EU Kids Act: l’Europa prova a riprendersi l’infanzia

La Commissione europea ha adottato una proposta legislativa che introduce nuove regole per l’accesso dei minori ai social media e sposta sulle piattaforme l’onere di dimostrare che i loro ambienti digitali siano sicuri. Dietro le soglie anagrafiche, però, c’è una questione molto più grande: quanto spazio siamo disposti a lasciare alle piattaforme nella vita, nell’attenzione e nella crescita dei ragazzi.

Un adolescente utilizza uno smartphone. Con l’EU Kids Act la Commissione europea propone nuove regole per l’accesso dei minori ai social media e maggiori responsabilità per le piattaforme digitali. Foto: Karolina Grabowska / Pexels.

«Non si tratta dell’accesso dei nostri minori ai social media. Si tratta di quando e come permettiamo ai social media di accedere ai nostri minori». Ursula von der Leyen ha scelto questa frase nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, ed è probabilmente quella destinata a diventare il cuore politico dell’EU Kids Act: un ribaltamento di prospettiva che sposta la domanda dal comportamento dei ragazzi alla responsabilità degli adulti, delle istituzioni e soprattutto delle aziende tecnologiche che progettano gli spazi nei quali una parte sempre più grande dell’adolescenza viene vissuta.

Il giorno successivo, 17 settembre 2026, la Commissione europea ha adottato la proposta legislativa. Non è quindi una legge già entrata in vigore: il testo dovrà affrontare il percorso legislativo europeo e potrà essere modificato durante il negoziato. Ma la direzione politica indicata da Bruxelles è già molto netta: nessun accesso ai social media sotto i 13 anni; tra i 13 e i 15 anni soltanto mini-account creati e supervisionati dai genitori, con funzionalità limitate; nessun account personale prima dei 15 anni; tra i 15 e i 18 anni obbligo per le piattaforme di adottare un design sicuro. Soprattutto, la Commissione vuole invertire l’onere della prova: non dovranno più essere soltanto le istituzioni a dimostrare che un servizio può danneggiare i minori, saranno le piattaforme a dover dimostrare di essere sicure per loro.

È questo passaggio, più ancora delle soglie anagrafiche, a raccontare il cambio di paradigma. Per anni la sicurezza digitale dei ragazzi è stata costruita intorno a un lessico familiare: educare, controllare, impostare limiti, insegnare a riconoscere i pericoli, chiedere ai genitori di sorvegliare. Tutto necessario, ma insufficiente quando dall’altra parte ci sono prodotti progettati da aziende globali, capaci di utilizzare quantità enormi di dati e meccanismi sofisticati per trattenere l’attenzione. Con l’EU Kids Act, Bruxelles prova a spostare una parte di quella responsabilità a monte, dentro il modo stesso in cui le piattaforme vengono costruite.

Una generazione che vive anche online

Per comprendere perché l’Europa sia arrivata fin qui bisogna evitare una rappresentazione semplicistica del rapporto tra adolescenti e tecnologia. Il problema non è lo smartphone in sé, né può essere raccontato contrapponendo un’infanzia idealizzata e analogica a una generazione incapace di staccarsi dallo schermo. Per milioni di ragazzi lo spazio digitale è uno spazio reale di socializzazione, informazione, scoperta, appartenenza e costruzione dell’identità, e proprio per questo ciò che accade al suo interno non può essere considerato meno importante di ciò che accade fuori.

I dati dell’Organizzazione mondiale della sanità mostrano però una trasformazione che merita attenzione. Lo studio HBSC, condotto nel 2022 su quasi 280.000 ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni dell’Europa, dell’Asia centrale e del Canada, ha rilevato che la percentuale di adolescenti con un uso definito problematico dei social media è passata dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022, raggiungendo il 13% tra le ragazze contro il 9% tra i ragazzi. Per uso problematico l’OMS non intende semplicemente trascorrere molto tempo online, ma un modello caratterizzato da sintomi simili a quelli delle dipendenze comportamentali: difficoltà nel controllo dell’utilizzo, disagio quando non si può accedere ai social, progressivo abbandono di altre attività e conseguenze negative nella vita quotidiana.

Il rapporto, pubblicato nel settembre 2024 sulla base dei dati raccolti nel 2022, invita però alla stessa cautela necessaria in tutto il dibattito sulla salute mentale dei giovani: una correlazione non dimostra automaticamente un rapporto di causa ed effetto. L’esperienza digitale può produrre effetti differenti a seconda della persona, del contesto, delle vulnerabilità preesistenti e del tipo di utilizzo; inoltre, per molti adolescenti i social rappresentano anche una fonte di sostegno, relazione e connessione con i coetanei. Il punto, dunque, non è demonizzare la vita online, ma interrogarsi sulle condizioni nelle quali quella vita viene progettata e vissuta.

Oléa, 14 anni

Nel discorso sullo Stato dell’Unione von der Leyen ha scelto di dare un volto a questa discussione. Si chiamava Oléa, aveva 14 anni e viveva in Belgio. La presidente della Commissione ha raccontato che la ragazza si era tolta la vita esattamente un mese prima e l’ha descritta come vittima di bullismo online, riportando poi le parole della madre, convinta che senza la presenza pervasiva dei social sua figlia sarebbe ancora viva.

È una testimonianza che spiega la forza emotiva con cui il tema è entrato nel discorso politico europeo, ma deve essere raccontata senza trasformare una tragedia individuale in una dimostrazione scientifica. Il suicidio è un fenomeno complesso e multifattoriale e nessun singolo elemento consente, da solo, di stabilire una relazione causale. Questo non riduce la gravità del cyberbullismo né il peso che può assumere nella vita di un adolescente; significa piuttosto evitare che il dolore di una famiglia venga utilizzato per costruire una spiegazione più semplice di quanto la realtà consenta.

Ed è proprio questa complessità a rendere importante il passaggio successivo compiuto dalla Commissione: non fermarsi alla storia di Oléa, ma chiedere direttamente ai ragazzi che cosa vedono quando guardano il mondo digitale nel quale trascorrono una parte delle proprie giornate.

Quando a parlare sono i ragazzi

Nell’aprile 2026 la Commissione europea ha coinvolto quasi 5.000 bambini e adolescenti di tutti gli Stati membri attraverso la EU Children’s Participation Platform, chiedendo loro che cosa dovrebbe cambiare nell’ambiente digitale. La consultazione riguardava in particolare il futuro Digital Fairness Act, ma i risultati aiutano a comprendere il contesto nel quale nasce anche l’EU Kids Act.

Le risposte sono meno semplicistiche di quanto potrebbe suggerire il dibattito pubblico. Il 48% ha chiesto regole contro le caratteristiche progettate per mantenere gli utenti online più a lungo; il 58% una maggiore protezione dalla pubblicità e dai prezzi personalizzati; il 69% ritiene che gli influencer dovrebbero poter promuovere ai minori soltanto prodotti sicuri e appropriati; il 72% è favorevole a qualche forma di verifica dell’età sui social media.

È un passaggio importante perché impedisce di raccontare l’EU Kids Act semplicemente come una battaglia degli adulti contro gli smartphone dei figli. Una parte consistente dei ragazzi chiede essa stessa maggiore protezione, pur continuando a considerare il digitale parte integrante della propria vita. Non chiede necessariamente di essere esclusa dalla rete: chiede che la rete nella quale entra sia costruita con regole diverse.

Cyberbullismo, abusi e immagini create con l’intelligenza artificiale

C’è poi una dimensione ancora più grave, nella quale la distinzione tra vita online e vita reale diventa quasi impossibile. Il 3 settembre UNICEF ha pubblicato Through Children’s Eyes: How Digital Technologies Enable Child Sexual Abuse, una delle più ampie ricerche disponibili sullo sfruttamento e sull’abuso sessuale dei minori facilitati dalla tecnologia. Il rapporto utilizza indagini rappresentative condotte su circa 21.000 ragazzi tra i 12 e i 17 anni che utilizzano Internet in 21 Paesi, insieme a cento interviste approfondite con giovani sopravvissuti ad abusi durante l’infanzia.

La stima è enorme: 20 milioni di bambini e adolescenti tra i 12 e i 17 anni, quasi uno su cinque tra gli utenti Internet della stessa fascia d’età nei 21 Paesi analizzati, hanno subito almeno una forma di sfruttamento o abuso sessuale facilitato dalla tecnologia nell’arco di un anno. Oltre 15 milioni sono stati esposti a contenuti sessuali indesiderati, a 9 milioni è stato chiesto contro la loro volontà di partecipare a conversazioni sessuali o condividere immagini intime e 4 milioni hanno visto diffondere proprie immagini sessuali senza consenso. Quasi il 60% degli episodi si è verificato sulle principali piattaforme social e il 14% nei giochi online.

Sono numeri sui quali BGTalks si è soffermato già raccontando il rapporto UNICEF. Ma c’è un altro dato che aiuta a capire perché la responsabilità della protezione non possa essere affidata soltanto ai ragazzi: più di quattro casi su dieci non vengono raccontati a nessuno e meno dell’1% viene segnalato alla polizia, a un assistente sociale o a una linea di aiuto.

La conclusione più importante non riguarda quindi soltanto la dimensione del fenomeno, ma la distribuzione delle responsabilità: non si può chiedere ai ragazzi di diventare l’unica barriera tra loro stessi e sistemi digitali nei quali possono essere raggiunti, manipolati, ricattati o abusati.

La ricerca aggiunge un elemento relativamente nuovo e particolarmente inquietante: nel secondo ciclo di Disrupting Harm, condotto nel 2024-2025 in nove Paesi, circa 1,1 milioni di minori risultano aver riferito esperienze legate a immagini o video sessuali generati o manipolati attraverso l’intelligenza artificiale che li rappresentavano. È importante tenere separata questa stima da quella dei 20 milioni: la prima riguarda i nove Paesi del secondo ciclo della ricerca, la seconda l’insieme dei 21 Paesi analizzati nei due cicli, quindi non descrivono lo stesso campione.

Il rapporto UNICEF rileva inoltre che i ragazzi che avevano subito sfruttamento o abuso sessuale facilitato dalla tecnologia presentavano una probabilità quattro volte maggiore di riferire pensieri e comportamenti suicidari e quattro volte maggiore di riferire autolesionismo rispetto ai coetanei. Anche in questo caso il dato descrive un’associazione estremamente preoccupante, non dimostra che l’abuso digitale sia da solo la causa di quei comportamenti; indica però quanto le esperienze vissute online possano intrecciarsi con la salute emotiva, il senso di sicurezza e la vita quotidiana di un adolescente.

Dalla protezione alla responsabilità

È qui che il discorso europeo e i dati UNICEF finiscono per incontrarsi. Von der Leyen ha detto che l’Europa non deve accettare caratteristiche progettate per creare dipendenza, né che i bambini vengano progressivamente trascinati verso contenuti sempre più estremi, né che fotografie di ragazze vengano utilizzate per produrre immagini sessualizzate attraverso l’intelligenza artificiale. Da qui nasce l’idea più ambiziosa dell’EU Kids Act: spostare almeno una parte della responsabilità dal comportamento del minore all’architettura della piattaforma.

È una differenza sostanziale. Dire a un adolescente di non trascorrere troppo tempo sui social interviene sul suo comportamento; impedire a una piattaforma di utilizzare meccanismi progettati per massimizzare compulsivamente il tempo trascorso online interviene sul prodotto. Insegnare a una ragazza a proteggere le proprie fotografie è educazione digitale; obbligare una piattaforma a predisporre sistemi capaci di ridurre il rischio che quelle fotografie vengano trasformate in materiale sessuale sintetico significa introdurre responsabilità industriale e normativa. Le due cose possono convivere, ma non possono più essere considerate equivalenti.

Il problema che resta: sapere quanti anni abbiamo senza sapere chi siamo

Qualunque sistema fondato su soglie anagrafiche incontra però una domanda inevitabile: come può una piattaforma sapere se davanti allo schermo c’è un dodicenne, un quattordicenne o un adulto?

La verifica dell’età è uno dei nodi più delicati dell’intero sistema perché mette in tensione due diritti che l’Europa deve proteggere contemporaneamente: la sicurezza dei minori e la privacy degli utenti. Un sistema inefficace renderebbe facilmente aggirabili i limiti; un sistema eccessivamente invasivo potrebbe invece trasformare l’accesso ai servizi digitali in un processo di identificazione generalizzata, creando nuove quantità di dati sensibili da conservare e proteggere.

È anche per questo che il 72% dei ragazzi consultati dalla Commissione favorevole a qualche forma di verifica dell’età rappresenta un dato significativo, ma non risolve il problema tecnico e politico: essere favorevoli a dimostrare di avere l’età necessaria non equivale necessariamente ad accettare di consegnare un documento d’identità a ogni piattaforma.

Proteggere senza cancellare

C’è infine una questione che nessuna soglia anagrafica può risolvere da sola. Per alcuni adolescenti Internet non è soltanto un luogo dal quale proteggersi, ma anche quello nel quale riescono per la prima volta a trovare parole per descriversi, persone che condividono la loro esperienza o comunità che non esistono nell’ambiente nel quale vivono. Può essere così per un adolescente LGBTQIA+ che cerca informazioni sulla propria identità, per una ragazza che prova a capire se ciò che sta vivendo in una relazione è abuso, per un giovane con disabilità che trova online una comunità di persone con esperienze simili, per chi vive isolamento, discriminazione o semplicemente non riesce ancora a parlare con gli adulti che ha accanto.

Per questo la sfida europea sarà molto più complessa che stabilire a quale compleanno consegnare le chiavi di un account. Proteggere i minori significa ridurre l’esposizione ad abusi, manipolazione, design compulsivo e contenuti dannosi senza trasformare la sicurezza in isolamento; significa riconoscere che esistono età diverse, vulnerabilità diverse e bisogni diversi, ma soprattutto significa smettere di considerare bambini e adolescenti come gli unici responsabili della propria sicurezza digitale.

L’EU Kids Act è ancora una proposta e il suo contenuto potrà cambiare durante il percorso legislativo. Sarà necessario capire come verrà costruita la verifica dell’età, quali obblighi saranno realmente imposti alle piattaforme, quali garanzie verranno introdotte per la privacy e quanto efficaci saranno i meccanismi di controllo. Ma il principio dal quale l’Europa ha deciso di partire merita di essere osservato con attenzione: se una parte dell’infanzia e dell’adolescenza si svolge ormai negli spazi digitali, quegli spazi non possono essere progettati come se bambini e ragazzi fossero semplicemente utenti più piccoli di un prodotto costruito per gli adulti.

Ed è forse qui che il ribaltamento proposto da von der Leyen acquista il suo significato più profondo. La domanda non è soltanto quando un ragazzo sia abbastanza grande per entrare nei social media. È quanto sicuri debbano diventare i social media prima di poter entrare nella vita di un ragazzo.

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