Cuba senza acqua e senza luce: all’Avana le proteste di donne e bambini

Una ventina di persone blocca una strada della capitale dopo oltre trenta ore senza elettricità e mesi di difficoltà nell’approvvigionamento idrico. Dietro quelle immagini, una crisi che coinvolge milioni di cubani, mette sotto pressione la sanità e compromette i servizi essenziali. Sullo sfondo, le restrizioni statunitensi e infrastrutture che da anni attendono interventi strutturali.

La bandiera cubana. Nell’ottobre 2026, la crisi energetica e la mancanza d’acqua hanno provocato nuove proteste all’Avana, mentre milioni di persone continuano ad affrontare difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali.

Ci sono momenti in cui la stanchezza assume una forma visibile, persino elementare: una strada occupata, alcune automobili costrette a fermarsi, dei bambini seduti sull’asfalto accanto alle proprie madri. È successo il 29 ottobre all’Avana, lungo calle 100, una delle principali vie di accesso alla capitale cubana, dove una ventina di donne e bambini ha manifestato dopo oltre trenta ore senza elettricità e mesi di difficoltà nell’approvvigionamento idrico. Una protesta circoscritta nelle dimensioni, ma significativa per ciò che racconta: la crescente difficoltà di garantire una quotidianità dignitosa in un Paese dove disporre di acqua corrente, conservare gli alimenti o accendere una luce è diventato, per molte famiglie, un problema ricorrente.

Gran parte dei sistemi di distribuzione dell’acqua dipende dall’alimentazione elettrica: quando manca la corrente, le pompe si fermano e il servizio può rimanere interrotto anche dopo il ripristino dell’energia. Al deterioramento delle condutture si aggiungono la scarsità di combustibile e i frequenti guasti delle centrali termoelettriche, mentre le conseguenze si estendono dalla gestione domestica alla salute pubblica. È un intreccio di problemi che le autorità cubane riconoscono e che le organizzazioni umanitarie documentano da mesi, nel quale le carenze dei servizi essenziali si trasformano in un fattore di crescente vulnerabilità sociale.

Una strada occupata, mesi di difficoltà

La manifestazione di Boyeros è stata documentata il 30 ottobre da 14ymedio, quotidiano indipendente cubano fondato dalla giornalista Yoani Sánchez. Secondo la ricostruzione della testata, le donne e i bambini provenivano da alcuni edifici residenziali vicini e avevano percorso calle Vento prima di raggiungere calle 100, nei pressi dell’incrocio con Perla. Nei filmati e nelle fotografie esaminati dal giornale, alcuni minori appaiono seduti in fila sulla carreggiata, mentre le donne rimangono in piedi accanto a loro. La circolazione viene interrotta su un lato dell’arteria, abitualmente percorsa anche dai mezzi che trasportano merci verso la capitale.

Una residente che aveva partecipato alla protesta ha affidato ai social una spiegazione ripresa da 14ymedio: «Llevábamos más de 30 horas sin corriente y la gente ya no aguantó más», ovvero erano trascorse oltre trenta ore senza elettricità e la gente non riusciva più a sopportarlo. La donna ha raccontato anche che il marito e la figlia erano malati, esprimendo il timore che i loro disturbi potessero dipendere dalla qualità dell’acqua disponibile nel quartiere. Non esiste, sulla base di questa testimonianza, un accertamento sanitario che permetta di stabilire tale collegamento, ma il racconto restituisce la preoccupazione delle famiglie costrette ad affrontare contemporaneamente la mancanza dei servizi e problemi di salute.

Le manifestazioni sono proseguite il giorno successivo in altre zone della capitale. A Baluarte, nell’area di Río Verde, alcuni residenti hanno bloccato Avenida Boyeros utilizzando contenitori dei rifiuti e altri oggetti, dopo circa quaranta ore senza elettricità e, secondo le testimonianze raccolte, oltre sette mesi di problemi nella distribuzione dell’acqua. La ricostruzione è stata pubblicata il 31 ottobre da Martí Noticias, emittente finanziata dal governo statunitense attraverso l’Office of Cuba Broadcasting. La testata ha riferito anche di proteste a Guanabacoa, nel Vedado e a Habana del Este, comprese manifestazioni con pentole e utensili, i tradizionali cacerolazos. Alcuni residenti hanno denunciato blackout fino a settantadue ore, ma le durate indicate non sono state tutte confermate attraverso registrazioni indipendenti dei singoli circuiti elettrici.

La presenza di donne e bambini non rappresenta una novità assoluta. 14ymedio ricorda analoghe manifestazioni avvenute a Regla nel luglio 2025, a calle Monte nel settembre dello stesso anno e ad Arroyo Naranjo nel settembre 2026, quando alcune madri avevano occupato le strade insieme ai figli per denunciare l’assenza di acqua ed elettricità. Non emerge, tuttavia, un coordinamento comune tra questi episodi, che vanno considerati proteste locali nate da situazioni specifiche. Per le manifestazioni del 29 e 30 ottobre, le fonti consultate non documentano arresti direttamente collegati agli episodi descritti né una risposta ufficiale circostanziata delle autorità ai singoli blocchi stradali.

L’emergenza dell’acqua riguarda milioni di persone

Le proteste dell’Avana si inseriscono in una crisi idrica che coinvolge una parte consistente della popolazione cubana. Il 24 ottobre, l’agenzia EFE ha riportato che oltre 2,7 milioni di persone erano interessate da interruzioni totali o parziali dell’approvvigionamento, secondo i dati comunicati dall’Instituto Nacional de Recursos Hidráulicos (INRH). La cifra era già stata resa nota dalle autorità nei mesi precedenti e non rappresenta quindi un incremento registrato durante le proteste di fine ottobre. La sua persistenza, tuttavia, descrive la difficoltà di superare un’emergenza nella quale i problemi energetici si sommano al deterioramento di infrastrutture essenziali.

Tra gli episodi più significativi figura la rottura della conduttura principale di Cuenca Sur, uno dei sistemi che alimentano la capitale. Secondo quanto riferito alla televisione statale da Yunior González, vicepresidente del gruppo imprenditoriale responsabile dei servizi idrici e fognari dell’INRH, il guasto aveva compromesso l’approvvigionamento di oltre 200.000 residenti di tre municipi dell’Avana. Anche dopo la riparazione, il ripristino del servizio aveva richiesto tempo per ristabilire il funzionamento degli impianti e la pressione necessaria alla distribuzione. Un problema particolarmente sentito negli edifici più alti, dove la mancanza di pressione può impedire all’acqua di raggiungere gli appartamenti dei piani superiori.

Le difficoltà delle infrastrutture sono state riconosciute pubblicamente anche dalle autorità cubane. Il 30 ottobre, Yosvany Rubí Bazail, direttore generale di Aguas de La Habana, ha illustrato i problemi provocati dai guasti alle condutture, dalle pompe ferme in attesa di ricambi importati e dall’alimentazione elettrica insufficiente. Le dichiarazioni, riportate dal quotidiano ufficiale Granma, organo del Partito comunista cubano, e riprese da CiberCuba, testata digitale della diaspora cubana, sono arrivate durante una visita al campo di pozzi Benigno, nel municipio del Cotorro. Rubí Bazail ha spiegato che erano in corso interventi per installare generatori nelle principali stazioni di pompaggio, riconoscendo tuttavia il permanere delle difficoltà legate all’emergenza energetica. Il governo ha annunciato anche un programma di alimentazione alternativa per parte degli impianti, ma la disponibilità di apparecchiature e ricambi continua a condizionarne l’attuazione.

L’acqua che manca e le conseguenze sulla salute

L’emergenza assume una dimensione ancora più preoccupante quando si osservano le condizioni sanitarie. Nell’aggiornamento umanitario dell’11 settembre 2026, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) riferiva che circa 3,2 milioni di persone a Cuba incontravano difficoltà nell’accesso ad acqua sicura. Il rapporto segnalava importanti focolai di rotavirus e norovirus, con un numero crescente di famiglie costrette a utilizzare fonti non trattate, e richiamava l’allarme dell’UNICEF sui rischi di malattie trasmesse dall’acqua, in particolare quelle diarroiche nei bambini. La stima OCHA e il dato INRH sui disservizi idrici misurano condizioni differenti e non possono essere sommati né interpretati come rilevazioni successive dello stesso fenomeno.

Il 30 settembre, un reportage di Reuters aveva già documentato le conseguenze della crisi attraverso le testimonianze raccolte all’Avana. In un edificio residenziale, l’operatrice sanitaria Yuamilka Hechavarría raccontava che gli abitanti erano rimasti per due mesi senza acqua corrente e che numerose persone avevano manifestato sintomi di malattia. Altre famiglie descrivevano la necessità di acquistare acqua da fornitori privati o di cercarla attraverso tubature danneggiate e punti di rifornimento alternativi. In una struttura sanitaria, un’infermiera spiegava come la carenza d’acqua rendesse difficile persino mantenere regolari procedure igieniche tra un paziente e l’altro. Testimonianze che non consentono di attribuire ogni infezione alla qualità dell’acqua, ma che si inseriscono nel quadro di rischio sanitario documentato dalle organizzazioni umanitarie.

Le famiglie e il tempo scandito dai blackout

La crisi entra nelle abitazioni e ne modifica profondamente i ritmi. Quando l’elettricità torna durante la notte, le famiglie devono approfittarne per ricaricare gli apparecchi, lavare i vestiti, preparare il cibo e recuperare attività sospese per ore o giorni. Nel quartiere La Yuca, a Guanabacoa, l’attivista Maritza Concepción ha raccontato a Martí Noticias che i residenti avevano ricevuto acqua per appena venti minuti dopo dieci giorni di interruzione, un intervallo insufficiente persino per riempire i serbatoi domestici. Nella stessa testimonianza ha descritto i ritorni improvvisi della corrente alle due o alle tre del mattino, quando diventa necessario interrompere il riposo per svolgere le incombenze che richiedono elettricità.

«Esto es una tortura psicológica y física que están haciendo con uno», ha dichiarato Concepción all’emittente, definendo la situazione una tortura psicologica e fisica. È una descrizione soggettiva, legata alla sua esperienza e a quella della comunità di cui parla, che restituisce però una dimensione difficilmente esprimibile attraverso i soli dati sulla produzione energetica. La mancanza di servizi impone una continua riorganizzazione della vita familiare e riduce la possibilità di programmare anche le attività più semplici, dal bucato alla preparazione di un pasto. Per chi deve assistere bambini, anziani o persone malate, questa incertezza si traduce in un carico ulteriore di lavoro e responsabilità.

Le conseguenze non sono uguali per tutti. Le famiglie che dispongono di risorse economiche possono ricorrere, almeno parzialmente, a batterie, generatori, sistemi solari o forniture private di acqua, mentre chi ha redditi più bassi dispone di alternative limitate. Per le persone anziane che vivono sole o hanno difficoltà motorie, procurarsi e trasportare taniche può rappresentare un ostacolo ulteriore; per chi necessita di assistenza continuativa, l’assenza di elettricità rischia di interferire con cure e apparecchiature mediche. La crisi accentua così disuguaglianze preesistenti, rendendo più vulnerabili le persone che hanno minori possibilità di proteggersi dalle interruzioni dei servizi.

Una rete elettrica che fatica a sostenere la domanda

La gravità dell’emergenza trova conferma nei dati diffusi dalla Unión Eléctrica de Cuba (UNE). Il 30 ottobre la massima potenza non servita per insufficiente capacità di generazione ha raggiunto 2.039 megawatt (MW), secondo il bilancio comunicato dall’azienda statale. Per il picco dei consumi del 31 ottobre, la UNE prevedeva invece una disponibilità di 1.020 MW a fronte di una domanda di 2.800 MW, con una potenza non servita prevista di 1.810 MW. I valori, ripresi da Directorio Cubano, distinguono il massimo effettivamente registrato il giorno precedente dalla previsione relativa alla giornata successiva.

Nella capitale, alle sei del mattino del 31 ottobre, la Empresa Eléctrica de La Habana segnalava 116 circuiti senza servizio, mentre uno di quelli situati a Habana del Este aveva accumulato oltre 47 ore di interruzioni, secondo i dati aziendali ricostruiti da El Alambique. Le ore accumulate da un circuito non dimostrano necessariamente che ogni abitazione servita sia rimasta continuamente senza elettricità per l’intero intervallo. Il quadro resta comunque quello di una rete nazionale caratterizzata da una capacità di produzione insufficiente, nella quale i guasti alle centrali termoelettriche e gli interventi di manutenzione si sommano alla scarsità di combustibile.

La fragilità del sistema ha prodotto ripetute emergenze nel corso del 2026. Il 18 settembre, un nuovo collasso della rete elettrica nazionale aveva lasciato milioni di persone senza corrente, come documentato da Reuters. L’invecchiamento degli impianti, le difficoltà nella manutenzione e la dipendenza dai combustibili fossili contribuiscono a spiegare una crisi che non può essere risolta attraverso il solo ripristino delle unità temporaneamente fuori servizio. Gli investimenti nelle fonti rinnovabili e gli interventi annunciati dalle autorità rappresentano tentativi di diversificare la produzione, ma la capacità disponibile continua a risultare insufficiente rispetto alla domanda.

Le restrizioni statunitensi e le responsabilità del governo cubano

La pressione americana sulle forniture energetiche destinate all’isola si è intensificata all’inizio del 2026. Il 29 gennaio, il presidente Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo 14380, che istituisce un meccanismo per imporre eventuali dazi aggiuntivi sulle importazioni statunitensi provenienti da Paesi che vendono o forniscono petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente. La misura, illustrata anche dalla Casa Bianca, non stabilisce automaticamente tariffe per ogni fornitore, ma introduce un rischio commerciale per gli Stati che mantengono rapporti petroliferi con l’Avana. La misura introduceva così un ulteriore elemento di incertezza per i Paesi fornitori, in un momento in cui la disponibilità di combustibile sull’isola era già insufficiente.

Tra le misure più recenti figura il sequestro, annunciato dalle autorità statunitensi il 7 ottobre, di 90 spedizioni di biodiesel dirette a Cuba, per un valore complessivo prossimo ai tre milioni di dollari. Secondo Reuters, Washington ha sostenuto che il combustibile fosse destinato a ENETEC S.A., società statale cubana già sottoposta a sanzioni, e ha presentato l’operazione come un intervento contro esportazioni considerate illegali. Il 12 ottobre, tuttavia, il ministro cubano dell’Energia e delle Miniere, Vicente de la O Levy, ha negato a Reuters l’esistenza di contratti con ENETEC relativi ai carichi sequestrati. L’episodio illustra l’inasprimento dei controlli americani, ma il suo valore economico non consente, da solo, di spiegare la dimensione del deficit elettrico nazionale.

Le conseguenze umanitarie della crisi energetica sono state richiamate anche dalle Nazioni Unite. Il 1° maggio, in un intervento pubblicato dall’ONU, il coordinatore residente a Cuba, Francisco Pichón, aveva spiegato come la carenza di combustibile potesse compromettere il funzionamento degli ospedali, il trasporto dei pazienti, l’approvvigionamento idrico e l’assistenza a donne in gravidanza, neonati e persone con patologie croniche. La disponibilità di elettricità e carburante, sottolineava, è indispensabile per garantire la continuità dei servizi sanitari e delle operazioni umanitarie, in un Paese nel quale la progressiva riduzione delle risorse rischia di mettere in difficoltà anche gli interventi più urgenti.

Alle restrizioni esterne si sommano tuttavia problemi strutturali che precedono l’ultima stretta statunitense. L’insufficiente manutenzione delle infrastrutture, la dipendenza da impianti obsoleti, la carenza di investimenti e le difficoltà nella gestione delle risorse disponibili costituiscono responsabilità interne che non possono essere ignorate. Le stesse dichiarazioni delle autorità cubane sui guasti alle condutture, sulle pompe ferme e sulle necessità di ammodernamento confermano che il deterioramento dei servizi pubblici è un elemento centrale della crisi. Le pressioni economiche esterne aggravano condizioni già fragili, mentre il governo cubano mantiene la responsabilità delle proprie politiche e del funzionamento dei servizi essenziali. Sono dimensioni differenti, ma entrambe necessarie per comprendere la situazione della popolazione.

Il 28 ottobre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una nuova risoluzione che chiede la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba, con 130 voti favorevoli, 17 contrari e 25 astensioni, secondo il verbale ufficiale della seduta. Durante il dibattito, diverse delegazioni hanno richiamato le conseguenze umanitarie delle restrizioni; altre hanno sottolineato che il sostegno alla fine dell’embargo non equivale a un’approvazione delle politiche interne cubane. La risoluzione non è vincolante e non modifica nell’immediato il quadro delle misure americane, ma conferma quanto il rapporto tra Washington e L’Avana continui a influenzare il confronto internazionale sulle condizioni economiche e sociali dell’isola.

Quando l’emergenza diventa quotidianità

Le proteste di Boyeros e degli altri quartieri dell’Avana si inseriscono in una realtà nella quale le interruzioni dei servizi essenziali hanno progressivamente perso il carattere dell’eccezionalità. Per molte famiglie, organizzare una giornata significa ormai adattarsi agli orari imprevedibili dell’elettricità, cercare acqua, preservare gli alimenti e affrontare le difficoltà di una distribuzione irregolare. Le manifestazioni assumono inevitabilmente anche un significato politico, in un Paese dove esprimere pubblicamente il dissenso può comportare conseguenze, ma le testimonianze raccolte non consentono di attribuire a tutti i partecipanti gli stessi orientamenti o le medesime rivendicazioni. La richiesta immediata rimane quella di poter disporre di servizi fondamentali, mentre il malcontento cresce davanti a problemi che continuano a ripresentarsi senza soluzioni definitive.

Sulla calle 100, il 29 ottobre, c’erano una ventina di persone, non una folla capace di paralizzare l’intera capitale. Eppure, in quella piccola protesta, le difficoltà raccontate dai dati nazionali hanno assunto una forma concreta: donne che cercano una risposta per le proprie famiglie, bambini seduti sulla carreggiata e un traffico interrotto per chiedere acqua ed elettricità. Dietro quei pochi metri di strada occupata c’è la dimensione di una crisi che coinvolge milioni di cubani, mentre la possibilità di lavarsi, cucinare, curarsi e conservare il cibo continua a dipendere da servizi il cui funzionamento rimane incerto.

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