mentre il presidente può modificare determinate restrizioni e autorizzazioni entro i limiti previsti dalla legislazione. Il pronunciamento del 28 ottobre ha dunque soprattutto un valore politico e diplomatico: misura il consenso internazionale intorno alla richiesta cubana, ma non garantisce nell’immediato un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Dalla rivoluzione di Castro alla legge Helms-Burton: perché nacque l’embargo

Le origini dell’embargo risalgono alla rivoluzione cubana del 1959, quando il movimento guidato da Fidel Castro rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista e avviò una trasformazione radicale del Paese. Il nuovo governo procedette alla nazionalizzazione di industrie, raffinerie, grandi proprietà agricole e altre attività economiche, comprese numerose imprese appartenenti a cittadini e società statunitensi. La controversia sugli indennizzi, unita al progressivo avvicinamento dell’Avana all’Unione Sovietica, deteriorò rapidamente i rapporti con Washington, trasformando Cuba in uno dei punti più delicati della contrapposizione tra le due superpotenze durante la Guerra fredda.

Fu il presidente Dwight D. Eisenhower a introdurre, nell’ottobre 1960, le prime ampie restrizioni sulle esportazioni statunitensi verso l’isola. Il 7 febbraio 1962, sotto la presidenza di John F. Kennedy, l’embargo venne esteso alla quasi totalità degli scambi commerciali, mentre l’anno seguente le Cuban Assets Control Regulations rafforzarono le limitazioni finanziarie e il congelamento dei beni. La crisi dei missili dell’ottobre 1962, che portò Washington e Mosca sull’orlo di un conflitto nucleare, consolidò ulteriormente il significato strategico della contrapposizione tra Stati Uniti e Cuba.

La fine della Guerra fredda non determinò la cancellazione dell’embargo. Quando nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolse, Cuba perse il proprio principale partner economico e attraversò una crisi profondissima, ricordata sull’isola come Período Especial. Negli anni successivi Washington rafforzò ulteriormente le restrizioni attraverso il Cuban Democracy Act del 1992 e soprattutto la legge Helms-Burton del 1996, firmata dal presidente Bill Clinton. Quest’ultima consolidò importanti disposizioni dell’embargo nella legislazione statunitense, rendendone più complessa l’abolizione attraverso la sola iniziativa presidenziale.

La Helms-Burton introdusse inoltre disposizioni capaci di coinvolgere imprese e investitori stranieri in determinate attività economiche legate a proprietà confiscate dopo la rivoluzione. È uno degli aspetti più controversi del sistema sanzionatorio americano: la sua dimensione extraterritoriale, cioè la possibilità che alcune norme statunitensi producano conseguenze anche per soggetti economici che non si trovano negli Stati Uniti. Questo non significa che qualsiasi commercio internazionale con Cuba sia vietato, ma che alcune operazioni possono comportare rischi legali e finanziari per banche, fornitori e intermediari, rendendo più complicato effettuare pagamenti o concludere determinati rapporti commerciali.

La normativa americana prevede inoltre eccezioni e autorizzazioni per diverse categorie di alimenti, medicinali e dispositivi medici. È dunque inesatto sostenere che Cuba non possa legalmente acquistare alcun prodotto alimentare o sanitario dagli Stati Uniti. Le condizioni applicabili alle singole transazioni, la disponibilità di canali finanziari e la scarsità di valuta estera possono però rendere difficile trasformare una possibilità giuridica in una fornitura effettiva. Distinguere divieti formali, ostacoli finanziari e problemi economici interni è indispensabile per comprendere le conseguenze concrete dell’embargo.

Il petrolio venezuelano e le nuove misure americane: che cosa è successo nel 2026

Il 29 gennaio 2026 Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo 14380, dichiarando un’emergenza nazionale in relazione alle politiche del governo cubano e introducendo un meccanismo che consentiva agli Stati Uniti di imporre dazi aggiuntivi sulle merci provenienti dai Paesi che fornivano petrolio all’isola. Il provvedimento non vietava direttamente le esportazioni di greggio verso Cuba: prevedeva piuttosto la possibilità di penalizzare commercialmente i Paesi fornitori, creando un rischio economico capace di influenzarne le decisioni.

Il meccanismo tariffario, tuttavia, non risulta essere stato applicato ad alcun Paese. Il 20 febbraio, dopo la decisione della Corte Suprema americana che ha limitato l’utilizzo dell’International Emergency Economic Powers Act per imporre dazi, la Casa Bianca ha adottato l’ordine esecutivo 14389, facendo cessare le misure tariffarie previste anche dal provvedimento su Cuba. L’emergenza nazionale dichiarata a gennaio è rimasta formalmente in vigore, ma la minaccia dei dazi è stata ritirata dopo tre settimane senza che risultino tariffe effettivamente imposte in base a quel meccanismo.

La pressione americana sulle forniture aveva però cominciato a produrre effetti già prima dell’entrata in vigore dell’ordine esecutivo. Alla fine di gennaio il Messico aveva sospeso una consegna di petrolio prevista per Cuba. Il 27 gennaio, dopo un’anticipazione di Bloomberg, la presidente Claudia Sheinbaum non smentì la sospensione, definendola una decisione sovrana; il 9 febbraio confermò che le spedizioni erano ferme, mentre il suo governo cercava modalità per continuare ad assistere l’isola senza esporsi a possibili penalizzazioni commerciali. La sospensione non può dunque essere attribuita esclusivamente al provvedimento del 29 gennaio, anche se la prospettiva di ulteriori restrizioni contribuiva all’incertezza dei fornitori.

La crisi energetica cubana aveva subito un colpo altrettanto pesante con l’interruzione delle forniture provenienti dal Venezuela, per decenni uno dei principali partner petroliferi dell’Avana. Secondo S&P Global Commodities at Sea, nel 2025 il greggio venezuelano aveva rappresentato circa il 61% delle importazioni cubane e quello messicano il 25%. L’ultimo carico venezuelano rilevato da S&P era stato scaricato il 13 dicembre 2025, in un contesto di crescente pressione statunitense sul settore petrolifero del Paese sudamericano. La cattura e la rimozione dal potere di Nicolás Maduro, avvenute durante l’intervento militare americano del 3 gennaio 2026, modificarono ulteriormente gli equilibri politici e commerciali, consolidando l’interruzione di un canale di approvvigionamento essenziale per Cuba.

La pressione energetica statunitense non rimase però costante durante tutto il 2026: a una prima fase di forte irrigidimento seguirono aperture selettive, prima di nuove sanzioni mirate durante l’estate. Dopo la cessazione del meccanismo tariffario di febbraio, Washington continuò a controllare le condizioni di commercializzazione del petrolio venezuelano. Il 25 febbraio il Tesoro americano annunciò una politica favorevole alla valutazione di specifiche licenze per la rivendita di greggio destinato al settore privato cubano e ad attività considerate di beneficio per la popolazione, escludendo operazioni a vantaggio delle strutture militari, dei servizi di intelligence e di determinate istituzioni statali.

Il mese successivo emersero segnali di allentamento, ma anche le contraddizioni della politica americana. Il 24 marzo il segretario all’Energia Chris Wright negò che Washington stesse imponendo un blocco generale alle importazioni energetiche cubane. Reuters descriveva tuttavia la situazione come un blocco petrolifero di fatto, mentre il New York Times riferiva che la Guardia costiera statunitense aveva impedito precedenti tentativi di consegnare carburante all’isola. La pressione non si limitava dunque alle sanzioni finanziarie e commerciali: coinvolgeva anche il controllo delle spedizioni marittime. La vicenda della petroliera russa Anatoly Kolodkin, autorizzata a raggiungere Cuba alla fine di marzo, avrebbe mostrato come Washington potesse consentire singole consegne senza modificare la propria politica generale.

Il 29 marzo Trump dichiarò di non avere obiezioni all’arrivo di petrolio sull’isola, anche dalla Russia, mentre una petroliera russa si avvicinava alle coste cubane. Il giorno successivo la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, precisò che non era stata introdotta alcuna modifica generale alla politica delle sanzioni e che Washington avrebbe continuato a valutare eventuali autorizzazioni caso per caso. Restava inoltre aperta la possibilità di sequestrare le navi dirette a Cuba qualora fossero state considerate in violazione delle restrizioni americane.

Il 31 marzo la petroliera russa Anatoly Kolodkin attraccò al porto di Matanzas con circa 730.000 barili di greggio, dopo aver ricevuto il via libera statunitense per ragioni umanitarie. Si trattava del primo importante carico di petrolio arrivato sull’isola dopo circa tre mesi di interruzione delle forniture. Secondo le valutazioni riportate dalle agenzie internazionali, il quantitativo poteva offrire un sollievo temporaneo, sufficiente a coprire soltanto una parte limitata del fabbisogno energetico cubano. L’arrivo della nave costituì dunque un’apertura concreta, ma non segnò la fine delle restrizioni né il ritorno a un approvvigionamento regolare.

Durante la primavera e l’estate la pressione americana continuò a esercitarsi anche attraverso provvedimenti rivolti direttamente alle strutture economiche statali cubane. L’11 giugno l’Office of Foreign Assets Control inserì nella lista delle entità sanzionate Unión Cuba-Petróleo (CUPET), l’azienda petrolifera statale che svolge un ruolo centrale nella produzione, raffinazione e distribuzione dei combustibili sull’isola. La designazione, adottata nell’ambito dell’ordine esecutivo 14404 del 1° maggio, comportò il congelamento dei beni della società soggetti alla giurisdizione americana e le restrizioni previste dalla normativa applicabile alle persone e alle entità inserite nella lista OFAC.

Il 23 luglio il Dipartimento di Stato annunciò un ulteriore pacchetto di sanzioni contro nove entità e due persone. Tra i destinatari figuravano il Centro de Investigaciones del Petróleo, CEINPET, e le società ENERSA ed EINARBO, attive nell’importazione di gas e lubrificanti. Il provvedimento coinvolgeva inoltre strutture legate ai servizi finanziari, alle rimesse, alle infrastrutture portuali e alle missioni mediche internazionali. Washington presentò queste decisioni come strumenti destinati a limitare le risorse economiche delle organizzazioni vicine al governo cubano, mentre le autorità dell’Avana continuarono a denunciarne le conseguenze sull’economia nazionale.

Questa successione di provvedimenti mostra perché non sia corretto descrivere il 2026 come un periodo di blocco petrolifero uniforme e ininterrotto. Le decisioni americane hanno alternato minacce commerciali, controlli sulle autorizzazioni, aperture selettive e nuove sanzioni, mentre la disponibilità effettiva di combustibile dipendeva anche dalle scelte dei fornitori, dalla capacità finanziaria dell’Avana e dalle condizioni del mercato internazionale.

La crisi petrolifera ha aggravato, in ogni caso, le difficoltà di un sistema elettrico che presentava problemi strutturali ben prima del 2026. Le centrali termoelettriche dell’isola sono in larga parte obsolete, la manutenzione risente della scarsità di risorse e gli investimenti non sono stati sufficienti a modernizzare la rete. Blackout nazionali e interruzioni prolungate si erano già verificati negli anni precedenti. La riduzione e l’irregolarità degli approvvigionamenti hanno quindi colpito un sistema che disponeva di margini sempre più limitati per affrontare guasti, carenze di produzione e picchi di domanda.

Quanto è costato l’embargo? Le stime cubane e i dati indipendenti

Quantificare il costo economico di oltre sessant’anni di restrizioni è uno degli aspetti più complessi della controversia. Il 7 settembre 2026 il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha presentato un rapporto secondo il quale l’embargo avrebbe provocato 8,083 miliardi di dollari di danni tra il 1° marzo 2025 e il 28 febbraio 2026, circa il 7% in più rispetto al periodo precedente. Nello stesso documento il governo dell’Avana ha stimato in circa 178,7 miliardi di dollari, a prezzi correnti, il costo cumulato delle restrizioni dall’inizio della loro applicazione.

Il rapporto del ministero degli Esteri cubano distribuisce le perdite stimate tra diversi settori: circa 2,094 miliardi di dollari nel turismo, 848 milioni nella produzione alimentare, 802 milioni nell’energia, 367 milioni nella sanità e 202 milioni nei trasporti. Sono valutazioni ufficiali del governo cubano, non perdite certificate da un organismo indipendente. Misurare il danno prodotto dall’embargo richiede infatti ipotesi su commercio, investimenti e crescita che non possono essere osservate direttamente, mentre l’economia dell’isola risente anche delle politiche interne, della contrazione del turismo, della dipendenza dalle importazioni e degli eventi climatici estremi.

Il deterioramento economico è tuttavia documentato anche da organismi internazionali. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite segnala che il prodotto interno lordo cubano si è contratto del 15% nell’arco di sei anni, in un contesto di recessione prolungata, inflazione persistente e scarsità di risorse finanziarie e carburante. Il dato non rappresenta una misura degli effetti del solo embargo, ma descrive la profondità della crisi nella quale le restrizioni si inseriscono.

La situazione alimentare ne costituisce una delle manifestazioni più evidenti. Il PAM segnala che la difficoltà di ottenere valuta estera ha ridotto la disponibilità di alimenti importati e nazionali, mentre la produzione agricola continua a risentire di problemi di produttività e distribuzione. Il paniere di beni essenziali fornito dallo Stato rimane un sostegno importante per molte famiglie, ma le autorità cubane hanno segnalato carenze e ritardi nelle consegne, aggravati dalla perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione.

Nel 2025 il Programma alimentare mondiale ha assistito circa 1,5 milioni di persone e distribuito 7.000 tonnellate di alimenti sull’isola, secondo i dati pubblicati nel proprio profilo ufficiale dedicato a Cuba. Una parte importante dell’intervento ha riguardato anche la risposta alle conseguenze dell’uragano Melissa, che nell’ottobre 2025 aveva colpito duramente il Paese. L’assistenza umanitaria riflette quindi l’interazione tra difficoltà economiche strutturali ed emergenze climatiche, senza poter essere utilizzata come indicatore esclusivo del danno prodotto dalle sanzioni.

Ospedali, acqua e trasporti: quando la crisi economica entra nelle case

La dimensione umanitaria della crisi emerge con particolare evidenza dal funzionamento dei servizi sanitari. Il 14 marzo 2026 il ministro della Salute cubano, José Ángel Portal Miranda, aveva indicato in 96.387 i pazienti in lista d’attesa per un intervento chirurgico, tra cui 11.193 bambini. Il ministro aveva collegato i rinvii alle difficoltà nel garantire carburante ed energia al sistema sanitario, spiegando che gli ospedali erano stati costretti a dare priorità agli interventi più urgenti e alle prestazioni indispensabili per la sopravvivenza dei pazienti. Si tratta di dati forniti dalle autorità sanitarie cubane, non di una rilevazione statistica indipendente.

La gravità delle difficoltà ospedaliere è stata successivamente descritta anche dalle Nazioni Unite. Il 15 maggio, al termine di una missione sull’isola svolta dall’11 al 14 maggio, Edem Wosornu dell’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari e Altaf Musani dell’Organizzazione mondiale della sanità hanno riferito che oltre 100.000 pazienti, tra cui circa 11.000 bambini, erano in attesa di interventi chirurgici rinviati a causa delle interruzioni elettriche e della scarsità di forniture. La missione internazionale ha direttamente osservato le difficoltà delle strutture ospedaliere, documentando problemi nell’accesso all’acqua, nella disponibilità di energia e nella continuità dell’assistenza.

Le due comunicazioni descrivono dunque aggiornamenti successivi della stessa emergenza, e non devono essere interpretate come conteggi indipendenti di operazioni mancate. La missione OCHA-OMS ha documentato inoltre problemi che coinvolgono cure d’emergenza, banche del sangue, laboratori, programmi vaccinali e assistenza materno-infantile. I funzionari hanno spiegato che le interruzioni energetiche potevano raggiungere le venti ore in alcune aree, costringendo gli ospedali a rinviare gli interventi non urgenti e a razionare l’utilizzo delle apparecchiature. Circa cinque milioni di persone affette da malattie croniche risultavano esposte al rischio di interruzioni delle terapie, comprese migliaia di pazienti che necessitano regolarmente di chemioterapia o radioterapia.

Particolarmente delicata è la situazione delle donne in gravidanza e dei neonati. Durante la missione, i funzionari delle Nazioni Unite hanno visitato strutture nelle quali la mancanza di elettricità impediva il normale funzionamento delle pompe dell’acqua, costringendo il personale a trasportarla manualmente ai piani superiori. È un dettaglio concreto, documentato da una missione internazionale, che mostra quanto la continuità dei servizi sanitari dipenda dal funzionamento di infrastrutture spesso considerate esterne alla medicina.

L’accesso all’acqua è strettamente collegato alla disponibilità di energia. Gli impianti di pompaggio richiedono elettricità, mentre la distribuzione attraverso autobotti dipende dal carburante. Quando la rete elettrica subisce interruzioni prolungate, anche il rifornimento idrico può diventare irregolare, con conseguenze sull’igiene, sulla preparazione degli alimenti e sulla salute delle famiglie. La fragilità degli impianti e la manutenzione insufficiente contribuiscono a rendere il servizio meno affidabile, mentre l’approvvigionamento alternativo diventa più difficile proprio nei momenti in cui sarebbe maggiormente necessario.

Il blackout nazionale del 18 settembre ha mostrato quanto queste difficoltà siano ormai intrecciate. La società elettrica cubana UNE ha attribuito il collasso a problemi sulle linee di trasmissione, aggravati da condizioni meteorologiche instabili, mentre la scarsità di combustibile continuava a limitare la capacità complessiva del sistema. La testimonianza di Lidia Fernández, con la sua successione di problemi domestici, restituisce la dimensione concreta di una crisi nella quale l’assenza di elettricità si accompagna spesso alla mancanza di acqua e di combustibile per cucinare.

Le conseguenze si estendono al lavoro e alla distribuzione delle merci. Quando diminuisce la disponibilità di carburante, i mezzi pubblici possono circolare con minore regolarità e raggiungere le attività lavorative o le strutture sanitarie diventa più difficile. Le interruzioni elettriche compromettono la refrigerazione degli alimenti, mentre i trasporti irregolari possono rallentare la distribuzione dei prodotti agricoli e delle merci importate. Per le famiglie che dipendono esclusivamente da salari e pensioni in pesos cubani, la combinazione di scarsità e inflazione rende particolarmente difficile acquistare anche beni essenziali.

Visa e Mastercard: quando le sanzioni raggiungono i pagamenti quotidiani

Un esempio concreto delle conseguenze delle restrizioni finanziarie è emerso nel giugno 2026. Il 3 giugno la Banca centrale cubana ha annunciato che, a partire dal 6 giugno, le operazioni effettuate attraverso i circuiti internazionali Visa e Mastercard sarebbero state sospese dopo che un intermediario estero aveva limitato le proprie attività in seguito all’ordine esecutivo americano del 1° maggio. La vicenda, documentata da Reuters, riguardava transazioni gestite attraverso una banca straniera e Fincimex, società finanziaria collegata al conglomerato cubano GAESA, sottoposto a sanzioni statunitensi.

Washington considera GAESA una struttura attraverso la quale le autorità militari cubane controllano importanti attività economiche, comprese quelle legate al turismo e ai servizi finanziari. L’Avana respinge la ricostruzione americana e sostiene che tali attività contribuiscano allo sviluppo del Paese. Al di là delle posizioni contrapposte, il caso mostra come un provvedimento rivolto a specifici soggetti economici possa produrre conseguenze anche sui servizi di pagamento utilizzati da imprese e consumatori. Non equivale alla sospensione di ogni forma di rimessa o transazione internazionale verso Cuba, ma offre un esempio verificabile di come le restrizioni finanziarie possano incidere sul funzionamento ordinario dell’economia.

Lo scontro diplomatico e le responsabilità del governo cubano

Il dibattito delle Nazioni Unite del 27 e 28 ottobre si è svolto in un clima particolarmente teso. Le agenzie internazionali hanno documentato confronti verbali tra rappresentanti americani e cubani, mentre le delegazioni hanno contrapposto due interpretazioni profondamente differenti della crisi. Il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha accusato Washington di esercitare pressioni sui governi chiamati a votare, sostenendo che le misure americane colpiscano direttamente la popolazione attraverso le difficoltà nell’accesso a energia, alimenti e medicinali. Dopo l’approvazione della risoluzione, in una dichiarazione pubblicata su X, ha definito l’embargo una forma di «punizione collettiva», utilizzando anche il termine «genocidio». Si tratta di qualificazioni politiche attribuibili al ministro cubano, non di un accertamento giuridico internazionale.

L’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha invece contestato l’interpretazione dell’Avana, richiamando le responsabilità del governo cubano nella gestione dell’economia e nella repressione del dissenso. Washington sostiene che le restrizioni siano rivolte contro strutture e attività legate al potere statale e militare, mentre l’Avana considera la pressione economica uno strumento destinato a destabilizzare il Paese. Dopo il voto, Waltz ha espresso soddisfazione per il cambiamento di posizione di diversi Stati, citando Germania e Corea del Sud come esempi del nuovo orientamento diplomatico.

La dichiarazione pronunciata dall’Irlanda in sede ONU a nome dell’Unione europea ha richiamato entrambe le responsabilità. L’UE ha ribadito la propria contrarietà all’embargo e alle misure extraterritoriali statunitensi, riconoscendone le conseguenze negative sulla popolazione. Ha però sottolineato anche le responsabilità delle autorità cubane nella gestione dell’economia, la necessità di riforme strutturali e le proprie preoccupazioni per il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. La dichiarazione deve essere distinta dalle scelte di voto dei singoli Stati europei, che non hanno espresso una posizione uniforme sulla risoluzione.

Riconoscere gli effetti economici e umanitari delle sanzioni non significa assolvere il governo dell’Avana dalle proprie responsabilità; denunciare le inefficienze interne e le limitazioni delle libertà politiche non cancella le conseguenze documentate delle restrizioni statunitensi. Le due questioni richiedono valutazioni autonome, fondate sui provvedimenti adottati, sui dati disponibili e sulle condizioni effettive della popolazione.

Dopo il voto dell’ONU, che cosa può cambiare davvero?

La risoluzione approvata il 28 ottobre conferma che una maggioranza significativa dell’Assemblea generale continua a chiedere la fine dell’embargo, ma il calo dei consensi rispetto agli anni precedenti evidenzia una trasformazione degli equilibri diplomatici. La scelta italiana di astenersi rappresenta uno degli elementi più rilevanti per il pubblico nazionale, senza che sia possibile attribuirle motivazioni specifiche in assenza di una spiegazione ufficiale del governo.

Il pronunciamento dell’ONU non elimina le restrizioni statunitensi, mentre l’eventuale fine dell’embargo non risolverebbe automaticamente tutti i problemi economici dell’isola. Cuba dovrebbe comunque affrontare la modernizzazione delle infrastrutture, le difficoltà produttive, la scarsità di valuta e la necessità di riforme economiche capaci di migliorare le condizioni di vita. Allo stesso tempo, la prosecuzione delle sanzioni continua a incidere su determinate relazioni commerciali e finanziarie, aggiungendo ulteriori ostacoli a un’economia già fragile.

La distanza tra il voto delle Nazioni Unite e la realtà quotidiana dei cubani resta quindi considerevole. A New York i governi possono contare i voti, misurare il consenso e rivendicare risultati diplomatici. Sull’isola, invece, la crisi continua a manifestarsi nella disponibilità dei medicinali, nella possibilità di raggiungere un ospedale, nell’acquisto degli alimenti e nel funzionamento dell’acqua e dell’elettricità.

Dopo oltre sessant’anni, la questione cubana continua a essere discussa soprattutto attraverso le ragioni della politica internazionale, mentre le sue conseguenze ricadono su persone che non decidono né le sanzioni di Washington né le politiche economiche dell’Avana. Il voto del 28 ottobre ha stabilito quanti governi chiedano ancora la fine dell’embargo. Non ha cambiato, per ora, le condizioni nelle quali milioni di cubani devono affrontare il giorno successivo.

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