I giovani che cambiano il mondo. L’Italia ci crede davvero?
Da Kimi Antonelli a Jannik Sinner, dagli idoli della musica alle storie di solidarietà. Mentre le cronache raccontano violenza e disagio, tanti altri ragazzi costruiscono il proprio futuro, spesso lontano dai riflettori. Ma quali esempi offriamo alle nuove generazioni e quanto siamo capaci di riconoscere il loro valore?

Due immagini, una generazione
A vent’anni, Andrea Kimi Antonelli è diventato campione del mondo di Formula 1. Domenica 1° novembre 2026, sul circuito di Città del Messico, il pilota bolognese della Mercedes ha conquistato il titolo più prestigioso dell’automobilismo, diventando il più giovane iridato nella storia della competizione, come confermato dalla Federazione Internazionale dell’Automobile, e riportando l’Italia sul trono mondiale settantatré anni dopo Alberto Ascari. Il terzo posto nel Gran Premio del Messico gli è bastato per coronare una stagione straordinaria, costruita attraverso anni di allenamenti e una fiducia che la sua scuderia gli ha accordato quando era ancora adolescente. È la storia di un talento che ha incontrato le persone e le condizioni necessarie per trasformare un sogno in realtà.
Due settimane prima, Milano aveva mostrato immagini completamente diverse. Il 17 ottobre una manifestazione contro il carovita, il costo dei carburanti e la pressione fiscale, nell’ambito della mobilitazione di Italia in Piazza, era stata segnata da violenti scontri con le forze dell’ordine. Il corteo, iniziato pacificamente, aveva lasciato spazio a disordini nel centro della città, con vetrine infrante, barricate e lanci di oggetti contro gli agenti. Le violenze erano proseguite anche domenica 18 ottobre, quando gruppi di giovanissimi avevano partecipato a saccheggi e aggressioni. Come ricostruito da BGTalks nell’approfondimento del 19 ottobre, nella sola giornata di domenica 220 minorenni erano stati accompagnati in questura su 271 persone complessive. Un dato che non equivale al numero degli arresti e che restituisce le dimensioni del coinvolgimento giovanile. Fatti gravi, che richiedono responsabilità individuali e risposte adeguate, senza essere attribuiti indiscriminatamente a tutti i partecipanti alle manifestazioni.
Fra il ventenne che conquista il mondo e i ragazzi coinvolti nelle devastazioni esiste infatti un’Italia immensamente più grande. È popolata da giovani che studiano, coltivano passioni, lavorano, partecipano alla vita delle proprie comunità e cercano di costruire un futuro, spesso affrontando difficoltà che non trovano spazio nel racconto pubblico. Alcuni raggiungono risultati straordinari, altri si distinguono attraverso gesti quotidiani di responsabilità, molti stanno ancora cercando la propria strada. Eppure queste esperienze rischiano di rimanere invisibili, schiacciate fra il clamore delle imprese sportive e quello dei comportamenti più distruttivi. La domanda, allora, non riguarda soltanto i ragazzi, ma anche gli adulti: quali esempi rendiamo visibili, quali valori trasmettiamo e quanto siamo disposti a investire sulle generazioni che verranno?
Lo sport, da ieri a oggi: il valore di un esempio
L’Italia ha già conosciuto campioni capaci di affermarsi giovanissimi sulla scena mondiale. Alberto Tomba aveva ventun anni quando conquistò due medaglie d’oro ai Giochi olimpici invernali di Calgary del 1988; Valentino Rossi ne aveva diciotto al momento del suo primo titolo mondiale nel motociclismo, nel 1997; Federica Pellegrini era appena sedicenne quando salì sul podio olimpico ad Atene nel 2004, prima di conquistare l’oro a Pechino quattro anni più tardi. Le loro imprese hanno accompagnato intere generazioni, offrendo ai ragazzi figure nelle quali riconoscere determinazione, ambizione e capacità di affrontare sfide apparentemente impossibili. Il loro successo entrava nelle case e nell’immaginario collettivo, diventando parte del racconto di un Paese.
Oggi quella tradizione prosegue attraverso protagonisti e discipline differenti. Jannik Sinner, venticinque anni, è fra i grandi protagonisti del tennis internazionale; Mattia Furlani, nato nel 2005, ha conquistato nel 2025 il titolo mondiale del salto in lungo sia indoor sia all’aperto, dopo il bronzo olimpico di Parigi. Sara Curtis, vent’anni, è campionessa europea e primatista mondiale dei 50 metri dorso. Nadia Battocletti ha conquistato un argento olimpico nei 10.000 metri a Parigi 2024, mentre la ginnasta Manila Esposito, classe 2006, è salita due volte sul podio nella stessa edizione dei Giochi. E c’è la giovanissima velocista Kelly Doualla, che ha già cominciato ad affermarsi nell’atletica internazionale giovanile.
Dietro quei risultati esiste qualcosa che merita più attenzione delle classifiche. Il talento è indispensabile, ma non sostituisce la continuità, l’allenamento, la capacità di accettare le sconfitte e il rispetto degli avversari. La vittoria non rende automaticamente uno sportivo un esempio morale: sono i comportamenti a dare significato alla notorietà. E sono soprattutto i percorsi, con le difficoltà che li accompagnano, a poter offrire ai ragazzi riferimenti concreti. Lo sport mostra quanto sia importante avere qualcuno che riconosca una capacità, sappia accompagnarla senza soffocarla e continui a crederci anche quando i risultati tardano ad arrivare.
La storia di Sara Curtis aggiunge un elemento significativo. La nuotatrice piemontese ha scelto di allenarsi e studiare all’Università della Virginia, negli Stati Uniti, dove prosegue il proprio percorso sportivo e universitario. Il 13 agosto 2026, ai Campionati europei di Parigi, ha conquistato l’oro nei 50 metri dorso stabilendo il record mondiale di 26″56, migliorando il primato di 26″63 che aveva fissato il giorno precedente in semifinale, come confermato dall’ateneo americano. La sua esperienza racconta un talento italiano che si afferma sulla scena internazionale, ma anche la possibilità di crescere attraverso un sistema universitario nel quale la formazione accademica e quella sportiva possono procedere insieme. Una scelta personale che apre una domanda più ampia: quanti ragazzi italiani trovano nel proprio Paese le condizioni necessarie per sviluppare pienamente le loro capacità?
La musica, gli idoli e il bisogno di riconoscersi
Se lo sport offre modelli legati alla competizione e alla capacità di superare i propri limiti, la musica entra in una dimensione ancora più intima. Le canzoni accompagnano l’adolescenza, danno parole alla rabbia, alla solitudine, all’amore e al bisogno di appartenenza. Un cantante può diventare il riferimento attraverso il quale un ragazzo comprende un’emozione o trova il coraggio di esprimere qualcosa che fino a quel momento aveva tenuto per sé. Gli artisti non sono soltanto idoli: influenzano linguaggi, atteggiamenti e modi di vivere le relazioni. Un ruolo che la musica esercita da generazioni, ma che oggi assume una dimensione particolare attraverso la presenza quotidiana dei protagonisti sulle piattaforme digitali.
Da Vasco Rossi a Laura Pausini, dal rock al pop fino all’hip hop, ogni generazione ha trovato nella musica una rappresentazione delle proprie inquietudini e aspirazioni. Quello che è cambiato è il rapporto con gli artisti: un tempo erano soprattutto le canzoni, la radio, la televisione e i concerti a costruire il legame con il pubblico, mentre oggi i social permettono di seguire continuamente chi si ammira. La distanza sembra essersi ridotta e le dichiarazioni pubbliche diventano parte integrante dell’immagine dell’artista. Per un adolescente, sentirsi rappresentato può significare scoprire che la propria esperienza non è isolata, soprattutto quando riguarda difficoltà delle quali si parla poco in famiglia o a scuola.
Ghali, cresciuto a Milano in una famiglia di origini tunisine, ha portato nella propria musica questioni come l’identità, l’appartenenza e il rapporto con le proprie radici culturali. Attraverso il suo percorso ha contribuito a rendere visibile un’Italia nella quale molti giovani crescono fra riferimenti differenti, senza riconoscersi nelle rappresentazioni tradizionali dell’identità nazionale. La sua presa di posizione sulla guerra a Gaza durante Sanremo 2024 ha suscitato un confronto pubblico che ha mostrato quanto la musica possa entrare anche nel dibattito politico e sociale. La sua esperienza racconta l’importanza di riconoscersi in figure pubbliche che esprimono identità e storie fino a pochi anni fa meno presenti sulla scena musicale italiana.
Un’altra testimonianza significativa è quella di BigMama, che nel febbraio 2024 ha parlato davanti a circa duemila studenti nell’aula dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La cantante ha raccontato il bullismo e le discriminazioni subiti durante l’adolescenza, le difficoltà nel rapporto con il proprio corpo e la sofferenza provocata dai giudizi degli altri. «La musica mi ha salvata davvero», ha dichiarato, ripercorrendo il percorso che l’aveva portata a trasformare esperienze dolorose in espressione artistica. Le sue parole, riportate da Sky TG24, hanno mostrato come una figura pubblica possa aiutare un ragazzo a sentirsi meno solo, rendendo visibili fragilità che troppo spesso vengono nascoste per paura del giudizio.
L’influenza degli artisti può assumere anche forme controverse. Nella musica contemporanea convivono denuncia sociale, provocazione, racconti di marginalità, ostentazione della ricchezza e rappresentazioni aggressive delle relazioni. Il rap e la trap, spesso al centro delle discussioni pubbliche, comprendono esperienze artistiche molto differenti: rappresentare la violenza in una canzone non significa necessariamente approvarla, né ascoltare determinati brani rende automaticamente violenti. Piuttosto che condannare generi interi, gli adulti dovrebbero interrogarsi sul motivo per cui certi messaggi conquistino tanta attenzione, imparando ad ascoltare i giovani e aiutandoli a distinguere il linguaggio artistico dai comportamenti della vita reale.
Le storie che non diventano famose
Non tutte le capacità hanno bisogno di un palcoscenico. Esiste un’Italia di giovani che si distingue attraverso l’impegno civile, la solidarietà e la capacità di prendersi cura degli altri, spesso senza ottenere una notorietà paragonabile a quella dei protagonisti dello sport o dello spettacolo. Il 7 maggio 2026 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha consegnato ventotto attestati di Alfiere della Repubblica a ragazzi riconosciuti per comportamenti ispirati al senso civico e all’altruismo. Fra loro Emanuele Amodio, premiato per l’amicizia e il sostegno offerti a un compagno con disabilità, Antonio Bertoli, impegnato in un progetto dedicato a ragazzi con autismo, e Noa Thuy Bertuccioli, distintasi per la propria attività di volontariato. Esperienze diverse, accomunate dalla capacità di trasformare l’attenzione verso gli altri in gesti concreti.
Il Servizio civile universale offre una dimensione più ampia di questa partecipazione. Secondo i dati del Dipartimento per le Politiche Giovanili, nel 2025 sono stati avviati 51.450 giovani, dei quali 1.196 impegnati in progetti all’estero. Molti hanno lavorato nell’assistenza, nell’educazione, nella cultura e nella tutela dell’ambiente, entrando in contatto con persone e realtà sociali distanti dalla propria esperienza quotidiana. Sofia Imparato, raccontando il 28 maggio 2024 il proprio anno presso un banco alimentare, ha spiegato di aver scoperto quanto il lavoro di assistenza potesse incidere sulla vita delle persone in difficoltà. Un’esperienza che, nelle sue parole, le ha insegnato a collaborare con i colleghi e a guardare con maggiore consapevolezza alle condizioni di chi vive situazioni di vulnerabilità.
In un periodo nel quale si parla molto di giovani e violenza, merita attenzione anche chi lavora per contrastarla attraverso l’educazione. Ginevra Castelli, in una testimonianza pubblicata l’8 settembre 2026 dal Dipartimento per le Politiche Giovanili, ha raccontato il proprio percorso nel progetto di Servizio civile Mi ti affido, abbi cura di me, dedicato alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere. Durante l’anno di attività ha contribuito all’organizzazione di incontri nelle scuole e iniziative di sensibilizzazione sul rispetto, sulle relazioni e sui comportamenti che possono trasformarsi in controllo o sopraffazione. Un’esperienza che le ha permesso di comprendere quanto la prevenzione richieda un lavoro quotidiano, fatto di ascolto e attenzione ai segnali che precedono la violenza. Un impegno che non produce medaglie né notorietà, ma contribuisce a costruire una cultura del rispetto e meriterebbe maggiore visibilità.
Gli adulti devono interrogarsi sui propri esempi
Il dibattito sulle nuove generazioni tende spesso a partire da ciò che i ragazzi non fanno, non rispettano o non comprendono. Si parla di aggressività, superficialità, dipendenza dai social, difficoltà ad accettare le regole e mancanza di spirito di sacrificio, come se i giovani vivessero in una società separata da quella degli adulti. Eppure osservano quotidianamente il linguaggio della politica, il modo in cui vengono affrontati i conflitti, le relazioni nei luoghi di lavoro e il trattamento riservato alle persone più vulnerabili. La distanza fra i principi dichiarati e i comportamenti concreti può insegnare molto più di qualsiasi discorso educativo.
Il mea culpa dovrebbe quindi partire da chi ha maggiori responsabilità. Dalle istituzioni, dalle famiglie, dalla scuola, dal mondo economico e da chi esercita un’influenza pubblica. Non significa giustificare la violenza o sottrarre i ragazzi alle conseguenze delle proprie azioni, ma riconoscere che l’educazione non si esaurisce nella richiesta di rispettare le regole. I valori devono trovare una corrispondenza nei comportamenti di chi li trasmette, perché sarebbe difficile pretendere fiducia, correttezza e senso civico senza dimostrarli quotidianamente. E gli esempi positivi, per essere davvero tali, devono esistere anche fuori dai momenti nei quali diventano convenienti o suscitano consenso.
Anche l’informazione contribuisce a costruire i modelli di riferimento. Le violenze di Milano meritano spazio, indagini e approfondimenti, ma non possono diventare l’unica rappresentazione di una generazione. Raccontare ragazzi come Emanuele Amodio, Sofia Imparato o Ginevra Castelli non significa cercare un contrappeso consolatorio alle notizie negative. Significa offrire una visione più completa della società, nella quale trovino spazio anche le persone che costruiscono relazioni, affrontano problemi e lavorano per migliorare la vita delle proprie comunità. Il modo in cui scegliamo di raccontare i giovani contribuisce inevitabilmente anche al modo in cui impariamo a considerarli.
Il talento ha bisogno di occasioni
C’è però un limite nella celebrazione dei modelli positivi, ed è il rischio di dimenticare le condizioni concrete nelle quali crescono milioni di ragazzi. L’ammirazione per Antonelli, Sinner o per un artista capace di trasformare una fragilità in musica può incoraggiare qualcuno a coltivare le proprie aspirazioni, ma non sostituisce una scuola accessibile, un sostegno economico adeguato o un lavoro che permetta di vivere dignitosamente. Un talento ha bisogno di occasioni, risorse e persone disposte a crederci. E non tutti partono dalle stesse condizioni, perché il reddito familiare, il luogo in cui si nasce e le opportunità disponibili possono influenzare profondamente il percorso di crescita.
Due dati aiutano a comprendere quanto questa questione riguardi il presente e il futuro dell’Italia. Secondo un’indagine Istat condotta nel 2023 e pubblicata nell’aprile 2026, soltanto il 45% dei ragazzi fra 11 e 19 anni immagina il proprio futuro in Italia, mentre il 34,2% guarda all’estero. Eurostat ha inoltre rilevato che nel 2025 l’età media stimata di uscita dalla casa dei genitori era di 30,2 anni in Italia, contro i 26,3 della media europea. Sono indicatori differenti, influenzati da fattori economici, sociali e culturali, ma raccontano una difficoltà comune: immaginare e costruire una vita indipendente non è semplice per molti giovani italiani.
Lo sport può mostrare quanto lontano si possa arrivare, la musica può aiutare a dare forma alle emozioni e le storie di solidarietà possono ricordare il valore della responsabilità. Ma il futuro di una generazione non può dipendere soltanto dalla capacità di alcuni di raggiungere risultati eccezionali. L’Italia ha bisogno di riconoscere meglio i suoi giovani, ascoltarli e creare condizioni nelle quali possano sviluppare le proprie capacità, senza che tutto dipenda dalle risorse economiche della famiglia o dalle opportunità offerte dal territorio nel quale sono nati.
Una società non dovrebbe chiedere ai propri ragazzi di essere tutti eccezionali per concedere loro la possibilità di avere un futuro.